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“Malattie o semplici espressioni di pensiero ?” di Elia Tropeano

In neuro-programmazione digitale, materia d’indagine sviluppata dai modelli della PNL, riteniamo che certe malattie non si possono curare per un ragione abbastanza naturale, non sono malattie, ma semplici espressioni di pensiero, ovviamente anche il nostro è solo un modello.
Prima di cominciare la trattazione dell’argomento, rivolgiamo qualche domanda inconsueta:
mo qualche domanda inconsueta:
a.g
- “Le unità fondamentali della materia sono gli atomi; le unità di base della vita sono rappresentate dalle cellule; il muro da mattoni, ma quali sono le unità fondamentali del pensiero umano, come lo si può scomporre e in quanti elementi?
- Quanti pensano di saperlo?

- “Le unità fondamentali del pensiero sono tre: i suoni, le immagini e le sensazioni che corrispondono agli organi sensoriali; l’olfatto e il gusto poche volte entrano a far parte delle nostre strategie cognitive, pertanto, li esuliamo temporaneamente dall’esposizione”.

Esaminiamo un momento, la depressione e l’ansia.
La depressione coinvolge i tre sistemi sensoriali principali: immagini (V), suoni o parole (A) e sensazioni (K). In sostanza, i depressi costruiscono un’immagine visiva di qualcosa, di qualcuno o di un’esperienza dolorosa (Vc) che provoca sensazioni negative (C-) ed escono con un dialogo interno (Ad) di sconcerto circa le sensazioni avvertibili. Una sequenza concettuale: Vc— C_— Ad, in termini di neuroprogrammazione B — E — B, ove B = Vc che denota l’accesso all’emisfero sinistro del cervello; E = C, cioè, accesso simultaneo ad entrambe gli emisferi cerebrali; A = accesso alla memoria e di conseguenza all’emisfero destro che in questo caso è assente.

Lo sconcerto, rappresentato dal dialogo interno, è giustificato dal fatto che, i depressi non sono consapevoli della provenienza delle sensazioni negative (C-) perché l’immagine costruita (Vc), terrificante o meno, non supera il livello di soglia d’accesso alla coscienza, pertanto non sono consapevoli di chi o cosa scateni le sensazioni somato-viscerali. Figuratevi che, in alcuni casi, nemmeno il dialogo interno riesce a superare test di soglia; pertanto certi soggetti, non sono consapevoli nemmeno del loro stesso dialogare interno, ma consci esclusivamente delle sensazioni negative cui avvertono sopraffazione.
Le sensazioni: negative, positive o neutre, che possiamo indicare rispettivamente con C-, C +, C, fanno parte della stessa categoria sensoriale K, quella cinestetica, cioè, un elemento dell’umano pensiero.

La depressione non è altro che una sorte di riflessione elaborata a tre differenti modalità di sistemi rappresentazionale sensoriali di cui uno, quello cenestesico, assume maggiore valore di fluttuazione rispetto agli altri: sistemi rappresentazionali secondari.

La sequenza Vc — C_— Ad o meglio B — E — B ruota intorno a se stessa creando un circolo vizioso che si interrompe quando uno dei tre stadi, che compongono il pensiero speculare, venga bloccato dall’elemento digitale opposto della stessa classe d’appartenenza.

In termini di neuro-programmazione, la sequenza sensoriale da B verso B, rappresenta un circuito logico a cascata, senza uscita e con tre ingressi. Per uscire dal circuito chiuso, cioè, dallo stato depressivo, ed entrare in un’altra sequenza di pensiero, basta negare uno o più ingressi [sembra che le classi di riferimento, definite dagli elementi binari Vc/Vr, Ad/Ar, C+/C- siano più di tipo AND che OR, rispettivamente prodotti e somme binarie, operazioni definite su due elementi delle tre classi. Particolare attenzione sul NOT o negazione, definita su un solo elemento della stessa classe di sistema rappresentazionale su cui intendiamo porre la nostra azione. La difficoltà ad allacciarci all’algebra booleano sta nel fatto che le classi V, A e K, in termini di programmazione neurolinguistica: sistemi sensoriali, possiedo più elementi digitali o binari (per noi ‘sottoclassi’), infatti, ad esempio, oltre ad avere Vc/ Vr abbiamo anche Vi e Ve, rispettivamente immagini interne ed esterne di cui Vc/Vr fanno parte della classe Vi ].
Una curiosità, in diversi persone abbiamo riscontrato che i sistemi adottati per innamorarsi e ingelosirsi, hanno la stessa sequenza formale della depressione:

