“L’Emersione Emotiva e la Teoria del Vuoto” di Stefano Palmieri
By Redazione • Ott 14th, 2004 • Category: Filosofia della MenteSi parlerà della relazione di aiuto e di alcuni aspetti che spesso sono considerati, all’interno di una grande giardino fiorito, erbaccia, dimenticando che a volte “l’erbaccia è una pianta di cui non sono state scoperte ancora le virtù” R.W. Emerson. Si inizierà parlando dell’applicazione del metodo scientifico in una relazione di aiuto. Alla luce degli stessi limiti che la scienza medesima si riconosce, applicare il metodo scientifico alla relazione di aiuto, ossia fissare un obbiettivo e seguire una serie di ipotesi e conferme per raggiungerlo, porta in seno il rischio di lanciarsi in interpretazioni psicologiche legate a modelli cognitivi che fanno parte di un immenso universo di altrettanti modelli, ognuno convinto della propria validità. Questo può portare a porre l’importanza del modello che si è scelti di seguire sopra l’unicità del vissuto di quella persona. Ascoltare diviene a volte meno importante che interpretare, il pensiero diventa un rebus da risolvere. La meta diventa pericolosamente più importante del viaggio e il modello rischia di essere il soggetto della relazione. Alcune cose non vanno comprese vanno solo accettate. La scienza non può accettare nulla che non comprende e spesso tra le cose che non comprende si colloca proprio una parte del vissuto, del pensiero, dell’anima dell’essere umano. La “Relatività” di Einstein, la “Teoria dei quanti” e la “Fisica quantistico-relativistica” hanno indotto gli scienziati a concepire una realtà più ampia e un mondo in cui la visione materialista e meccanicista di stampo Newtoniano-Cartesiano si dimostrano del tutto inadeguate. Convergendo tutti sul concetto che ogni essere umano possiede un universo simbolico enorme, ricco di tutto quello che lo caratterizza e lo contraddice, cosa accade se qualcosa in quella persona non può essere incasellata, se un idea un comportamento fugge da quella strada non riuscendo ad essere riconosciuto da quel modello? È forse quello il disturbo? È forse quella la malattia? Non è forse perdendosi che l’uomo ritrova se stesso? Come lo stesso James Hilllman (psicanalista americano; Atlantic City 1926) sostiene, questo metodo fallisce da un lato nell’intento di promuovere il senso critico e la creatività dell’individuo, dall’altro lato riuscendo soltanto a omologare il paziente ai valori conformistici della società. Se pensassimo che il disagio sia il frutto di strutturazioni che vengono imposte alla persona dalla mondo in cui vive e con cui si relaziona, potremmo dedurre che lo stesso mondo che ha creato quei disagi difficilmente possa riuscire a scioglierli. È invece nella destrutturazione di quel mondo che ciò che c’è di autentico emerge. Ritengo che favorendo la destrutturazione delle credenze limitanti (programmazione neuro linguistica), incoraggiando il pensiero laterale, (Il pensiero laterale di Edward de Bono di fatto non fa presupposti, anzi vede i presupposti iniziali come limitanti delle possibilità di soluzione) e lavorando con il linguaggio ipnotico (L’utilizzo dell’amnesia consentiva a Milton Erickson di aggirare le limitazioni apprese e quindi riorganizzare il mondo psichico del paziente nel modo più ecologico possibile per poi far emergere naturalmente e spontaneamente il cambiamento in un modo accettabile per la mente conscia) si possa favorire l’emersione di ciò che giace sotto la polvere, in modo che il singolo individuo autonomamente possa, non soltanto risolvere il proprio disagio, ma porre le basi per realizzare pienamente il suo essere che al resto del mondo non può che essere incomprensibile. Solo la creazione del vuoto può permettere l’emersione dal profondo delle emozioni soffocate, dell’anima incatenata. Qui non si parla di un vuoto che lascia soli e spaventa, non un vuoto che è sinonimo del nulla, ma un vuoto che libera, che accoglie, una tela bianca su cui scrivere le nuove parole della propria vita. Già Lao-Tse ( autore del trattato omonimo considerato tradizionalmente base del taoismo, V secolo a.C., uno dei testi tra i più influenti nella storia culturale della Cina e di tutto l’estremo Oriente), sosteneva che la via per la conoscenza la si percorre attraverso il disimparare ed in quest’ottica che si colloca il suo non agire. Ancora Socrate (filosofo greco 469 – 399 a.c.) seminando dubbi con le proprie domande intendeva aiutare gli uomini a trovare da se stessi la verità. Socrate possiede solo la facoltà di assistere gli altri nel dare alla luce quelle verità che sono in grado di scoprire in se stessi (maieutica). Platone (filosofo greco 427 – 347 a.c.) sostiene che l’anima ritrova in se il vero sapere attraverso l’esperienza che non è conoscenza ma strumento. È ricordando che l’uomo conosce. (reminiscenza) La chiave di quella che io chiamo emersione emotiva è l’insight. È quella luce che si accende nel profondo di un individuo con una forza autentica, irripetibile ed inspiegabile. È qualcosa che non può essere suggerito ma solo ricordato e accolto. Non può essere capito ma solo accettato. L’insight è talmente personale è unico che spesso conduce il cliente per strade che l’operatore non riesce neppure ad intravedere figuriamoci a comprendere. Dember e Jenkins parlano dell’intuizione come di quella idea che arriva all’improvviso per spiegare un comportamento o per reinterpretare eventi o idee precedenti. Le intuizioni improvvise, per Dember e Jenkins, possono essere suggerite e alimentate. È semplicemente essere se stessi ed imparare a riconoscersi. Solo chi si infila in un problema sa come uscirne tutto il resto lo fa la nostra arroganza. Favorire un processo spontaneo ecco la relazione di aiuto. Come è possibile condurre qualcuno verso mete che noi stessi ignoriamo? In altro modo potremmo solo accompagnare persone in luoghi che il sistema ritiene sicuri evitando che quelle persone si perdano ed inizino ad essere se stesse.
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