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“Codice di Trasformazione” di Giorgio Ortu

In quest’articolo si costruisce un abbozzo di teoria della mente. La mente è vista come una produzione del cervello che poi diventa relativamente autonoma.  Per comprenderne la genesi è necessario partire dal feto in formazione. Prima della nascita, e ovviamente dopo la formazione del cervello,  gli stimoli più importanti per il feto  sono quelli tattili e quelli uditivi.  Ma vengono attivate le aree del cervello minore legate all’immaginazione,  prodotte a loro volta dall’attivazione soprattutto delle aree uditive e delle  aree emozionali. L’attivazione dell’immaginazione consente quasi certamente l’attivazione anche della corteccia visiva, sicchè si può dire che il feto maturo abbia una qualche “nozione” inconscia di cosa sia lo spazio in forma di schema. Questo schema produce a sua volta l’ingresso del tempo nella mente del feto. Per questo alla nascita il bambino è equipaggiato per apprendere da solo le idee di spazio e di tempo, e ad ascoltare le parole. Tutto ciò significa che in seguito le aree linguistiche avranno un rapporto molto importante con le aree dell’immaginazione (cervello minore) , del pensiero (lobi frontali), e dell’emozione (ipotalamo e amigdala).
Questa è dunque l’apparecchiatura che è in possesso del feto prima della nascita. Apparecchiatura che rende il feto un essere già piuttosto complesso.
Ma alla nascita accade un fatto decisivo, perchè il feto viene letteralmente “alla luce”. E questa “esplosione” di luce in cui si viene a trovare immerso il bambino potrebbe determinare un’attivazione generale della corteccia tale da produrre una “scarica” ellettromagnetica  dando origine a una prima forma di coscienza. Dunque la mente del neonato comincia ad ampliarsi. La coscienza è in origine legata alla luce, alla visione, e si tratta di un legame altamente emozionale, per questo la collocazione della coscienza sembra essere l’area del sistema limbico deputata alle emozioni. Anche perchè essendo di recente formazione (diciamo a partire dal Neolitico) la coscienza non potrebbe reggere in una posizione corticale, ne verrebbe spazzata via per la sua “leggerezza” di contro alla materialità del cervello;  anche in seguito la coscienza troverà la propria collocazione nelle aree emozionali del sistema limbico, perchè quelle corticali non le consentirebbero quella energia e quella “spinta” di cui essa ha bisogno  e che è necessaria per attivare il pensiero.
Come si vede, sebbene la coscienza abbia dei presupposti nella esistenza della mente già nel feto maturo, la sua origine è una specie di salto quantico, perchè nasce in un certo senso dal  “nulla”. Da ciò si potrebbe pensare che lo stesso cervello sia quantistico.
E’ evidente che la coscienza si sviluppa nei primi anni di vita, e il suo processo di sviluppo ha termine intorno ai tre anni.  Il cervello che ha un campo elettromagnetico quindi produce a sua volta, a partire dall’attivazione della coscienza alla nascita, un corrispondente campo elettromagnetico della mente, il quale a sua volta sarà capace di agire sul cervello sottostante. Alla coscienza  sono essenziali lo stupore e l’attesa, ed è facile immaginare lo stupore del neonato alla vista della luce, e la sua “attesa” di altri eventi: il suo pianto prolungato indicherebbe quindi l’origine della coscienza e l’attesa… Un altro aspetto dell’attesa e dello stupore si presenta quando si è addormentati o insonnoliti in un ambiente buio e nel quale improvvisamente si faccia luce. Qui “esplode” la coscienza.
Se dunque la coscienza nasce dal cervello, essa risulta essenziale per l’esistenza del soggetto, perchè è soltanto mediante la mente e la coscienza che sono possibili il pensiero e l’immaginazione. Certo c’è un pensiero inconscio, ma ora non interessa. La teoria computazionale della mente dice che la  mente e la coscienza sono il software che gira sull’hardware costituito dal cervello. Ma poichè il software non può modificare l’hardware questa è una teoria che qui si respinge, per il semplice fatto che si  assume che la mente  determina  il cervello a produrre vie di scorrimento dei mediatori chimici, ed è capace di “cercare” e “costruirsi” le idee. Inoltre, affinchè questa teoria fosse verosimile  dovrebbe parlare di energia elettromagnetica del cervello trasferita alla mente, e dovrebbe riuscire a trarre fuori  i meccanismi capaci di tradurre le sinapsi del cervello in idee, pensieri  e immaginazioni. Ma questo ovviamente non è possibile a causa della concezione deterministica  con cui viene interpretato il pensiero e lo stesso cervello.