Vc — C— Ad, pertanto se i partners danno adito alla gelosia, queste si sentiranno innamorate, ma, allo stesso tempo, depresse.
Comunque, per negare un ingresso, dobbiamo inserire un NOT sulla porta, cioè agire sui sistemi che nel circuito percorrono la stessa via neurale in modo da annullare il segnale deprimente in modalità reciproca.

Negando il primo ingresso, Vc, d’inizio sequenza, mediante l’inserimento di un Ve (immagine visiva esterna) il cerchio non ha più possibilità di chiudersi pertanto darà vita ad una nuova uscita, ad una nuova sequenza e all’interruzione dello stato problematico. Le immagini interne (costruite o ricordate) e quelle visive esterne (osservazione diretta della realtà circostante) percorrono le stesse vie neurali, pertanto si annullano e/o escludono a vicenda. Per negare il secondo ingresso ( C-) bisogna inserire una C +, una sensazione positiva, oppure, più semplicemente, una sensazione tattile esterna. Il terzo ingresso, si nega mediante l’ascolto attivo dei suoni che si sviluppano nell’ambiente (rumori, voci, melodie, ecc.).

In sostanza, le immagini interne neutralizzano

l’osservazione esterna; il dialogo interno neutralizza l’ascolto esterno; le sensazioni interne neutralizzano le sensazione esterne. Ovviamente le ambivalenze sono relazioni reversibili, condizioni sia necessarie che sufficienti.
Come è possibile, allora, che certi discenti riescano a studiare mentre ascoltano della musica? Perché essi, ad esempio, leggono testi ed ascoltano canzoni in simultanea senza che si neutralizzi l’un o l’atro?

Dipendente dal fatto che essi utilizzino la lettura veloce, una lettura in cui è implicato principalmente il sistema visivo (V) e non quello auditivo (A). Ovviamente chi usa la lettura all’impronta ha solo due possibilità: o legge, o ascolta musica, infatti nella lettura all’impronta è coinvolto essenzialmente il sistema rappresentazionale auditivo (A).
In sintesi, esistono due tipi di letture fondamentali: quella veloce e quella all’impronta. La prima coinvolge il sistema rappresentazionale visivo; la seconda, quello auditivo. Le terza possibilità consiste in un misto delle due letture.
Ancora un esempio: il prurito è una sensazione cenestesica interna che si annulla mediante grattamento, e non è che poi bisogna ripetere la cura nel tempo, basta una semplice applicazione. Anche il dolore è una sensazione interna che si annulla attraverso attuazioni di impressioni digitali tattili esterne. Ovviamente i nostri sistemi sensoriali distinguono solo le variazioni percettive d’arrivo. Per chi volesse sperimentare le nostre metodiche, tenga presente che, ad esempio, la digito pressione deve essere variabile e non profonda perché la profondità trasforma la cenestesia esterna in cenestesia interna e va a sommarsi alle sensazioni dolorose esistenti. Praticamente, per di lenire il dolore, con il contatto esterno, non si deve premere sulla zona indolenzita in maniera energica, perché le sensazioni esterne si trasformano in interne e ne aumentano l’intensità del dolore.

Dobbiamo, semplicemente, creare variazioni di pressione mediante contatti sulla zona superficiale interessata. A proposito, ci è capitato che il dolore sia scomparso toccando parti del corpo discosti dalla zona dolorosa. Abbiamo anche scoperto che diverse zone del corpo contengono punti anestetici che possono neutralizzare forti indolenzimenti localizzati ad una certa distanza da questi punti.
Anche i suoni risentono della variabilità, un suono si percepisce solo se abbia una frequenza variabile, ad esempio, il suono fisso di una sirena protratta nel tempo, ad un certo punto, non si riesce più a percepirla, quindi esiste un certo margine di sfasamento tra la percezione e tempo intercorrente d’annullamento.

