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Archive for the 'Neuropsicologia' Category

“Malattie o semplici espressioni di pensiero ?” di Elia Tropeano

In neuro-programmazione digitale, materia d’indagine sviluppata dai modelli della PNL, riteniamo che certe malattie non si possono curare per un ragione abbastanza naturale, non sono malattie, ma semplici espressioni di pensiero, ovviamente anche il nostro è solo un modello.
Prima di cominciare la trattazione dell’argomento, rivolgiamo qualche domanda inconsueta:
mo qualche domanda inconsueta:
a.g
- “Le unità fondamentali della materia sono gli atomi; le unità di base della vita sono rappresentate dalle cellule; il muro da mattoni, ma quali sono le unità fondamentali del pensiero umano, come lo si può scomporre e in quanti elementi?
- Quanti pensano di saperlo?

- “Le unità fondamentali del pensiero sono tre: i suoni, le immagini e le sensazioni che corrispondono agli organi sensoriali; l’olfatto e il gusto poche volte entrano a far parte delle nostre strategie cognitive, pertanto, li esuliamo temporaneamente dall’esposizione”.

Esaminiamo un momento, la depressione e l’ansia.
La depressione coinvolge i tre sistemi sensoriali principali: immagini (V), suoni o parole (A) e sensazioni (K). In sostanza, i depressi costruiscono un’immagine visiva di qualcosa, di qualcuno o di un’esperienza dolorosa (Vc) che provoca sensazioni negative (C-) ed escono con un dialogo interno (Ad) di sconcerto circa le sensazioni avvertibili. Una sequenza concettuale: Vc— C_— Ad, in termini di neuroprogrammazione B — E — B, ove B = Vc che denota l’accesso all’emisfero sinistro del cervello; E = C, cioè, accesso simultaneo ad entrambe gli emisferi cerebrali; A = accesso alla memoria e di conseguenza all’emisfero destro che in questo caso è assente.

Lo sconcerto, rappresentato dal dialogo interno, è giustificato dal fatto che, i depressi non sono consapevoli della provenienza delle sensazioni negative (C-) perché l’immagine costruita (Vc), terrificante o meno, non supera il livello di soglia d’accesso alla coscienza, pertanto non sono consapevoli di chi o cosa scateni le sensazioni somato-viscerali. Figuratevi che, in alcuni casi, nemmeno il dialogo interno riesce a superare test di soglia; pertanto certi soggetti, non sono consapevoli nemmeno del loro stesso dialogare interno, ma consci esclusivamente delle sensazioni negative cui avvertono sopraffazione.
Le sensazioni: negative, positive o neutre, che possiamo indicare rispettivamente con C-, C +, C, fanno parte della stessa categoria sensoriale K, quella cinestetica, cioè, un elemento dell’umano pensiero.

La depressione non è altro che una sorte di riflessione elaborata a tre differenti modalità di sistemi rappresentazionale sensoriali di cui uno, quello cenestesico, assume maggiore valore di fluttuazione rispetto agli altri: sistemi rappresentazionali secondari.

La sequenza Vc — C_— Ad o meglio B — E — B ruota intorno a se stessa creando un circolo vizioso che si interrompe quando uno dei tre stadi, che compongono il pensiero speculare, venga bloccato dall’elemento digitale opposto della stessa classe d’appartenenza.

In termini di neuro-programmazione, la sequenza sensoriale da B verso B, rappresenta un circuito logico a cascata, senza uscita e con tre ingressi. Per uscire dal circuito chiuso, cioè, dallo stato depressivo, ed entrare in un’altra sequenza di pensiero, basta negare uno o più ingressi [sembra che le classi di riferimento, definite dagli elementi binari Vc/Vr, Ad/Ar, C+/C- siano più di tipo AND che OR, rispettivamente prodotti e somme binarie, operazioni definite su due elementi delle tre classi. Particolare attenzione sul NOT o negazione, definita su un solo elemento della stessa classe di sistema rappresentazionale su cui intendiamo porre la nostra azione. La difficoltà ad allacciarci all’algebra booleano sta nel fatto che le classi V, A e K, in termini di programmazione neurolinguistica: sistemi sensoriali, possiedo più elementi digitali o binari (per noi ‘sottoclassi’), infatti, ad esempio, oltre ad avere Vc/ Vr abbiamo anche Vi e Ve, rispettivamente immagini interne ed esterne di cui Vc/Vr fanno parte della classe Vi ].
Una curiosità, in diversi persone abbiamo riscontrato che i sistemi adottati per innamorarsi e ingelosirsi, hanno la stessa sequenza formale della depressione:

Vc — C— Ad, pertanto se i partners danno adito alla gelosia, queste si sentiranno innamorate, ma, allo stesso tempo, depresse.
Comunque, per negare un ingresso, dobbiamo inserire un NOT sulla porta, cioè agire sui sistemi che nel circuito percorrono la stessa via neurale in modo da annullare il segnale deprimente in modalità reciproca.

Negando il primo ingresso, Vc, d’inizio sequenza, mediante l’inserimento di un Ve (immagine visiva esterna) il cerchio non ha più possibilità di chiudersi pertanto darà vita ad una nuova uscita, ad una nuova sequenza e all’interruzione dello stato problematico. Le immagini interne (costruite o ricordate) e quelle visive esterne (osservazione diretta della realtà circostante) percorrono le stesse vie neurali, pertanto si annullano e/o escludono a vicenda. Per negare il secondo ingresso ( C-) bisogna inserire una C +, una sensazione positiva, oppure, più semplicemente, una sensazione tattile esterna. Il terzo ingresso, si nega mediante l’ascolto attivo dei suoni che si sviluppano nell’ambiente (rumori, voci, melodie, ecc.).

In sostanza, le immagini interne neutralizzano

l’osservazione esterna; il dialogo interno neutralizza l’ascolto esterno; le sensazioni interne neutralizzano le sensazione esterne. Ovviamente le ambivalenze sono relazioni reversibili, condizioni sia necessarie che sufficienti.
Come è possibile, allora, che certi discenti riescano a studiare mentre ascoltano della musica? Perché essi, ad esempio, leggono testi ed ascoltano canzoni in simultanea senza che si neutralizzi l’un o l’atro?

Dipendente dal fatto che essi utilizzino la lettura veloce, una lettura in cui è implicato principalmente il sistema visivo (V) e non quello auditivo (A). Ovviamente chi usa la lettura all’impronta ha solo due possibilità: o legge, o ascolta musica, infatti nella lettura all’impronta è coinvolto essenzialmente il sistema rappresentazionale auditivo (A).
In sintesi, esistono due tipi di letture fondamentali: quella veloce e quella all’impronta. La prima coinvolge il sistema rappresentazionale visivo; la seconda, quello auditivo. Le terza possibilità consiste in un misto delle due letture.
Ancora un esempio: il prurito è una sensazione cenestesica interna che si annulla mediante grattamento, e non è che poi bisogna ripetere la cura nel tempo, basta una semplice applicazione. Anche il dolore è una sensazione interna che si annulla attraverso attuazioni di impressioni digitali tattili esterne. Ovviamente i nostri sistemi sensoriali distinguono solo le variazioni percettive d’arrivo. Per chi volesse sperimentare le nostre metodiche, tenga presente che, ad esempio, la digito pressione deve essere variabile e non profonda perché la profondità trasforma la cenestesia esterna in cenestesia interna e va a sommarsi alle sensazioni dolorose esistenti. Praticamente, per di lenire il dolore, con il contatto esterno, non si deve premere sulla zona indolenzita in maniera energica, perché le sensazioni esterne si trasformano in interne e ne aumentano l’intensità del dolore.