Sembra invece che la “lettura” che la mente compie  dei processi elettro-chimici che avvengono nei neuroni  trasformandoli  in idee, pensieri e immagini (ma non emozioni, perchè di fronte a queste noi siamo passivi, le subiamo), sia possibile perchè la mente è sostanza che contiene  il magnetismo, o l’elettromagnetismo presente nel cervello. La “lettura” a opera della mente è inconscia e immediata, il soggetto non si accorge, non sa attraverso quale schema ciò possa avvenire. Ed è naturale che sia così, perchè altrimenti si penserebbe in modo molto più lento e macchinoso.
Per capire il processo attraverso il quale la mente  legge i circuiti elettrochimici dei neuroni occorre considerare la corteccia uditiva, quella tattile e quella visiva, e infine le aree del linguaggio. Mentre l’emozione è immediatamente cosciente.
Per scoprirlo bisogna conoscere quale tipo di mediatori chimici operano in queste aree, quando siano attivate da sole e quando lo siano insieme, e le corrispondenti ideazioni del soggetto. Allora è necessario scoprire anzitutto nel neonato i  “pensieri” e le immagini che gli passano dinanzi nella mente quando sono attivate le aree di cui sopra e intervengono i mediatori chimici.  Si  può cominciare con stimoli semplici che riguardano le emozioni, per esempio l’induzione di gioia e paura (utilizzando stimoli visivi, tattili, uditivi), che possono venire osservate direttamente. Da queste emozioni si può arrivare a osservare le aree corticali associate che vengono attivate. Oppure ancora dopo si può provare a stimolare l’immaginazione mediante “giochi” di comparsa e scomparsa di oggetti sospesi in aria, ecc. Tutto ciò consente di costruire per tentativi successivi una sorta di “alfabeto” dei mediatori chimici. E’ evidente che essendo difficile comunicare col neonato si tratterà soprattutto di interpretazioni ripetute.
Per questo  è necessario  passare a un soggetto di esperimento adulto, col quale si può dialogare. Si può chiedere al soggetto di richiamare alla memoria un fatto non traumatico, un’esperienza neutra, e si attiveranno le aree del ricordo e i lobi intellettivi. Quindi  attraverso l’osservazione  successiva di stati corticali e subcorticali legati a  pensieri,  immagini e emozioni specifici, è possibile risalire a un “codice di attivazione” di pensieri-immagini che la mente  utilizza per trasformare  l’elettro-chimica delle sinapsi in qualcosa di immateriale, nel senso di non corposo, non palpabile direttamente, cioè in idee. Appare così evidente che la mente nel processo di ideazione non è passiva, non riceve semplicemente le idee dal cervello, ma le cerca, anzi le costruisce. Quindi il parallelismo non esiste.
Questo codice di attivazione deve essere per forza di natura elettromagnetica.  Vale a dire è il modo in cui la mente, in modo inconscio, agisce sulla sua base cerebrale. Il risultato come pensiero è infine cosciente.
Si tratta di un vero e proprio codice di trasformazione che si è formato attraverso l’associazione nei primi due o tre anni di vita di stimoli che agiscono su aree specifiche del cervello corticale e l’emozionalità. Questo codice è costituito  di uno “schema” generale di pensiero altamente energetico. Lo schema stesso poi consente la traduzione in idee e pensieri attraverso il rapporto con le tracce di memoria dei mediatori chimici specifici  depositate nella corteccia. Si tratta di un processo  istantaneo, dalla lettura al pensiero corrispondente.
E’ ovvio che questo è un risultato del processo evolutivo, legato quindi molto intensamente alla formazione del linguaggio e all’emergere delle emozioni. Questo codice è evidentemente universale, vale per tutti gli uomini. Esso si può condensare molto probabilmente in una formula: la formula del pensiero!