Anche l’olfatto e il gusto risentono del fenomeno fisiologico. Un odore costante dopo un certo tempo non si percepisce più, così come un gusto, anzi provoca nausea o rigetto.
L’organo della vista percepisce gli oggetti in movimento più di quelli fissi. Infatti, il semaforo, le luci intermittenti delle frecce dell’auto ne costituiscono un esempio. In pratica l’organo della vista percepisce solo le variazioni di luce, di colore, movimento ecc., se queste non dovessero variare non riusciremmo a percepire le immagini esterne. Tuttavia gli occhi ci arrivano in soccorso: essi avviano movimenti automatici (nistagmi), microcomportamenti non percettibili che concorrono a creare variabilità.

A proposito della vista, non capivamo come mai la maggior parte dei soggetti su cui facevamo interventi di neuro-programmazione digitale entravano rapidamente in trance, nonostante cercassimo di tenerli vigili. Non usavamo l’ipnosi, tuttavia li addormentavamo. Quando avemmo contatti con gli ipnotizzatori ufficiali, ci accorgemmo che loro avevamo un problema opposto al nostro: non sempre riuscivamo ad addormentare tutti i soggetti.

Probabilmente, il nostro guardare fisso negli occhi, al fine di scoprire indizi visivi d’accesso, poteva rappresentare una comunicazione a livello subliminale di sospensione dei nistagmi automatici, pertanto la visione esterna si annullava

ed i soggetti entravano in uno stato alterato di consapevolezza. I calcoli ci portano a ritenere che i nistagmi non sono orizzontali o verticali, ma strutturati tridimensionalmente, come d’altronde riteniamo siano i movimenti di scansione oculare (sembra chi i nistagmi siano amputabili ai nuclei vestiboli-oculari).

Tempo fa, per l’induzione, si usavano: pendoli, spirali, sfere di cristallo o semplici osservazioni di punti situati al di sopra del livello degli occhi, sarebbe stato più opportuno creare strumenti atti a variare luminosità, colore e grandezza dell’immagine, caso mai manipolando le ombre. Probabilmente, il soggetto sarebbe entrato rapidamente in uno stato stuporoso e/o di affascinazione. Ciò nonostante, l’esperimento non avrebbe funzionato sui soggetti auditivi, ove bisognava creare strumenti per produrre tutta una gamma di fonti sonore ( per inciso, quando comunichiamo con le persone, che vogliono apprendere nuovi schemi comportamentali, usiamo una comunicazione verbale ridondante di variabili analogiche auditive: tono, ritmo, provenienza, cadenza, volume, questa ultima funzione non lineare, ma logaritmica).

Da tre anni circa, in certi casi, mentre comunichiamo con determinate persone, inseriamo nel tono di voce operatori modali di inframmettenza, specificamente di necessità. La metodologia la ricavammo da una pubblicità della TIM che alcuni anni fa appariva sui canali televisivi nazionali. In sintesi, il conduttore pubblicitario usava per tutta la durata dello spot un tono di voce preoccupato, a noi sembrava che stesse comunicando: “ Se non acquistate l’abbonamento TIM, potrebbe succedervi qualcosa”, il qualcosa non era specificato, ma creava un certa spinta all’ansietà”. Non sapevano se il messaggio fosse stato inserito in modo casuale o volontario. In questo ultimo caso, i pubblicitari possedevano una conoscenza circa la comunicazione di massa superiore alla nostra.