Dobbiamo, semplicemente, creare variazioni di pressione mediante contatti sulla zona superficiale interessata. A proposito, ci è capitato che il dolore sia scomparso toccando parti del corpo discosti dalla zona dolorosa. Abbiamo anche scoperto che diverse zone del corpo contengono punti anestetici che possono neutralizzare forti indolenzimenti localizzati ad una certa distanza da questi punti.
Anche i suoni risentono della variabilità, un suono si percepisce solo se abbia una frequenza variabile, ad esempio, il suono fisso di una sirena protratta nel tempo, ad un certo punto, non si riesce più a percepirla, quindi esiste un certo margine di sfasamento tra la percezione e tempo intercorrente d’annullamento.

Anche l’olfatto e il gusto risentono del fenomeno fisiologico. Un odore costante dopo un certo tempo non si percepisce più, così come un gusto, anzi provoca nausea o rigetto.
L’organo della vista percepisce gli oggetti in movimento più di quelli fissi. Infatti, il semaforo, le luci intermittenti delle frecce dell’auto ne costituiscono un esempio. In pratica l’organo della vista percepisce solo le variazioni di luce, di colore, movimento ecc., se queste non dovessero variare non riusciremmo a percepire le immagini esterne. Tuttavia gli occhi ci arrivano in soccorso: essi avviano movimenti automatici (nistagmi), microcomportamenti non percettibili che concorrono a creare variabilità.

A proposito della vista, non capivamo come mai la maggior parte dei soggetti su cui facevamo interventi di neuro-programmazione digitale entravano rapidamente in trance, nonostante cercassimo di tenerli vigili. Non usavamo l’ipnosi, tuttavia li addormentavamo. Quando avemmo contatti con gli ipnotizzatori ufficiali, ci accorgemmo che loro avevamo un problema opposto al nostro: non sempre riuscivamo ad addormentare tutti i soggetti.

Probabilmente, il nostro guardare fisso negli occhi, al fine di scoprire indizi visivi d’accesso, poteva rappresentare una comunicazione a livello subliminale di sospensione dei nistagmi automatici, pertanto la visione esterna si annullava

ed i soggetti entravano in uno stato alterato di consapevolezza. I calcoli ci portano a ritenere che i nistagmi non sono orizzontali o verticali, ma strutturati tridimensionalmente, come d’altronde riteniamo siano i movimenti di scansione oculare (sembra chi i nistagmi siano amputabili ai nuclei vestiboli-oculari).

Tempo fa, per l’induzione, si usavano: pendoli, spirali, sfere di cristallo o semplici osservazioni di punti situati al di sopra del livello degli occhi, sarebbe stato più opportuno creare strumenti atti a variare luminosità, colore e grandezza dell’immagine, caso mai manipolando le ombre. Probabilmente, il soggetto sarebbe entrato rapidamente in uno stato stuporoso e/o di affascinazione. Ciò nonostante, l’esperimento non avrebbe funzionato sui soggetti auditivi, ove bisognava creare strumenti per produrre tutta una gamma di fonti sonore ( per inciso, quando comunichiamo con le persone, che vogliono apprendere nuovi schemi comportamentali, usiamo una comunicazione verbale ridondante di variabili analogiche auditive: tono, ritmo, provenienza, cadenza, volume, questa ultima funzione non lineare, ma logaritmica).

Da tre anni circa, in certi casi, mentre comunichiamo con determinate persone, inseriamo nel tono di voce operatori modali di inframmettenza, specificamente di necessità. La metodologia la ricavammo da una pubblicità della TIM che alcuni anni fa appariva sui canali televisivi nazionali. In sintesi, il conduttore pubblicitario usava per tutta la durata dello spot un tono di voce preoccupato, a noi sembrava che stesse comunicando: “ Se non acquistate l’abbonamento TIM, potrebbe succedervi qualcosa”, il qualcosa non era specificato, ma creava un certa spinta all’ansietà”. Non sapevano se il messaggio fosse stato inserito in modo casuale o volontario. In questo ultimo caso, i pubblicitari possedevano una conoscenza circa la comunicazione di massa superiore alla nostra.

Successivamente, riscontrammo lo stesso messaggio in una pubblicità, sembra della FIAT: stesso operatore, stesso tono di voce, da noi interpretato così:: “ Se non comprate la FIAT potrebbe succedervi qualcosa”. Non siamo in grado di stabilire se la forma pubblicitaria sia stata creata appositamente o frutto di una coincidenza, tuttavia, abbiamo assimilato una tecnologia che usiamo efficacemente a certi livelli di competenza comunicativa.
Ciò nonostante, abbiamo avuto modo di ridire sulla pubblicità del numero 1240, nonostante l’insistenza, le persone non riuscivano a ricordare il numero 1240.
Il motivetto, ripetutamente esaltato, appartenente al sistema rappresentazionale A, indirizzava il messaggio alla memoria auditiva che ha valori intorno allo zero. Sarebbe stato più logico inviarlo in discontinuità su uno schermo luminoso per spedire la comunicazione (il numero telefonico) verso la memoria o corteccia visiva, enormemente più ampia.

Comunque, per ritornare ai nistagmi, il fenomeno non riguarda solo stato di veglia, ma anche quello di sogno. Nei sogni per poter osservare l’ambiente circostante, gli occhi si muovono in modo automatico, l’unica differenza che essi non sono microcomportamenti, ma manifestazioni

osservabili, la cosiddetta fase REM. La macroscopicità della fenomenologia è dovuta sia ai movimenti nistagmatici sia a quelli di scansione oculare, cioè allo spostamento degli occhi in alto e a destra per la costruzione delle immagini, una costruzione che prende spunto dall’accesso rapido agli eventi della giornata appena trascorsa e a stento memorizzata, perché non del tutto salvata (spostamento degli occhi non solo a livello, ma anche in alto e a sinistra). Stando così le cose, l’emisfero sinistro elabora la sceneggiatura, poi, la impronta ed infine, mediante i movimenti automatici dei globi oculari, permette di percepirla. Lo sfasamento tra l’impronta e la visione non comporta significative variazioni temporali, probabilmente avvengono con scarti di decimi di secondi. Nei sogni non avendo il concetto del tempo e delle distanze percorse, le due dimensioni (spazio percorso e tempo impiegato a percorrerlo) sono codificati in elementi di moto. Il movimento, nei sogni, rappresenta l’unità fondamentale di codifica degli eventi accaduti nella giornata antecedenti al sonno, e sperimentati nei sogni sotto forma di processi, ma con indici riferenziali cambiati. Immediatamente prima del risveglio, i processi sono riconvertiti in eventi (gli elementi di moto del sogno sono nominalizzati, salvati e, quindi, memorizzati) e ripristinati gli indici riferenziali.

Non abbiamo intenzione di usare il termine nistagma in modo improprio, pertanto ci riserviamo di apportare i dovuti aggiornamenti. Nei sogni, comunque, non possiamo riprodurre immagini ricordate, tranne nei rari casi in cui l’emisfero destro assume le funzioni di quello sinistro, ma solo quelle costruite, cioè quelle nuove, quelle che non abbiamo mai visto prima (funzionalità dell’emisfero sinistro). Le immagini costruite che nello stato di veglia sono sia analogiche che digitali, in quello di sogno sono esclusivamente analogiche. Le submodalità visive analogiche sono il colore, la luminosità, la grandezza, il movimento dell’immagine, ecc.; quelle digitali: associazione /dissociazione.

