“Che cos’è la Coscienza” di Giorgio Ortu
Il fisico matematico Roger Penrose afferma di non sapere cosa sia la coscienza; il neurologo Antonio Damasio la colloca nel sistema limbico. Forse Penrose non ha pensato al fatto che la coscienza è strettamente connessa al linguaggio, dipende anzi per la sua origine dal linguaggio stesso. Verso i diecimila anni fa, dopo che Cro-Magnon era apparso già da circa trentamila anni, termina la formazione del linguaggio “astratto”(1) e comincia la rivoluzione neolitica: allora nasce anche la coscienza umana. Infatti, se il linguaggio astratto ha permesso l’organizzazione del reale secondo una rigida struttura, consentendo quindi all’uomo un’esistenza “razionale”, nel passato non poteva esserci coscienza piena perchè la coscienza esiste solo laddove c’è un rapporto della mente a un oggetto stabile, che viene appunto colto dalla coscienza, e la “stabilità” degli oggetti, lo stesso oggetto, è data dall’organizzazione che il linguaggio fa della realtà.
Indietro nel tempo, oltre diecimila anni fa, e fino alle origini di Cro-Magnon c’era un linguaggio “concreto” (2) che come tale restituiva un mondo indeterminato, dove non esisteva appunto nulla di stabile e definito (3).
La “coscienza” dell’uomo del linguaggio concreto non era ovviamente la stessa dell’uomo neolitico. La prima scattava nella mente quando questi uomini parlavano il loro linguaggio primitivo e inconsapevolmente facevano cozzare le parole assonanti fino a produrre un “corto circuito di significato” che determinava l’emergere della coscienza. Era quindi una coscienza che compariva a tratti, intermittente.
La coscienza moderna si presenta alla mente dell’uomo con continuità, sebbene esistano dei tempi morti in cui essa è assente. Quest’ultimo caso avviene quando si parla o durante il compimento di operazioni automatiche (tipica è la guida dell’automobile). Si può quindi usare il linguaggio senza averne coscienza; per fortuna di solito si sbaglia e l’interlocutore interviene a correggere. Ma perchè si sbaglia? Qui non è questione di lapsus freudiano, nel quale c’è invece la coscienza., e che di solito riguarda l’uso di una sola parola. Quel che conta, nell’errore che toglie la coscienza, è l’apparecchiatura della mente in quel determinato momento, ciò che si potrebbe chiamare il “set”, l’orientamento, che ha a che fare con programmi, desideri, bisogni, paure, speranze, ecc., che prevalgono sul contesto linguistico determinando l’uso di parole sbagliate, e in cui giuoca un ruolo essenziale l’emozione.
(1) Per linguaggio astratto intendo quel linguaggio fatto di universali che consentono alle parole di essere usate in contesti linguistici differenti. E’ il linguaggio che costruisce la realtà, dà vita a un mondo chiaro e ordinato.
(2) Per linguaggio concreto intendo un linguaggio in cui non esistono gli universali o le categorie, e quindi è un linguaggio fluttuante incapace di classificare il reale secondo strutture forti, e dove la comunicazione avviene per via emozionale.
(3) E questo a differenza degli animali, i quali, pur privi di linguaggio articolato, vivono in un mondo “ordinato” grazie alla presenza in loro di “schemi” primordiali.
La coscienza come autocoscienza non è semplicemente la coscienza di sé, ma è questa coscienza con in più la coscienza simultanea dell’oggetto. L’autocoscienza non sempre si accompagna a una coscienza diretta. Questo caso accade quando si è in presenza di operazioni di tipo automatico che non necessitano della coscienza diretta (4). Nell’esempio della guida dell’automobile il guidatore può non essere cosciente della sua guida, ma può esserlo del paesaggio che attraversa, del traffico o della conversazione con un passeggero, e nel contempo essere cosciente di sé. Talvolta la coscienza-autocoscienza lampeggia, come quando riguarda il sé o l’Io e la situazione vissuta intesa come totalità o come “forma”.
La coscienza è soprattutto affare della mente e come tale essa ha soltanto un immediato fondamento cerebrale. Cioè, nasce dal cervello, ma poi diviene in gran parte autonoma. In presenza della coscienza il cervello infatti si attiva nelle aree deputate all’attenzione, nei lobi frontali responsabili delle facoltà intellettive, nelle aree del linguaggio, e certamente nelle aree delle emozioni (sistema limbico). Non esiste un’area specifica cerebrale che darebbe vita alla coscienza, ma esiste una cooperazione di aree capace di far sorgere la coscienza nei primi anni di vita.
La distruzione di aree corticali o sottocorticali può danneggiare la coscienza, tuttavia si tratta in questo caso semplicemente dell’assenza di un supporto materiale e non della distruzione della coscienza in se stessa.
La coscienza è situata in qualche parte del cervello, certo, ma nel senso che vi è semplicemente “adagiata” come facoltà mentale (5).
Si vuole ribadire insomma che la coscienza è sostanza mentale, sebbene come si è detto essa emerga dal cervello nei primi anni di vita del bambino, grazie allo sviluppo della relazione linguaggio-emozioni, quindi con una interazione delle aree del linguaggio col sistema limbico. Una volta che essa si è ben strutturata formando la personalità dell’individuo, diciamo attorno ai 3 anni, diventa un potente motore dell’evoluzione successiva del bambino. Infatti, a partire dai 3 anni lo sviluppo del bambino diviene vertiginoso, perchè esso è guidato dalla coscienza, che orienta e determina la curiosità infantile, la socialità, il giuoco ecc.