Ma chiediamoci: è utile conoscere la formula del pensiero? Non si incepperebbe lo stesso processo del pensiero se essa si conoscesse? Insomma, la coscienza della formula potrebbe bloccare il farsi dell’ideazione, e questa potrebbe diventare macchinosa, accidentata. Forse allora non conviene? Sembra una cosa utile che non sarebbe d’impaccio al corso dei pensieri, perchè questa formula è costituita  di uno schema generale, capace di applicarsi al chimismo cerebrale proprio come schema o “figura”, non invece qualcosa fatto di determinatezza, di specificità.
Questa formula è il “cuore” della vita pulsante di ogni individuo, ed è puramente mentale, e sembra anche mostrare che per il suo tramite il rapporto mente-cervello è di tipo quantistico, perchè il “salto” ontologico che si viene a creare tra mente e cervello   quando la mente costruisce pensieri attivando settori del cervello (o quando lo stesso cervello si attiva autonomamente a seguito di stimoli esterni),  indica che  da un’area specifica, poniamo quella dell’immaginazione (con attivazione in settori del cervello minore e delle aree visive), si attivano immediatamente altre aree, poniamo le aree dei lobi frontali, proprio con un “salto” quantistico, passando istantaneamente da un settore a un altro. Anche la plasticità del cervello, la sua capacità per esempio di ricostruire vie di scorrimento delle sinapsi dopo che queste siano state distrutte, indicherebbe  la quantisticità del cervello. Dunque  anche se ci sono “vie di scorrimento” preferite dei mediatori chimici,  o degli impulsi elettrici,  i salti da un gruppo di neuroni a un altro fanno a meno delle vie di scorrimento usuali. (E non dovrebbe essere difficile scoprire i salti quantici: basterebbe per esempio l’osservazione del passaggio della mente  da un percorso di razionalità argomentativa basato sul corrispondente stato cerebrale corticale, a uno stato altamente emozionale in cui essa percepisce una forte emozione collegata al ragionamento precedente. Si dovrebbe osservare proprio un’attivazione immediata senza via di scorrimento continua degli stati sottocorticali delle emozioni).
L’idea che le “reti neurali” siano un modello realistico del funzionamento del cervello  è  del tutto falsa, perchè si tratta di artefatti del tutto astratti non solo dalla complessità di un organismo vivente, ma anche dall’articolazione cervello-mente che complica molto le cose. Come del tutto falsa si è visto essere l’idea che esista un parallelismo mente-cervello. Oggi il parallelismo è di moda, ma le mode passano in fretta. In questa critica al parallelismo sono in buona compagnia, Goedel per esempio. La mente quindi è dotata di autonomia. Cioè si può pensare anche senza operare alcun collegamento col cervello, ovvero
senza che intervenga il codice di trasformazione. La mente  è ben attrezzata quanto a possesso di idee pensieri e immagini,  che come tali godono di vita autonoma. Essa funziona secondo regole che risalgono alla teoria psicoanalitica (la teoria sulla mente più completa finora) e alla psicologia della Gestalt. Sembra ovvio che le regole di funzionamento del pensiero in senso lato quando esiste interazione col cervello siano più complesse di quelle puramente mentali. Ma è un fatto che senza l’apporto del cervello l’ideazione sia più debole e talvolta vaga. Se ne può dedurre che il campo elettromagnetico che forma la mente sia meno intenso di quello che si forma nel cervello, e per questo finora è sfuggito alle misurazioni (ma certo anche perchè non lo si è mai cercato!). Per rilevarlo occorrono apparecchiature molto sensibili; e forse il rapporto tra i due campi è dell’ordine di 1 a 100 o addirittura di 1 a 1000.

Per tornare agli esperimenti col neonato occorre dire che essi vanno fatti con molta cautela per evitare che insorgano traumi difficili da risolvere. D’altra parte, a questo livello di conoscenze sperimentali, abbiamo visto che è necessario  anche ricorrere agli adulti. In questi il codice ricercato è ovviamente già formato.  Vediamo ancora più in dettaglio. Si ponga dunque il  soggetto volontario in una stanza spoglia, con luce di media intensità che viene dal soffitto. Il soggetto è sdraiato su una poltrona semplice. Dopo aver spento la luce, questa viene improvvisamente riaccesa con forte intensità.