Un immagine mentale è associata quando osserviamo la scena con i nostri occhi, ci vediamo le mani, la parte anteriore del nostro corpo e il contesto ambientale in cui siamo coinvolti. Un’immagine mentale è dissociata, quando vediamo anche noi stessi nell’immagine e come interagiamo in quel contesto. Nei sogni non è possibile creare immagini dissociate di noi stessi altrimenti ci svegliamo.

Anche il sistema sensoriale auditivo, in assenza di suoni esterni, avvia procedimenti di variabilità (chiamiamoli per il momento nistagmi auditivi, ma facciamo appello alle persone che seguono le nostre news di venirci in soccorso in modo da etichettare una terminologia, esistente o meno, appropriata al testo in via di aggiornamento o, come diciamo noi, in processione) che si presentano per lo più sotto forma di intermittenti e continuati brusii che spesso sono codificati visivamente come puntini luminosi e

cenestesicamente come formicolii.

Per collegarci alle origini delle malattie, bisogna tener presente che il processo del pensare è codificato e memorizzato a livello fisiologico. I parametri chimico fisici sono influenzati dalla modalità di pensiero. Un certo pensare, crea uno specifico stato fisiologico, quindi, determinati valori di zuccheri nel sangue, determinata pressione arteriosa, ecc.. Col mutare del pensiero, proporzionalmente cambiano i valori indicati.
Figuratevi che nelle personalità multiple certi soggetti sono diabetici in una personalità e sani in un’altra. Allergici in una e normali nell’altra.

Un giorno, un signore diabetico affermò che da circa una settimana i valori glicemici risultavano bassi nonostante non avesse cambiato dieta e dosaggi di insulina. Risposi: “Chissà cosa state pensando in questo periodo”. Sarebbe interessante far assumere nuove personalità ai sofferenti e verificare i loro parametri clinico chimici.

Nel libro “Convinzioni” di Robert Dilts c’è una testimonianza di una donna che con il pensiero riusciva a variare il numero di globuli bianchi nel sangue, i medici erano sorpresi, parliamo di leucemia, eppure la cosa funzionava in modo automatico e ripetibile.

L’ansietà, rappresentata da una sensazione di qualcosa che potrebbe accadere: operazione modale di inframmettenza. Gli operatori modali di intromissione, di cui si conoscono due tipologie: quelle di possibilità e di necessità, attuano cancellazioni di materiale presente tra la struttura di riferimento (sommatoria di tutte le nostre esperienze) e la struttura linguistica profonda, producendo strutture linguistiche superficiale che, per definizione, implicano spazi di rimozioni sottoponibili e/o assoggettabili a metamodellamento linguistico.

Lo stato di ansia, nel complesso, si presenta come se fosse scaturita da una raffigurazione di futuro incerto (Vc) che presentano similitudini strutturali, o di processo, alla depressione circa il fatto che alcuni componenti (elementi o stadi) del pensiero non superano il livello di consapevolezza.
Negli interventi riusciti, da noi compiuti, la cosa di cui siamo rimasti più conquistati non è stato tanto il fatto che certe sintomatologie siano scomparse in modo straordinario, ma dalla constatazione che il cambiamento sostanziale della persona, come esseri umani totali, sia avvenuto nella modalità di pensiero.

Giusto-equo, consigliamo ai sofferenti di modificare l’abituale sistema di pensare, concentrarsi quindi sull’uscita, il risultato. Per fare un esempio, alcuni soggetti, precedentemente al nostro intervento, prestavano attenzione coattiva circa la sintomatologia. Successivamente, la ponevano sui miglioramenti, processioni insite in tutti noi. Miglioramenti, che una volta avviati e salvati, come naturalmente avviene, sono impossibilitati dall’essere arrestati.
Cosa dire della sintomatologia del dolore? Abbiamo incontrato persone sofferenti di cervicale e di ernia al disco. Abbiamo svelato loro che non tutti quelli che avevano problemi di cervicale ed ernia avvertivano dolore e che il dolore non era altro che un’espressione del loro pensare. Sarebbe stato meglio, quindi, apprendere le modalità di pensiero dei soggetti che avevano la soluzione. Qualcuno ci aveva posto un problema di ecologia, ma abbiamo risposto che nel 90% dei casi, gli indolenzimenti erano dovuti alla contrazione cronica di piccoli muscoli intervertebrali causati dall’aver preso una certa dose di raffreddamento. Abbiamo esposto anche la nostra opinione circa l’ernia al disco: nella maggior parte dei casi, trattasi solo di contrazioni della muscolatura scheletrica e che i risultati della tomografia, TAC, era una fenomeno che, statisticamente parlando, coinvolgeva una naturale casistica sociale.
Dissociazione visivo/cenestesico

La dissociazione può essere usata per il controllo del dolore; se ci osserviamo sentire dolore, non siamo nel nostro corpo a provarlo. Perché la cosa funzioni, dobbiamo insegnare al nostro cervello a farlo automaticamente, senza consapevolezza, altrimenti riusciremo a lenire le sensazioni solo nell’istante in cui ci dissociamo.

Chi è sofferente assume una caratteristica postura cenestesica (cinestetica), si china leggermente in avanti fino a piegarsi completamente in proporzione all’intensità del dolore; contemporaneamente la respirazione si sposta nell’addome ed aumenta di profondità. Basta visualizzare se stessi da un qualsiasi punto dello spazio e scoprire da quale posizione si ottiene maggior beneficio. Possiamo vederci dall’alto, dal basso, da destra, da sinistra, dalla porta, dalla finestra ecc. una volta scoperto la submodalità visiva spaziale che funziona di più, si allontana l’immagine dissociata in modo graduale fino a farla diventare un punto lontano nello spazio. In questo caso, nel momento in cui ci riusciamo, la nostra postura diventa visiva, dritta con le spalle alzate e la respirazione, poco profonda, si sposta nella parte alta del petto. Una trascrizione dal vivo della dissociazione visivo/cenestesica, quì sotto riportata, ci è stata inviata dal dott. Limontini.