Successivamente, riscontrammo lo stesso messaggio in una pubblicità, sembra della FIAT: stesso operatore, stesso tono di voce, da noi interpretato così:: “ Se non comprate la FIAT potrebbe succedervi qualcosa”. Non siamo in grado di stabilire se la forma pubblicitaria sia stata creata appositamente o frutto di una coincidenza, tuttavia, abbiamo assimilato una tecnologia che usiamo efficacemente a certi livelli di competenza comunicativa.
Ciò nonostante, abbiamo avuto modo di ridire sulla pubblicità del numero 1240, nonostante l’insistenza, le persone non riuscivano a ricordare il numero 1240.
Il motivetto, ripetutamente esaltato, appartenente al sistema rappresentazionale A, indirizzava il messaggio alla memoria auditiva che ha valori intorno allo zero. Sarebbe stato più logico inviarlo in discontinuità su uno schermo luminoso per spedire la comunicazione (il numero telefonico) verso la memoria o corteccia visiva, enormemente più ampia.

Comunque, per ritornare ai nistagmi, il fenomeno non riguarda solo stato di veglia, ma anche quello di sogno. Nei sogni per poter osservare l’ambiente circostante, gli occhi si muovono in modo automatico, l’unica differenza che essi non sono microcomportamenti, ma manifestazioni

osservabili, la cosiddetta fase REM. La macroscopicità della fenomenologia è dovuta sia ai movimenti nistagmatici sia a quelli di scansione oculare, cioè allo spostamento degli occhi in alto e a destra per la costruzione delle immagini, una costruzione che prende spunto dall’accesso rapido agli eventi della giornata appena trascorsa e a stento memorizzata, perché non del tutto salvata (spostamento degli occhi non solo a livello, ma anche in alto e a sinistra). Stando così le cose, l’emisfero sinistro elabora la sceneggiatura, poi, la impronta ed infine, mediante i movimenti automatici dei globi oculari, permette di percepirla. Lo sfasamento tra l’impronta e la visione non comporta significative variazioni temporali, probabilmente avvengono con scarti di decimi di secondi. Nei sogni non avendo il concetto del tempo e delle distanze percorse, le due dimensioni (spazio percorso e tempo impiegato a percorrerlo) sono codificati in elementi di moto. Il movimento, nei sogni, rappresenta l’unità fondamentale di codifica degli eventi accaduti nella giornata antecedenti al sonno, e sperimentati nei sogni sotto forma di processi, ma con indici riferenziali cambiati. Immediatamente prima del risveglio, i processi sono riconvertiti in eventi (gli elementi di moto del sogno sono nominalizzati, salvati e, quindi, memorizzati) e ripristinati gli indici riferenziali.

Non abbiamo intenzione di usare il termine nistagma in modo improprio, pertanto ci riserviamo di apportare i dovuti aggiornamenti. Nei sogni, comunque, non possiamo riprodurre immagini ricordate, tranne nei rari casi in cui l’emisfero destro assume le funzioni di quello sinistro, ma solo quelle costruite, cioè quelle nuove, quelle che non abbiamo mai visto prima (funzionalità dell’emisfero sinistro). Le immagini costruite che nello stato di veglia sono sia analogiche che digitali, in quello di sogno sono esclusivamente analogiche. Le submodalità visive analogiche sono il colore, la luminosità, la grandezza, il movimento dell’immagine, ecc.; quelle digitali: associazione /dissociazione.

Un immagine mentale è associata quando osserviamo la scena con i nostri occhi, ci vediamo le mani, la parte anteriore del nostro corpo e il contesto ambientale in cui siamo coinvolti. Un’immagine mentale è dissociata, quando vediamo anche noi stessi nell’immagine e come interagiamo in quel contesto. Nei sogni non è possibile creare immagini dissociate di noi stessi altrimenti ci svegliamo.

Anche il sistema sensoriale auditivo, in assenza di suoni esterni, avvia procedimenti di variabilità (chiamiamoli per il momento nistagmi auditivi, ma facciamo appello alle persone che seguono le nostre news di venirci in soccorso in modo da etichettare una terminologia, esistente o meno, appropriata al testo in via di aggiornamento o, come diciamo noi, in processione) che si presentano per lo più sotto forma di intermittenti e continuati brusii che spesso sono codificati visivamente come puntini luminosi e

cenestesicamente come formicolii.

