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“Da dove viene l’ansia” di Giorgio Ortu

Nessuno ha ancora studiato il fenomeno dell’ansia dal punto di vista proprio della natura umana, cioè come fatto che riguarda la specifica evoluzione dell’uomo. E’ vero che gli psicologi sono soliti distinguere l’ansia fisiologica da quella patologica, indicando come la prima sia molto utile alla vita delle persone perchè costituisce uno stimolo all’attenzione per un compito che si sta svolgendo, o a mettere in guardia contro un pericolo imminente,  ma fin qui siamo propriamente a un livello di analisi che può benissimo essere trasferito anche agli animali superiori, i quali pure evidentemente hanno un’ansia “fisiologica”.
Il problema interpretativo sorge quando si passa a considerare l’ansia patologica. Qui, i discorsi più comuni sono quelli legati allo stress da cui si fa dipendere questo tipo di ansia, o agli insuccessi ripetuti nella vita, fatti che produrrebbero l’ansia patologica. Ma questo tipo di spiegazione non è sufficiente. Infatti ci si pone ancora a un livello discorsivo di tipo fenomenico, non sostanziale. Per arrivare alla sostanza del problema occorre fare un salto indietro nel tempo e giungere fino all’uomo pre-neolitico, a quello che potremmo chiamare ancora Cro-Magnon (é legittimo infatti parlare di homo sapiens solo a partire dal Neolitico).
Cro-Magnon era un cacciatore-raccoglitore, la sua esistenza era scandita secondo quelli che potremmo chiamare “tempi lunghi”. Egli non aveva fretta. Anche se la sua giornata lavorativa era lunga e si alzava all’alba, i suoi ritmi erano lenti. Egli era perfettamente inserito nel suo ambiente,  la savana,  da tempi immemorabili, e conosceva i luoghi dove raccogliere cibo e dove cacciare animali. Il suo cervello era attrezzato per risposte all’ambiente di tipo immediato: l’attenzione alla preda, il far scoccare la freccia o la lancia, la preparazione del cibo, l’accoppiamento, la cura della prole,  l’apprestamento dell’abitazione, ecc.
Insomma, Cro-Magnon non faceva progetti, anzi era proprio incapace di progettare alcunchè, semplicemente perchè non aveva bisogno di progettare. E se decideva di spostarsi in un altro ambiente, lo faceva perchè sollecitato per esempio dal venir meno delle risorse disponibili, e quindi per un bisogno immediato.
Sono passati diecimila anni dal Neolitico, e non c’è stata nell’uomo nessuna evoluzione biologica. Ma la cultura! La cultura gli ha stravolto l’esistenza. In poco più di un secolo, quell’uomo poco capace di progettare e il suo stesso cervello sono stati trasferiti d’un balzo in un mondo completamente artificiale, dove gli stimoli immediati del traffico caotico cittadino si sommano alla necessità di fare progetti a lunga scadenza che la società richiede a tutti i suoi cittadini.
Così si vede come lo stress, tipico delle società occidentali,  dipende dai mille impegni che ciascun individuo ha nel corso della sua vita, passata in non piccola parte ad aspettare dentro l’automobile che il traffico scorra via.
Ma l’ansia patologica non nasce dallo stress, ma deriva  dal cervello umano che non è stato attrezzato dall’evoluzione a progettare per tempi lunghi. Per questo, soprattutto quando i progetti sono più d’uno nel corso della vita gli individui non sopportano più questi tempi e entrano in crisi con l’ansia e anche con la depressione.
Se è così, allora non esiste più l’ansia fisiologica, che è stata soppiantata da quella patologica. Le risposte a stati di pericolo tipiche dell’ansia fisiologica sono state sostituite dalla tensione psicologica, condizione molto vicina all’ansia patologica. Un individuo “in attesa” di qualcosa sarà così “teso”, e non in uno stato di normale ansietà. La tensione peraltro è più fastidiosa dell’ansia, cioè è un “disturbo” che all’ansia fisiologica somma una maggiore rigidità della mente,  laddove invece l’ansia fisiologica è abbastanza “sciolta” quanto a determinatezza mentale, e si presenta come uno stato diffuso di attesa del pericolo, come una preparazione a un compito impegnativo, e quindi coinvolge tutto l’organismo in ugual misura, mente e corpo.
Anzi, poichè esiste una cosiddetta “ansia sottosoglia”, cioè non percepita come tale ma capace di condizionare il comportamento e la condizione psicologica dell’individuo, è molto probabile che questa sia in realtà una forma di “tensione” psicologica inconscia che determina il comportamento, e che quando emerge diviene ansia patologica.
In Occidente quei luoghi che un tempo erano capaci di consentire una migliore gestione dell’ansia, come per esempio la famiglia e una rete di relazioni amicali-parentali, sono venuti meno. Per questo in Occidente l’ansia da progetto è più diffusa che nel resto del mondo. (Ma ci sono due eccezioni, e sono l’Italia e la Spagna, dove questo fenomeno è meno diffuso che altrove in Occidente. Questo fatto può essere spiegato con l’esistenza nei due paesi di molti piccoli centri dove è ancora possibile gestire se stessi psicologicamente all’interno di una comunità conosciuta e vissuta come tale, cosa che nei paesi delle grandi metropoli non è evidentemente possibile).
Il cervello dell’uomo attuale quindi non  regge i tempi lunghi. E occorrerà fare qualcosa prima che questa autentica malattia diventi un’epidemia e si diffonda su tutto il pianeta. Il risultato potrebbe essere un collasso della Specie, una morte per “asfissia” psicologica, ma anche  asfissia fisiologica.
Si tratta di un cervello adattatosi per vivere nella savana, dove gli stimoli erano immediati, e il pericolo era pure immediato, vale a dire quello di incontrare o meno il leone, di potersi cibare o no.
Per cominciare a risolvere questo problema, è necessario smetterla di caricare di impegni ogni individuo fin dalla più tenera età, dall’asilo nido alla scuola materna a quella elementare, col nuoto e la danza, e così via, finendo per creare piccoli mostri superimpegnati e preda  della nevrosi. Questa nevrosi in seguito, quando l’individuo diviene adulto, è la base su cui agisce l’ansia patologica, perchè lo renderà  ancor meno capace di fare progetti a lunga scadenza, e qualora li faccia cadrà preda di un’ansia forte. E questo nel caso in cui le cose vadano “bene”, perchè esiste il rischio di patologie più gravi.
Nelle nostre società occidentali le conoscenze sono enormemente aumentate, e le competenze che vengono richieste agli individui richiedono un forte aumento della scolarizzazione. Altrove, in società sottosviluppate, dove le competenze richieste sono minori, lo sviluppo dell’ansia sarà legato per esempio al problema della sopravvivenza quotidiana, oppure ancora alla guerra, ma non alla necessità di fare progetti.
Un progetto individuale di studi è qualcosa che impegna almeno quindici o anche venti anni della prima esistenza di un soggetto. Il punto è allora che questo progetto così lontano nel tempo deve essere integrato con stimoli d’attualità, continui per tutto il corso della vita di un individuo, perchè il cervello non  regge il progetto. Così, il legame con la datità, vissuto appieno, controllato e gestito personalmente da ciascuno può risultare un solido contrappeso all’immancabile progetto, che questo cervello che tutti si portano appresso proprio non sopporta.

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