Trascrizione
L’altro giorno, mio figlio più grande, Luca, appena sveglio, mi riferisce un dolore violento all’inguine dx. Il dolore è forte e fastidioso al punto tale che zoppica nel camminare e soprattutto, grande fonte di dispiacere per lui, non sarebbe stato assolutamente in grado di fare la partita del campionato di pallacanestro prevista in serata. Su mia richiesta mi racconta che durante l’allenamento di pallacanestro di ieri sera, si è stirato a livello dell’inserzione prossimale del m. adduttore della coscia dx, ma da “caldo” il dolore era sopportabile e non ci aveva dato tanta importanza. Gli faccio assumere una compressa di paracetamolo per permettergli di andare a scuola e gli prometto che gli avrei risolto il problema dopo pranzo. Giunto il momento, svanito l’effetto del paracetamolo, faccio sdraiare a fatica Luca sul divano di casa. Eseguo una serie di test per valutare la motilità consentita alla coscia e mi riferisce che il dolore all’inguine è insopportabile soprattutto nei movimenti controresistenza in adduzione, ovviamente. Abbiamo a che fare con uno dei nemici peggiori di un atleta: la pubalgia! Non mi perdo d’animo e chiedo a mio figlio di non preoccuparsi e di rilassarsi dolcemente. Metto subito la mia mano dx sul suo torace e cerco di entrare in sintonia con la sua respirazione. Attendo qualche minuto e gli tocco con la mia mano sin il suo braccio destro e la fronte ed in pochi istanti mi rendo conto che è perfettamente rilassato. Gli dico di provare ad immaginarsi vicino alla porta della cucina e di vedersi sdraiato sul divano. Ci riesce, ma dice di fare fatica. Gli chiedo di rimpicciolire l’immagine e di allontanarla dolcemente e riferire l’effetto che fa sul dolore. Ci riesce, ma mi conferma che fa fatica e che preferirebbe immaginarsi di essere sul soffitto della stanza e di guardarsi dall’alto. Gli confermo che per me va bene e quindi di proseguire nell’esercizio di rimpicciolire e allontanare l’immagine di sè sul divano ancora di più. Ci riesce senza difficoltà e dice di stare decisamente meglio, e nel dirmelo, il suo sguardo è decisamente stupito e incredulo. Insisto e gli chiedo di rimpicciolire e allontanare l’immagine sempre di più fino a farla svanire in una bolla di sapone profumata e colorata e, quando la bolla si rompe, di risvegliarsi e tornare tra noi senza fretta. In poco tempo apre gli occhi, si mette seduto sul lettino guardandosi intorno stupito. Non osa chiedere cosa e come sia potuto succedere, ma è felice perchè non ha più dolore. Eseguo di nuovo i test di valutazione muscolare e anche nei movimenti di adduzione controresistenza non avverte alcun dolore. In serata riesce a giocare la partita e non ha mai avuto alcun problema. …che soddisfazione!

Saluti. Dott. Stefano Limontini (Novara, marzo 2007).

“I Sogni: fisiologia, funzione ed interpretazione” di Elia Tropeano

Fisiologia e funzione
Il passaggio dallo stato di veglia a quello di sonno avviene in modo graduale e coincide con il rallentamento delle nostre funzioni fisiologiche.
Il calo fisiologico, non appena giunge il livello critico, attiva l’emisfero sinistro (emisfero dominante del cervello), il quale inizia a costruire immagini, suoni e sensazioni: i sogni, con lo scopo di ripristinare i valori chimico-fisici dello stato di veglia. Dopo il ripristino avviene nuovamente il calo ed il ciclo si ripete per tutta la durata del sonno.
I sogni sono in grado di provocare l’innalzamento dei parametri chimico-fisici, ma devono essere continuamente interrotti per evitare che essi raggiungano valori elevati, quindi il rischio di farci svegliare. Le interruzioni continue provocano una condizione d’amnesia sempre più profonda, proporzionale alle interruzioni.
Durante il sogno, non avendo totale accesso all’emisfero destro, non abbiamo identità, né facoltà di ricordare, anzi la funzione mnemonica è circoscritta agli eventi della giornata appena trascorsa. Non abbiamo il concetto del tempo e delle distanze, né di residenza.
L’unica funzione mnemonica che rimane è quella di tipo spazio-temporale, la quale entra in attività mediante collegamenti rapidi d’accesso all’emisfero destro. Diventiamo consapevoli, infatti, di avere un fratello, un figlio, una moglie, ecc. solo se essi compaiono nel sogno.
Per svegliarci è indispensabile che entrino in attività entrambi gli emisferi e, precisamente, quando i collegamenti rapidi d’accesso all’emisfero destro si fanno sempre più frequenti. In questo caso, più coordinate spazio-temporali si congiungono e il sogno appare sempre più collegato alla vita reale.
A livello fisiologico, la sveglia avviene quando le sensazioni aumentando d’intensità provocando un innalzamento dei parametri chimico-fisici.
A livello neurologico quando entrambi gli emisferi hanno attività simultanea.

Funzione dei sogni
I sogni servono per ripristinare lo stato fisiologico dell’organismo che ha subito un notevole rallentamento e per creare uno stato mentale che consente, dopo il risveglio, una capacità d’orientamento spazio-temporale istantanea.
Nel caso dovessimo svegliarci accidentalmente, mentre è in atto il calo fisiologico, cioè, senza un sogno in corso, avremmo grossi problemi a spostarci nell’ambiente circostante, scarse capacità sensoriali di vigilanza e difficoltà a coordinare semplici movimenti.
I sogni rappresentano anche un meccanismo di salvataggio delle impostazioni e/o informazioni raccolte nella giornata appena trascorsa e caricamento di tutti i programmi motori o di pensiero, dai più semplici a quelli più complicati. Gli eventi memorizzati e le abitudini non necessitano di essere recuperati perciò non sono rappresentate nei sogni, ma solo connessi concettualmente.
Quando i sogni sono sospesi per motivi accidentali o per traumi, recupero e caricamento non saranno eseguiti pertanto le persone avranno difficoltà a ricordare eventi ed esperienze anche  lontane.
I sogni spostano gli indici riferenziali, in altre parole le informazioni dall’emisfero destro a quello sinistro e trasformano gli eventi in processo in corso. Prima del risveglio gli indici sono ripristinati e i processi convertiti in eventi secondo l’originale sequenza temporale.
Esempio, vado all’ufficio in auto: sogno di viaggiare in un pullman e di entrare in un palazzo, gli indici di riferimento sono spostati dall’auto al pullman e dall’ufficio al palazzo. Parlo a mio fratello: sogno di parlare ad un amico, l’indice si sposta da mio fratello all’amico.
Prima del risveglio gli indici sono sistemati perciò potrò ricordare di essere andato in ufficio e di aver parlato con mio fratello.
A livello linguistico i processi in corso sono rappresentati da verbi: apprendere, pensare, camminare …; gli eventi sono rappresentati da nominalizzazioni: apprendimento, pensiero, camino … . Le trasformazioni dei processi in eventi (nominalizzazioni) sono dovuti a procedimenti universali di modellamento. Alcuni trasformano i processi in eventi come nella difficoltà di apprendimento; altri, eventi in processi come nelle fobie.
Nota: per eventi della giornata trascorsa si intendono pensieri, rappresentazioni e idee, non solo fatti accaduti.

Interpretazione
L’interpretazione dei sogni si realizza semplicemente con il ripristino degli indici riferenziali, questi sono stati cambiati nella fase onirica col fine di deformare o camuffare gli eventi della giornata trascorsa (il riconoscimento potrebbe farci svegliare), pertanto l’interpretazione porta inevitabilmente a ricostruire fatti da poco accaduti, anche quelli meno significativi.
Un caso semplice di interpretazione è quello di un sogno in cui un mio amico puliva la finestra di un ufficio, mi ricordai che quel giorno avevo pulito il finestrino della mia auto. Un caso più complesso: sognai di trovarmi in una grande stanza dove alcuni parenti giocavano a carte, durante la giornata ero entrato in un bar dove c’erano delle persone che giocavano a poker (la grande stanza rappresentava il Bar).
La sindrome del faraone
Il sogno del faraone: sette vacche magre che divoravano sette vacche grasse, citato nella Bibbia, fu interpretato da Giuseppe come sette anni di abbondanza e sette di carestia.
Gli indici furono così spostati:
sette vacche   =  sette anni
vacche magre = carestia
vacche grasse = abbondanza.
Il faraone non riconobbe l’interpretazione come qualcosa scaturita dai suoi stessi pensieri, nonostante Giuseppe lo avesse aiutato a ripristinare gli indici di riferimento. Il faraone non riusciva a ricordare la sua stessa premonizione, probabilmente era affetto da una sindrome che non gli consentiva il ripristino dei dati in memoria; si può anche ipotizzare che il sogno l’abbia fatto Giuseppe.
Giuseppe quasi certamente interpretava i sogni del faraone per il ripristino degli indici riferenziali: un giustificato intervento terapeutico per l’attivazione dell’emisfero destro di cui alcune funzioni erano soggette ad un procedimento di cancellazione delle informazioni.