Per collegarci alle origini delle malattie, bisogna tener presente che il processo del pensare è codificato e memorizzato a livello fisiologico. I parametri chimico fisici sono influenzati dalla modalità di pensiero. Un certo pensare, crea uno specifico stato fisiologico, quindi, determinati valori di zuccheri nel sangue, determinata pressione arteriosa, ecc.. Col mutare del pensiero, proporzionalmente cambiano i valori indicati.
Figuratevi che nelle personalità multiple certi soggetti sono diabetici in una personalità e sani in un’altra. Allergici in una e normali nell’altra.

Un giorno, un signore diabetico affermò che da circa una settimana i valori glicemici risultavano bassi nonostante non avesse cambiato dieta e dosaggi di insulina. Risposi: “Chissà cosa state pensando in questo periodo”. Sarebbe interessante far assumere nuove personalità ai sofferenti e verificare i loro parametri clinico chimici.

Nel libro “Convinzioni” di Robert Dilts c’è una testimonianza di una donna che con il pensiero riusciva a variare il numero di globuli bianchi nel sangue, i medici erano sorpresi, parliamo di leucemia, eppure la cosa funzionava in modo automatico e ripetibile.

L’ansietà, rappresentata da una sensazione di qualcosa che potrebbe accadere: operazione modale di inframmettenza. Gli operatori modali di intromissione, di cui si conoscono due tipologie: quelle di possibilità e di necessità, attuano cancellazioni di materiale presente tra la struttura di riferimento (sommatoria di tutte le nostre esperienze) e la struttura linguistica profonda, producendo strutture linguistiche superficiale che, per definizione, implicano spazi di rimozioni sottoponibili e/o assoggettabili a metamodellamento linguistico.

Lo stato di ansia, nel complesso, si presenta come se fosse scaturita da una raffigurazione di futuro incerto (Vc) che presentano similitudini strutturali, o di processo, alla depressione circa il fatto che alcuni componenti (elementi o stadi) del pensiero non superano il livello di consapevolezza.
Negli interventi riusciti, da noi compiuti, la cosa di cui siamo rimasti più conquistati non è stato tanto il fatto che certe sintomatologie siano scomparse in modo straordinario, ma dalla constatazione che il cambiamento sostanziale della persona, come esseri umani totali, sia avvenuto nella modalità di pensiero.

Giusto-equo, consigliamo ai sofferenti di modificare l’abituale sistema di pensare, concentrarsi quindi sull’uscita, il risultato. Per fare un esempio, alcuni soggetti, precedentemente al nostro intervento, prestavano attenzione coattiva circa la sintomatologia. Successivamente, la ponevano sui miglioramenti, processioni insite in tutti noi. Miglioramenti, che una volta avviati e salvati, come naturalmente avviene, sono impossibilitati dall’essere arrestati.
Cosa dire della sintomatologia del dolore? Abbiamo incontrato persone sofferenti di cervicale e di ernia al disco. Abbiamo svelato loro che non tutti quelli che avevano problemi di cervicale ed ernia avvertivano dolore e che il dolore non era altro che un’espressione del loro pensare. Sarebbe stato meglio, quindi, apprendere le modalità di pensiero dei soggetti che avevano la soluzione. Qualcuno ci aveva posto un problema di ecologia, ma abbiamo risposto che nel 90% dei casi, gli indolenzimenti erano dovuti alla contrazione cronica di piccoli muscoli intervertebrali causati dall’aver preso una certa dose di raffreddamento. Abbiamo esposto anche la nostra opinione circa l’ernia al disco: nella maggior parte dei casi, trattasi solo di contrazioni della muscolatura scheletrica e che i risultati della tomografia, TAC, era una fenomeno che, statisticamente parlando, coinvolgeva una naturale casistica sociale.
Dissociazione visivo/cenestesico

La dissociazione può essere usata per il controllo del dolore; se ci osserviamo sentire dolore, non siamo nel nostro corpo a provarlo. Perché la cosa funzioni, dobbiamo insegnare al nostro cervello a farlo automaticamente, senza consapevolezza, altrimenti riusciremo a lenire le sensazioni solo nell’istante in cui ci dissociamo.