La coscienza-autocoscienza è ancora troppo giovane nella specie umana, e per questa ragione si può pensare che essa abbia la propria “sede” in aree sottocorticali del cervello,
(4) La coscienza diretta è il rapporto immediato dell’Io all’oggetto.
(5) Il caso dell’anestesia, che toglie la coscienza attraverso l’uso di farmaci che agiscono su aree corticali e sottocorticali, si spiega così con un “ripiegamento” della coscienza e una sua probabile collocazione in aree sottocorticali molto primitive, più primitive di quelle deputate alle emozioni, sicchè essa non può emergere.
come per esempio l’ipotalamo regolatore delle emozioni (6).
La coscienza infatti non potrebbe avere la sua “sede” in aree corticali perchè queste sono per natura incapaci senza la spinta delle emozioni di produrre pensiero o comportamento razionale, e la coscienza, “soft” per essenza, non reggerebbe di stare in “siti” così poco “rigidi”, cioè che sono particolarmente plastici, come quelli delle zone corticali. Essa necessita di un contrappeso forte, e questo può essere dato solo dalle emozioni, che la tengono stretta a sé. Per questo la distruzione di aree sottocorticali in cui sono implicate le emozioni sembra che distrugga a sua volta la coscienza, ma è solo che essa non è “tenuta” più assieme dalle emozioni, ed è costretta a “scivolare” verso le aree corticali divenendo in tal modo molto indeterminata. E nessuno sa cosa sia una coscienza-autocoscienza “indeterminata”; probabilmente si tratta di una coscienza “senza oggetto”, di una coscienza “pura” che non può essere comunicata dal soggetto, ma che pure esiste! Potrebbe essere qualcosa del tipo dell’Io che “naviga” in un mare indeterminato ed è in contatto solo con se stesso. Questa sarebbe la vera sfera assolutamente soggettiva della coscienza, non comunicabile ad altri, perchè la comunicazione sarebbe una determinazione della coscienza, ed essa diverrebbe allora coscienza-autocoscienza in rapporto a un oggetto.
Chiarito cosa sia la coscienza si tratta di porsi ora il problema del solipsismo. A un primo sguardo sembra che non ci sia nessuna garanzia epistemologica che la coscienza di un soggetto esista insieme a quella di altri soggetti e come tale venga percepita.
Costruiamo il discorso in questo modo:
(1) non so se esistono altre coscienze oltre la mia, non basta comunicarlo;
(2) per saperlo con certezza dovrei uscire fuori di me e andare a “toccare” le altre coscienze;
(3) ma questo è impossibile. E tuttavia ci sono almeno due possibilità alternative: la prima è tecnologica e riguarda il futuro scenario in cui può realizzarsi il trasferimento delle menti umane in altri supporti materiali, nelle macchine cioè. La seconda possibilità è che se non vogliamo comprendere la coscienza umana come una coscienza divina che non si forma nel tempo, la coscienza essendo qualcosa che si sviluppa attraverso l’interazione tra soggetti umani, questi soggetti devono essere intesi tutti dotati di coscienza per evitare che una coscienza (poniamo che sia “1”) nasca da una non-coscienza (poniamo uno “0”).
(4) Il punto “3” porta a concludere speculativamente ciò, che la possibilità è una categoria della modalità e quindi come tale possiede un principio di realtà per il suo rapporto col necessario.
(5) Si può concludere dunque dicendo che grazie al concetto di possibilità si è data consistenza logico-teoretica alla negazione del solipsismo.
(6) Secondo quanto affermato da Kandel, Schwartz, Jessell (Essentials of Neural Science Behavior), Simon&Schuster, 1995, l’ipotalamo come regolatore delle emozioni potrebbe costituire il legame di queste con la corteccia cerebrale.
Esiste una possibilità di dimostrare che la coscienza è mentale e non materiale, ed è la capacità che soggetti privi all’apparenza di coscienza (7) a causa della distruzione di siti cerebrali sottocorticali hanno di recuperare la coscienza. Questa possibilità consiste concretamente nell’indurre in questi soggetti la pratica attiva della scrittura. La scrittura infatti è per sua natura fondamentalmente cosciente, perchè l’oggetto materiale di cui si ha coscienza è il pensiero stesso proiettato, ma è anche emozionale. In tal modo è possibile ricostituire un legame di attivazione delle aree corticali (attivate dall’operazione della scrittura) con settori del sistema limbico emozionale, reintroducendo così la coscienza in questi ultimi “siti” cerebrali. E’ evidente che ciò è consentito dalla enorme plasticità del cervello che rende possibile l’attivazione di aree cerebrali vicine o simili a quelle distrutte che svolgono la stessa funzione di “ospitare” la coscienza. Queste aree cerebrali sottocorticali è probabile che siano collocabili nell’amigdala, che svolge un ruolo molto importante nell’espressione delle emozioni, come per esempio l’emozione della paura (8), ma anche esprime probabilmente il sentimento dell’attesa, e la coscienza non può fare a meno quando necessario di essere capace di un’attesa “razionale”, razionalità che è data dalla coscienza stessa nella sua collocazione presso l’amigdala. E riguardo alla paura, si può vedere che sia la coscienza sia la paura sono caratterizzate dalla determinatezza: la coscienza orienta e la paura è paura di un “oggetto” determinato.
(7) In questo caso, la coscienza si troverebbe in siti profondi cerebrali pre-emozionali.
(8) Kandel, Schwartz, Jessell, op.cit.
Share ThisRedazione :: 20 Ago 2004 :: Filosofia della Mente :: Nessun Commento »