Associazione / dissociazione
Durante la fase di sogno le nostre immagini mentali sono solo di tipo associate. Siamo associati ad un’immagine quando, ad esempio, ci vediamo le mani, i piedi, la parte anteriore del nostro corpo, ma non il viso; siamo dissociati quando vediamo noi stessi, la nostra figura; se dovessimo dissociarci, immediatamente ci svegliamo, la ragione di tale fenomeno non è ancora chiara, mi riservo tuttavia di spiegarlo in una prossima pubblicazione.
La differenza tra lo stato di veglia e quello di sogno può essere così riassunta: nello stato di veglia siamo sia associati che dissociati, in quello di sogno siamo sempre associati.
Nota: l’associazione fa aumentare l’intensità delle sensazioni.

Sovrapposizione
Un sogno è l’insieme di singoli pezzi di sogni fatti nel periodo relativo al calo fisiologico, cioè, in un solo ciclo. I pezzi di sogni presentano contesti differenti come fosse un singolo sogno a diversi contenuti.
Generalmente nei sogni si verificano sovrapposizioni d’immagini, che all’indagine presentano relazioni concettuali. Ad esempio, mentre sogniamo di parlare con un amico vi si sovrappone l’immagine di un’altra persona (la sovrapposizione non è sempre percettibile e perciò improvvisamente ci troviamo a parlare con un’altra persona). La sovrapposizione, cioè, lo spostamento dell’indice riferenziale, segnala la fine di un pezzo di sogno e l’inizio di un altro, ma l’interruzione provoca il mancato invio in memoria dell’immagine precedente.

Tratto dal mio libro: Elia Tropeano ‘TERAPIE ISTANTANEE’ manuale di neuro-programmazione digitale, Bologna 2004, Pitagora Editrice, cfr. capitolo 5 pag. 61; cfr. capitolo12, pp. 103-104.

“I sogni in sintesi” di Elia Tropeano

I sogni assolvono diverse funzioni, tra cui: farci orientare istantaneamente dopo il risveglio, operare il salvataggio delle informazioni apprese nella giornata antecedente al sonno e caricamento di tutti i programmi comportamentali e di pensiero. Nel caso dovessimo svegliarci accidentalmente senza un sogno in corso avremmo grossi problemi a spostarci fisicamente nello spazio, a coordinare semplici movimenti, ecc.. Questa è la sintesi di alcuni miei articoli apparsi di recente su internet, tuttavia non ho citato il caso di una maestra, la quale raccontò che una sera, mentre era impegnata con una amica a studiare per prepararsi ad un concorso, si fece notte e si addormentò sui libri, ma improvvisamente sveglia si mise ad urlare terrorizzata perché non capiva cosa facesse quella donna a casa sua. Impiegò del tempo per orientarsi e riconoscere l’amica sconvolta dall’evento.
Una signora, dopo aver letto i miei articoli, si è sentita rassicurata per un episodio capitato al figlio quindicenne. Una notte sentiva dei rumori, accese le luci e vide il figlio che gironzolava faticosamente nella stanza, ma non era in grado di esprimersi e spiegare cosa stesse facendo. Lei pensò ad un ictus, non sapeva cosa fare; subito intervenne il marito e insieme cercarono di soccorrerlo. Più tardi il ragazzo si riprese completamente e spiegò di aver accusato problemi dopo essersi svegliato, compreso una paralisi al braccio. Si era trattato semplicemente di un risveglio accidentale, ovviamente senza un sogno in corso.

“I livelli neurologici del cambiamento” di Paolo Manzelli

Le fondamentali concezioni che permettono di accelerare la “costruttore di una realta’ mentale creativa in un contesto storico-evolutivo”. si possono evidenziare sulla base di una concezione di estensione tra < Cervello e Mente > , e cioe’ correlando coscientemente  lo sviluppo delle intelligenza umana alla evoluzione della intelligenza della natura  di cui siamo partecipi. .

Quanto sopra premette la definizione di un modello di rappresentazione dei livelli neuronali della realta’ quale prerequisito ad elevato contenuto logico-cognitivo finalizzato ad accelerare una ulteriore coscienziosa riflessione capace di agire da catalizzatore dello  sviluppo creativo delle relazioni tra “cervello e mente” della specie Umana.

Partiamo in questa breve riflessione dalla considerazione ben nota che i cervelli di due persone possano essere geneticamente identici senza che risultino eguali le loro attivita’ mentali che infatti si differenziano per le diversita’ di integrazione  dei vari livelli neurologici funzionali  di cui il cervello e’ composto (Schematicamente :Livello Emisferi  Superiori, Livello Sensoriale Talamico, Livello delle Pulsioni , sotto-Talamico) e quindi delle loro varie possibilita’ di interazione tra i lobi che sono collocati a destra e a sinistra della linea mediana che suddivide in aree funzionalmente distinte ogni livello cerebrale) .

Pur avendo aree funzionali geneticamente identiche la differenziazione dell’ apprendimento cerebrale puo’ essere assai ampia e complessa , cio’ in quanto il Cervello e’ una condizione necessaria ma non sufficiente a realizzare forme di pensiero , proprio in quanto la intelligenza cerebrale e’ nettamente inferiore in complessita’ alla intelligenza della natura.

La nostra cultura e’ certamente riduttiva , e pertanto mentre nel bambino il numero di interconnessioni neuronali e’ assai elevato permettendo un apprendimento rapido, constatando che i livelli culturali essendo evidentemente limitati , si riconosce come questi ultimi determinano progressivamente una selezione delle potenzialità creative di comprensione dei giovani .Il risultato complessivo e’ che l’ adulto normalmente subisce una limitazione della flessibilità d’uso dei livelli di integrazione neuronale diminuendo fisiologicamente  le proprie capacita creative di apprendimento.

E importante sottolineare su base scientifica come le potenzialita’ cognitive operanti nel cervello infantile siano superiori a quelle dell’ adulto e che pertanto una assunzione passiva di un apprendimento basato sul trasferimento nozionistico e ripetitivo delle conoscenze storicamente acquisite  costituisce un condizionamento delle facolta’ di sviluppo cognitivo dei fanciulli.

Pertanto il docente ha la necessita’ di sviluppare una ricerca educativa  per realizzare un produttivo avanzamento del sistema educativo,  capace di riconoscere le potenzialita’ e la pluralita’ delle risorse intellettive dei giovani in modo da valorizzarne una acquisizione cosciente della naturale creativita’ cerebrale  presente in ogni discente.

La coscienza pertanto  il fattore determinante della formazione  quale sistema cerebrale dove le informazioni ricevute dal mondo esterno divengono elaborate come rappresentazione di se stessi nel mondo percepito.

E’ la possibilita’ estensione cosciente di tale rappresentazione  delle proprie relazioni cognitive con il mondo che determina lo sviluppo cerebrale, mediante un sistema innovativo di  apprendimento  che nel processo evolutivo delle conoscenze abbia tendenza progressiva finalizzata a far coincidere Cervello e Mente.

Estrapolando possiamo infatti dire che Cervello e Mente potranno divenire equivalenti  solo quando le capacita concettuali cerebrali saranno in grado di capire il significato della esistenza e del divenire dell’ Uomo nel Universo.

