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“La Tecnoscienza è Democratica ?” di Giuseppe Longo

Attualmente in Italia il legislatore – attraverso lo strumento della circolare ministeriale – ha deciso di autorizzare la clonazione animale. Resta (per ora) quello sulla clonazione umana: ma chi pronosticasse la sua prossima abolizione sarebbe facile profeta.

La tecnoscienza non si ferma: all’insegna del motto “tutto ciò che si può fare si fa”, essa travolge ogni ostacolo. Incapace di darsi limitazioni interne, l’attività tecnoscientifica trova anche all’esterno argini sempre più labili. La velocità dell’innovazione e la necessità di sostenere un sistema di produzione e consumo che si regge sullo squilibrio crescente indeboliscono la politica, riducono il tempo della riflessione e modificano senza sosta i parametri etici. Inoltre l’interesse dei potentati economici impone ormai di finanziare solo ricerche che promettano applicazioni immediate.

In passato l’instabilità intrinseca del cervello umano si travasava solo nelle parole e nei libri, con esigue conseguenze sul mondo. Poi gli uomini accesero i fuochi sotto le caldaie e misero in moto le macchine: allora, grazie al braccio armato della tecnica, il potere trasformativo e destabilizzante del pensiero, specie del pensiero scientifico, traboccò all’esterno.

Da sempre l’uomo nutre l’ambizione smisurata di imitare l’atto divino della creazione. Questa impresa, in cui s’intrecciano la vertigine del creatore e il timore per la creatura che, come il mostro di Frankenstein, potrebbe ribellarsi al suo demiurgo, oggi sembra sul punto di riuscire. La tecnologia informatica e soprattutto le biotecnologie offrono la possibilità di imprimere una svolta decisiva all’evoluzione della vita e dell’uomo.

Ma la svolta, che pure coinvolgerebbe il futuro di tutti, è animata da un finalismo che persegue obiettivi precisi e limitati, spesso inquinati da pesanti interessi economici. Questo carattere mirato, che nel breve periodo si propone fini nobili, come la cura di certe patologie o la moltiplicazione dei pani e dei pesci (ovviamente transgenici), potrebbe alla lunga non solo espropriare gli agricoltori dei loro mezzi di produzione, ma anche sottrarre all’evoluzione la flessibilità che le deriva dai lenti e collaudati meccanismi di mutazione e selezione. L’evoluzione artificiale, proprio perché finalizzata, potrebbe essere incapace di adattarsi a mutate condizioni ambientali.

Di fronte all’immensità di queste prospettive allettanti e rischiose, siamo incerti tra progresso e conservazione. Ci sentiamo più padroni del nostro destino perché ai ciechi meccanismi dell’evoluzione biologica abbiamo affiancato quelli consapevoli della razionalità. Ma questa autonomia ci sgomenta e ci fa a volte rimpiangere i tempi in cui le regole erano emanate da un’autorità esterna e non erano faticosamente conquistate per essere di continuo trasgredite.

La moltiplicazione delle scelte possibili dovrebbe portare a una maggiore sensibilità etica. Invece gli specialisti, che vorrebbero dalla società una delega in bianco, ostentano sicurezze perentorie quanto discutibili e non accettano alcuna responsabilità per le conseguenze delle loro ricerche. L’accesso sempre più facile e diffuso alle notizie genera in ciascuno di noi il desiderio di contribuire alle decisioni importanti: ma la tecnoscienza, pretendendo l’esclusiva della competenza e delle decisioni, tende a limitare questa partecipazione e, di conseguenza, si oppone alla democrazia.

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