Chi è sofferente assume una caratteristica postura cenestesica (cinestetica), si china leggermente in avanti fino a piegarsi completamente in proporzione all’intensità del dolore; contemporaneamente la respirazione si sposta nell’addome ed aumenta di profondità. Basta visualizzare se stessi da un qualsiasi punto dello spazio e scoprire da quale posizione si ottiene maggior beneficio. Possiamo vederci dall’alto, dal basso, da destra, da sinistra, dalla porta, dalla finestra ecc. una volta scoperto la submodalità visiva spaziale che funziona di più, si allontana l’immagine dissociata in modo graduale fino a farla diventare un punto lontano nello spazio. In questo caso, nel momento in cui ci riusciamo, la nostra postura diventa visiva, dritta con le spalle alzate e la respirazione, poco profonda, si sposta nella parte alta del petto. Una trascrizione dal vivo della dissociazione visivo/cenestesica, quì sotto riportata, ci è stata inviata dal dott. Limontini.

Trascrizione
L’altro giorno, mio figlio più grande, Luca, appena sveglio, mi riferisce un dolore violento all’inguine dx. Il dolore è forte e fastidioso al punto tale che zoppica nel camminare e soprattutto, grande fonte di dispiacere per lui, non sarebbe stato assolutamente in grado di fare la partita del campionato di pallacanestro prevista in serata. Su mia richiesta mi racconta che durante l’allenamento di pallacanestro di ieri sera, si è stirato a livello dell’inserzione prossimale del m. adduttore della coscia dx, ma da “caldo” il dolore era sopportabile e non ci aveva dato tanta importanza. Gli faccio assumere una compressa di paracetamolo per permettergli di andare a scuola e gli prometto che gli avrei risolto il problema dopo pranzo. Giunto il momento, svanito l’effetto del paracetamolo, faccio sdraiare a fatica Luca sul divano di casa. Eseguo una serie di test per valutare la motilità consentita alla coscia e mi riferisce che il dolore all’inguine è insopportabile soprattutto nei movimenti controresistenza in adduzione, ovviamente. Abbiamo a che fare con uno dei nemici peggiori di un atleta: la pubalgia! Non mi perdo d’animo e chiedo a mio figlio di non preoccuparsi e di rilassarsi dolcemente. Metto subito la mia mano dx sul suo torace e cerco di entrare in sintonia con la sua respirazione. Attendo qualche minuto e gli tocco con la mia mano sin il suo braccio destro e la fronte ed in pochi istanti mi rendo conto che è perfettamente rilassato. Gli dico di provare ad immaginarsi vicino alla porta della cucina e di vedersi sdraiato sul divano. Ci riesce, ma dice di fare fatica. Gli chiedo di rimpicciolire l’immagine e di allontanarla dolcemente e riferire l’effetto che fa sul dolore. Ci riesce, ma mi conferma che fa fatica e che preferirebbe immaginarsi di essere sul soffitto della stanza e di guardarsi dall’alto. Gli confermo che per me va bene e quindi di proseguire nell’esercizio di rimpicciolire e allontanare l’immagine di sè sul divano ancora di più. Ci riesce senza difficoltà e dice di stare decisamente meglio, e nel dirmelo, il suo sguardo è decisamente stupito e incredulo. Insisto e gli chiedo di rimpicciolire e allontanare l’immagine sempre di più fino a farla svanire in una bolla di sapone profumata e colorata e, quando la bolla si rompe, di risvegliarsi e tornare tra noi senza fretta. In poco tempo apre gli occhi, si mette seduto sul lettino guardandosi intorno stupito. Non osa chiedere cosa e come sia potuto succedere, ma è felice perchè non ha più dolore. Eseguo di nuovo i test di valutazione muscolare e anche nei movimenti di adduzione controresistenza non avverte alcun dolore. In serata riesce a giocare la partita e non ha mai avuto alcun problema. …che soddisfazione!

Saluti. Dott. Stefano Limontini (Novara, marzo 2007).

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