Pertanto in tale visione evolutiva delle relazioni di reciproca estensibilita’ tra “cervello e mente”  diviene possibile arguire la dimensione e le iniziative utili ad utilizzare le risorse cerebrali per realizzare dei cambiamenti nello sviluppo della creatività storico-sociale dell’ Uomo e della Donna.

Certamente uno strumento di ampliamento relazionale e oggi rappresentato dai sistemi interattivi basati sul uso formativo delle Tecnologie di Informazione e Comunicazione (TIC) che diviene grandemente utile qualora venga finalizzato al superamento delle logiche meccaniciste del riduzionismo scientifico di indole disciplinare per una loro sostituzione con le piu’ moderne logiche interpretative di integrazione delle scienze , di indole bio-logica ed ecologica.

In tal caso  appendimento via “WEB-LOGIC” oggi consente oggi di sviluppare delle metodologie inter-attive e pro-attive di ragionamento condiviso che permettono al cervello di  sintonizzarsi su  livelli neurologici piu’ elevati rispondenti ad una prassi di  estensione e di flessibilita’ cerebrale, certamente  utile per  recuperate il riduzionismo culturale e scientifico responsabile della diminuizione fisiologica delle inter-connettivita’ neuronale nel passaggio dalle potenzialità di apprendimento in eta’ giovanile a quelle dell’adulto .

Pertanto dato che e’ necessario acquisire una sperimentazione per convincersi delle potenzialità delle tecniche di ampia condivisione cognitiva in rete  e utile provare a dare sviluppo, nell’ ambito delle Ricerca Educativa orientata a dar luogo ad un nuovo paradigma dell’ apprendimento,  alle metodologie di  tipo WE B-LOG IC  ( Contratto Generalmente in BLOG) .

Provare per credere facendo pero attenzione a non limitare chiudere le relazioni di TIC  sviluppate con le tecniche “BLOG2 ma ad organizzarle sulla base di una ampia estensione  internazionale ed a carattere multi-disciplinare ben finalizzato da una progettazione BASATA SU COGNIZIONI INNOVATIVE per facilitare una estensione multi.tematica e multi –linguistica della condivisione di conoscenze.

Un esempio di cio’ e stato recentemente realizzato nel progetto “Mental Ch’ange” da LRE/EGOCreaNET . al fine di Accelerare il futuro europeo dell’e-Governament nel quadro di sviluppo della Economia della Conoscenza

BIBLIO LINK:

Le nuove teorie della mente : http://www.edscuola.it/archivio/lre/teorie_mente.htm

Cervello, creativita’ , innovazione e rimozione pregiudizi cognitivi : http://www.edscuola.it/archivio/lre/precognit.html

Dinamiche Cognitive di Trasformazione: http://www.edscuola.it/archivio/lre/dinamiche_cognitive.htm

“Mental Ch’ange” http://www.edscuola.it/archivio/lre/mental/index.html

-          BLOGGANDO : http://bloggando.spider.it

-          BLOGGER :  http://www.blogger.com

-          FAROOK : http://www.farook.org

-          METATEQUE : http://www.metateque.com

“Comunicazione, Sesso, Intesa” di Sergio Audasso

Il segreto del successo in seduzione si trova nel Testosterone.

Se esiste un afrodisiaco, sia per gli uomini che per le donne, questo è il testosterone, lo stesso ormone necessario per sviluppare la forza e la massa dei muscoli. Normalmente il testosterone viene considerato un ormone esclusivamente maschile, cosi come gli estrogeni vengono ritenuti ormoni solamente femminili. In realtà sono invece le loro proporzioni relative a determinare la mascolinità o la femminilità. I maschi ne producono circa 5 mg di testosterone al giorno, 50 volte più delle femmine.
Ma cosa accade se:Lei gli piace?
Il testosterone, nella saliva di lui, cresce anche del 30 per cento. Bastano uno sguardo, due chiacchiere e se poi l’interesse cresce, crescono anche i livelli.
Così affermano in uno studio pubblicato sulla rivista Evolution and Human Behaviour alcuni ricercatori dell’Università di Chicago. Secondo James Roney, che ha coordinato la ricerca svoltasi in un college.

Il meccanismo che regola la crescita di testosterone nella saliva del maschio umano in presenza di una femmina ritenuta interessante, ci avvicina agli altri animali che, per conquistarla, devono dimostrare di essere forti ed aggressivi. Il testosterone, svolge proprio questa funzione. Già, non ci crederete, ma per gli uomini è tutta una questione di testosterone. Chi ne ha una quantità maggiore sembra essere più brillante, sicuro di sé e con maggiori probabilità di ottenere ciò che desidera.

Un altro studio, condotto dall’equipe medica della rivista francese Top Santé, sfata un vecchio mito: gli uomini che si voltano per ogni ragazza sono in via di estinzione. Adesso dalla parte delle “cattive” sono passate le giovani donne: una su 6 ha ammesso di aver tradito il proprio partner almeno una volta. Una percentuale più alta del 10% rispetto all’universo maschile. Se poi dovesse sorgere un qualche desiderio di cercare evasione e novità, il 54% delle intervistate affitta un film pornografico con il proprio compagno, mentre il 44% ricorre a giochi e pupazzi di plastica.

Anche se i livelli di testosterone e serotonina nell’universo femminile aumentano, le donne affermano che sesso e passione allo stato puro non bastano. Le donne chiamate in causa hanno sottolineato l’importanza di abbracci e carezze: per l’83% di loro è una parte fondamentale del rapporto. Il 60% ha rapporti sessuali di media 9 volte al mese, ma purtroppo l’82% non si aspetta fedeltà per tutta la vita.
Tutte, in compenso, lo farebbero di più se il partner fosse disponibile.

Ormoni, Cervello e Comportamento

Uomini e testosterone

•    attitudine spaziale l’uomo ha più capacità di orientamento (doveva portare il prodotto della caccia a casa) quindi è inutile arrabbiarsi se una donna non sa leggere una cartina stradale!!
•    Attrazione per una donna da proteggere le donne “maschie” allontanano gli uomini per due motivi: il primo, perché il valore della conquista viene meno con la consapevolezza di essere stato conquistato e non di aver conquistato; secondo, perché una “maschia” diviene un alter ego da combattere e vincere per mantenere il controllo sul territorio.
•    Cicatrizzazione delle ferite qui si intende ogni tipo di ferita sia essa emozionale che fisica. Ecco perché l’uomo è visto come un insensibile, freddo e spietato.
•    Maggiore capacità motoria di precisione
•    Maggiore resistenza al dolore  mentre le donne lo sono alla sofferenza in quanto più sensibili

Donne ed estrogeni

•    Attrazione per un uomo che sia dominante ed in grado di proteggerla
•    Maggiore memoria visiva ed attentiva ecco spiegato perché gli uomini non trovano mai le calze e dimenticano le cose…!!!!!
•    Maggiore competenza linguistica intesa in tutte le sue manifestazioni. Le donne parlano di più per costituzione, gli uomini di meno. Continuare a pretendere da un uomo notizie e d informazioni continue con frasi del tipo: “non mi dici mai niente” è una violenza inutile.
•    Maggiore capacità di calcolo numerico  gli uomini hanno più capacità logica ma meno capacità nella gestione del denaro a livello di calcolo numerico.

Donne e Uomini stessa intelligenza

Ma ragionano in modo differente. Lo spiegano gli scienziati dell’Università di Irvine.