Qui occorre cercare che cosa si attiva nelle aree della corteccia tattile (il corpo sdraiato sul divano), nelle aree della corteccia visiva, nei lobi frontali e nelle aree del cervello destro deputate all’immaginazione. Poichè è possibile che il soggetto parli, occorre osservare anche la corteccia linguistica; ma non occorre dimenticare le aree emozionali. Si può invitare il soggetto a “cercare” nel cervello determinate cose, certi pensieri nuovi a partire da eventi noti del passato, utlizzando proprio un primo abbozzo di schema di trasformazione: questo schema può essere fatto di un’immagine tipo, qualcosa di molto generale da usare nella ricerca.
Nella figura in prima pagina si può notare il cervello umano avvolto da una ellisse e con un’altra ellisse più sopra. Il legame tra le due ellissi è dato da due canalini. L’ellisse superiore rappresenta il campo elettromagnetico della mente  che utilizza il codice di trasformazione per tradurre le sinapsi in pensieri, mentre dall’ellisse inferiore che avvolge il cervello parte un altro canale verso l’alto che rappresenta le idee i pensieri e le immagini ricavati grazie al codice e che finiscono nella mente, e di cui si prende coscienza.
Da questa sperimentazione su soggetti adulti volontari si può ricavare una conferma dei meccanismi neuronali elettrochimici già riscontrati nei neonati, e ciò costituisce un aiuto fondamentale per la ricerca del codice universale, il quale si è visto che consente di passare  dall’elettro-chimismo materiale al pensiero e all’immaginazione “immateriali” ed energetici.
Allora, quali sarebbero i vantaggi della scoperta del “codice di trasformazione”? Anzitutto si avrebbero dei sicuri avanzamenti sul piano dell’educazione al pensiero e dunque all’intelligenza. Si saprebbe che cosa determinati stimoli produrrebbero in termini di ideazioni, e quindi potrebbero essere stimolati maggiormente quei settori cerebrali capaci di attivare maggior pensiero. Non solo maggiore, ma anche più profondo pensiero, più razionale pensiero.
D’altra parte è anche evidente che qui è necessario un controllo sociale su tutte le attività di programmazione educative per evitare abusi e prevaricazioni da parte del potere o di qualsiasi altra entità pubblica o privata che sia. Perchè si aprirebbero campi enormi di possibilità di manipolazione dei cervelli e dunque delle menti, col rischio di “costruire” individui asserviti al potere e incapaci di pensiero autonomo.
Come sempre quindi è evidente che ogni avanzamento sul piano delle conoscenze può andare in una direzione o in un’altra: verso una crescita della libertà e del benessere soggettivo e sociale, oppure verso una regressione del tipo di società delle termiti…
Ma poichè l’uomo grazie all’articolazione mente-cervello è costituito di molta indeterminazione e dunque di libertà, si dovrebbe aver fiducia che le nuove conoscenze saranno usate per il suo bene, e non invece per un arretramento oscurantista che taglierebbe le gambe forse in modo definitivo a ogni sviluppo delle libertà e del progresso conoscitivo.
Tutta la storia dell’umanità insegna che gli uomini hanno resistito alle tirannie di ogni tipo, anche quando sembrava che esse fossero vincenti. Sempre c’è stata una reazione da qualche parte, indicativa anche quando a combattere fosse stata una sola persona. E la storia del XX secolo dimostra proprio che questa terribile battaglia per la libertà può essere vinta, sebbene si tratti di una battaglia che non si concluderà mai, almeno finchè l’uomo rimarrà sapiens, perchè le forze dell’oscurità sono sempre in agguato e pronte a colpire ogni autentico progresso. Perchè non bisogna dimenticare peraltro che il più grande nemico dell’uomo non sono né gli animali né tantomeno la natura, ma il nemico più pericoloso si annida nel suo essere più profondo, in quei meccanismi psicologici tipicamente umani che fanno resistenza alle novità e che inducono l’uomo a ripetere esperienze, per lo più negative, già percorse una volta. Ciascun essere umano quindi deve guardare dentro se stesso, e chiedersi se una dittatura poliziesca o una manipolazione delle menti a opera di un qualche potere non potrebbe essere evitata se soltanto lui fosse più razionale e accorto nei suoi comportamenti.

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