Le donne e gli uomini hanno la stessa intelligenza, ma per ragionare usano zone differenti del cervello. Lo spiegano gli scienziati dell’Università di Irvine, California. In particolare “gli uomini hanno sei volte e mezzo la materia grigia delle donne, che è associata all’intelligenza generale. Le donne, invece, hanno dieci volte la materia bianca dell’uomo, deputata a mettere in relazione le aree cerebrali. Ma alla fine il risultato - assicurano i ricercatori - è lo stesso. A parità di quoziente intellettivo s’intende”.
“Più materia grigia - proseguono gli studiosi americani - significa maggiore intelligenza statica”. Cioè quella che elabora i concetti “senza troppi giri nel cervello”. Un esempio? La geometria. “Le donne sono più brave invece a mettere in relazione aree cerebrali diverse e dunque sono più predisposte per materie dinamiche come quelle che richiedono abilità linguistiche”.
Un’altra scoperta è quella che riguarda l’utilizzo di parti differenti della corteccia cerebrale per realizzare le stesse prove di intelligenza: le donne, infatti, utilizzano più che altro il lobo frontale, mentre gli uomini tendono a coinvolgere porzioni più vaste di corteccia.
Infine una curiosità: per studiare il cervello umano gli scienziati si sono serviti di scanner per la risonanza magnetica e di sofisticatissimi programmi di computer capaci di tracciare vere e proprie mappe cerebrali e di seguire l’attivazione dei neuroni di fronti ai differenti stimoli.

“Mentire” di Sergio Audasso

E’ grazie ai ricercatori della dell’Università della Pennsylvania School of Medicine, guidati dal prof Daniel Langleben, che possiamo ora capire i meccanismi della menzogna.

Monitorando l’attività cerebrale di un gruppo di 18 volontari con la risonanza magnetica funzionale (RMF), per mezzo della quale si è potuto osservare cosa accadeva nel loro cervello durante un particolare test, hanno scoperto una realtà ben chiara: il nostro cervello è sempre pronto per dire la verità, mentre per mentire deve organizzarsi, attivarsi ed agire, una sorta di lavoro extra non previsto.

Ai partecipanti al test, dopo averli fatti accomodare all’interno dell’apparecchiatura (RMF), è stato chiesto di rispondere, mentendo, se avessero o meno degli oggetti tra quelli precedentemente fornitegli dagli sperimentatori e, successivamente, nascosti nelle loro tasche. Ogni volontario doveva rispondere alla vista di particolari immagini, alcune delle quali riproducevano gli oggetti in loro possesso, se tali oggetti erano nelle loro tasche oppure no.

Nel momento in cui il volontario iniziava a mentire, vi era un’intensificazione dell’attività cerebrale. Tale attività però, riguardava solo zone ben localizzate del cervello: il giro del cingolo e il giro frontale.

Il giro del cingolo è coinvolto nell’inibizione della risposta e nel monitoraggio degli errori, mentre il giro frontale ha un ruolo critico nell’attenzione.

Mantenere la menzogna poi incita all’azione il lobo sinistro dell’ippocampo, la struttura della memoria a breve e a lungo termine e la zona prefrontale della corteccia deputata alla elaborazione associativa degli elementi cognitivi (idee) tanto che, se vi è molta attività in queste zone oppure se si ripete troppe volte la stessa menzogna, il soggetto stesso crederà a ciò che dice come fatto realmente accaduto.

Volete un esempio? Bene! Avete ben 5 secondi per memorizzare le parole:“sogno, notte, cuscino, stanco, coperta”
Ora chiudete gli occhi e ripetetele ……..

La ricerca ha dimostrato che oltre 80% di chi effettua tale esperimento ricorda anche la parla “sonno” che risulta essere inesistente.

Assioma Neurobico:
La nostra mente non fa distinzione tra una situazione realmente accaduta ed una vividamente immaginata.
Come i ricordi ci ingannano. Svelato il segreto delle false credenze su di sé.

Lo studio sulla manipolazione dei ricordi ha, in tutto il mondo, una esponente famosa: la dottoressa Elizabeth Loftus. I suoi esperimenti hanno non solo dell’ingegnosità, ma anche della malizia scientifica ad alto significato. Uno dei suoi ultimi esperimenti è stato quello di riuscire a far raccontare ad oltre il 30% dei soggetti presi in esame, che da piccoli, durante una visita a Disneyland, avevano giocato con e tirato le orecchie a Bugs Bunny. La cosa, come ognuno di voi sa, è impossibile!!! Bugs Bunny è l’eroe della Warner Bros che risulta essere la rivale in affari della Disney. Riuscire ad ottenere questo risultato è stato semplice. E’ bastato far visionare ai soggetti volontari dell’esperimento un filmato, costruito e montato per l’occasione, ove un bimbo racconta una sua giornata divertente e ricca di emozioni a Disneyland. Nel montaggio però, al posto del caro Mickey Mouse, vi era Bugs Bunny.

Ma come è possibile tutto ciò?

La risposta ci viene fornita dai ricercatori della Jonhs Hopkins University a Baltimora. Come già attuato nell’università della Pensylvania, i ricercatori di Baltimora, hanno monitorato 30 volontari con la RMF durante la visione di un breve filmato che rappresentava la scena di un borseggio ai danni di una signora anziana. Al termine dell’esperimento si è potuto riscontrare che:
1. per registrare ogni particolare dell’evento preso in esame, il cervello utilizza la parte sinistra dell’ippocampo
2. nell’elaborazione dei ricordi, invece, si attiva anche la corteccia prefrontale, zona delle associazioni di idee.
3. interagendo le due parti, i ricordi prodotti, possono essere non realmente conformi ala realtà.

Sia quanto stabilito dai ricercatori della School of Medicine, sia quanto ottenuto dalla dottoressa Loftus e sia quanto qui sopra descritto, prende sempre più forma l’idea che i ricordi possono essere menzonieri a causa del lavoro della corteccia prefrontale obbligata alla associazione di idee per potersi esprimere.

Ma facciamo il punto della situazione. Per poter ricordare ed esprimere gli stessi ricordi, sono necessari dei processi ben precisi che risultano essere:

1. lo stimolo della percezione originaria – il fatto oggettivo –
2. la registrazione dell’evento originario – la conservazione delle informazioni – attivazione parte sinistra dell’ippocampo
3. il portare alla luce l’evento – il recupero del ricordo – attivazione della corteccia prefrontale ed inizio del lavoro di associazione di idee
4. la descrizione dell’evento – la verbalizzazione dell’evento – attivazione area denominata “del broca” per la verbalizzazione dell’evento.

I punti tre e quattro del processo sono influenzati a loro volta da quelle “convinzioni”, “regole”, “valori” soggettive presenti in ognuno che “INTERPRETANO” la realtà.

Esempio: Fase 1- fatto originario - Fase 2 – registrazione evento - E’ estate. Fa molto caldo. Passeggiate con amici per strada. Passate davanti ad un chiosco che vende gelati. Dal chiosco una persona, con in mano un grosso gelatone, viene verso di voi. Un amico della compagnia riconosce la persona. La presenta a tutti. Anche a voi.
Fase 3 – portare alla luce l’evento attraverso l’associazione di idee – pensando all’evento avete una sensazione di allarme
Fase 4 – verbalizzazione dell’evento – “ Sai, l’altro giorno, quando camminavamo per strada e abbiamo incontrato ……. Volevo dirti che sembra una persona pericolosa. Ha qualcosa che non mi piace. Fossi in te farei molta attenzione.”

Cosa è accaduto nelle fasi 3 e 4? La sera prima dell’evento avevate avuto una congestione da gelato. Il cono posseduto dalla persona ha riportato la sensazione sgradevole del malessere della sera prima alla coscienza. Nella fase di elaborazione del ricordo, la persona, fonte dell’elemento sgradevole, risulta essere pericolosa.

Perché tutto ciò?

Perché la memoria è un processo di ricostruzione ed elaborazione di elementi dati successivi alla percezione sia visiva che emozionale. Inserire ed inglobare percezioni soggettive all’evento oggettivo come se appartenessero all’evento stesso è molto facile.

Così è molto facile elaborare false credenze su di sè come accaduto per il caso di Bugs Bunny.

Mentire è più faticoso. Distorcere la realtà richiede l’intervento delle “convinzioni e dei pregiudizi”; ma è, a volte, più comodo. Dire la verità è la cosa più semplice; ma la più pericolosa.Riconoscere la nostra imperfezione e abbandonare l’idea dell’assolutismo cognitivo può essere saggio.

Consiglio Neurobico:
Preferisco star bene piuttosto che
Aver ragione
(anche con me stesso)
Sergio Audasso – Brain Worker Professional –
Neurobic Consuselor & Mental Coach in Scienza Neurocinetica della Comunicazione
www.neurobica.it

“Il cuore ha un suo cervello” di Sergio Audasso

Il cuore è intelligente.

I Taoisti avevano ragione.

La straordinaria scoperta ha finalmente stralciato ogni dubbio. Il cuore ha un suo cervello. A scoprirlo  sono stati i ricercatori della nuova disciplina scientifica che prende il nome di Neurocardiologia. È stato scoperto che il cuore produce tre neurotrasmettitori (norepinefrina e dopamina) ed il cosiddetto ormone dell’equilibrio (ANF). Grazie ad un campo elettromagnetico 40-60 volte superiore a quello del cervello, ad ogni battito, ogni cellula del corpo riceve informazioni precise e complessi messaggi che influenzano le nostre emozioni e la nostra salute mentale e fisica.
I ricercatori scientifici dell’IHM (Istituto di HeartMath, Boulder Creek, in California) esplorano, ormai da tempo, il meccanismo fisiologico con cui il cuore comunica, in varie forme , col cervello influenzando quindi non solo le nostre percezioni, le nostre emozioni e la nostra salute ma anche il nostro modo di vivere la vita. Una forma di comunicazione ottimale è, secondo questi studi, la “Sincronia”. Tale comunicazione si ottiene quando il ritmo del cervello e di altri sistemi biologici si sincronizzano con i modelli di battito ritmico del cuore. La sincronia diviene così un elemento essenziale per riflettere un equilibrio armonioso tra i due rami del sistema nervoso autonomo. Lo stato interno di accresciuta efficienza fisiologica migliora la salute, riduce i livelli di stress e riporta il corpo ad uno stato di equilibrio e di benessere.
Sincronia Neurobica. Come ottenere una giusta Sincronia tra cervello e cuore.
Il primo elemento da mettere in gioco è la nostra percezione del mondo e come interagiamo, comunicando, con esso. Ciascuno di noi ha una sua ideale e personale percezione del  mondo. Nella comunicazione interpersonale, quando si comunica, o per meglio dire, ci si parla, il nostro cervello codifica il significato della frase pronunciata dall’emittente sulla base:

•    del suono, in qualità di tono e volume, delle parole emesse (come viene detto = fonetica),
•    del significato interpretativo personale delle parole emesse (cosa viene detto = semantica),
•    della punteggiatura e dei nessi grammaticali utilizzati ( puntualizzazione su ciò che è detto = sintassi), e
•    della nostra conoscenza sul e del mondo (inserimento dei processi descritti all’interno della realtà empirica e personale = pragmatica).

A questo punto, i nostri processi neurali entrano in gioco e tra i quattro (4) e gli undici (11) secondi dall’evento comunicativo, viene emessa una risposta.

Lo studioso Walter Mischel ha stabilito, grazie ad esperimenti e ricerche effettuate su primati e soggetti volontari umani, che gli stati comportamentali sono determinati dalle situazioni e non, come si credeva, costituzionalmente acquisiti. Egli afferma, che un comportamento è prevedibile nella misura in cui, entrando in empatia con l’emittente, si viene a conoscenza delle sue motivazioni e delle sue emozioni in quanto, il nostro cervello, elabora le risposte comportamentali in base a due soli elementi risultanti dalla somma percettiva della fonetica, della semantica, della sintassi e della pragmatica, i: “Se ……………….. Allora”.

(Esempio: “Se” ci si trova in una situazione A “Allora” si farà X, ma, “Se” si è in una nuova situazione B, “Allora” si farà Y. Quindi, tutto, come possiamo vedere,  è stabilito non tanto da tratti costituenti la personalità ma dalla somma di innumerevoli  piccoli profili comportamentali acquisiti con l’esperienza del tipo “Se …. Allora faccio”).

Questi livelli di percezione legati ai “Se” …. “Allora”, sono alla base di ogni risposta sia comunicativa che comportamentale. Riconoscere un determinato “Se” all’interno di una situazione specifica, “Allora” può farci ricalcare modelli comportamentali di protezione appresi in passato. Il ripetere i copioni acquisiti per difendere il proprio schema mentale è prassi ormai comune ai più. Ecco perché gli elementi cosiddetti disturbanti quali: i cambiamenti improvvisi, le sorprese poco gradite, vengono percepiti come un pericolo. Da qui la nascita di idee bloccanti: le preoccupazioni.

Lo schema delle idee bloccanti ormai universalmente accettato è il seguente:

•    25% idee bloccanti riguardanti il passato
•    20% idee bloccanti riguardanti il futuro
•    30% idee bloccanti su fatti che potrebbero accadere sui quali siamo del tutto impotenti
•    20% idee bloccanti sulla natura dei nostri bisogni di affermazione e riconoscimento
•    10% idee bloccanti sull’obbligatorietà che gli altri compiano azioni che a noi piacciano
•    05% idee bloccanti dal sapore motivazionale in quanto stimoli alla reazione positiva

Come abbiamo visto, il nostro comportamento è lontano dall’essere costituzionalmente acquisito. Cambiare i profili comportamentali riconoscendo l’autoinganno prodotto dalla nostra vecchia idea è possibile. Da quanto si evince sopra, il nostro cervello agisce, autoingannandosi, in base a schemi e  modelli comportamentali creduti veri ma, in realtà, falsi e bloccanti. Questo produce un disequilibrio ed il cuore emette ormoni atti alla compensazione emozionale. Ma come fare per realizzare la “Sincronia”? Giochiamo al cambiamento e aumenteremo la relazione con noi stessi. Ricordandosi che la danza delle strategie acquisite è la tomba per colui che desidera crescere liberando in sé stesso i propri talenti e le proprie reali capacità sia personalmente che professionalmente.

“Emozioni non sentite ?” di Domenico Parisi

Negli organismi, diciamo negli esseri umani, le emozioni hanno due facce, una faccia esterna, rivolta alle altre persone, e una faccia interna, rivolta alla persona stessa che ha l’emozione. La prima faccia, quella esterna, sociale, e’ quella che gia’ Darwin chiamava “espressione delle emozioni”. Il volto, le mani, il corpo assumono forme, posture, compiono movimenti, che vengono percepiti dagli altri e comunicano agli altri varie cose della persona che si comporta in tale modo. Con l’espressione delle emozioni la persona chiede aiuto agli altri, li minaccia, comunica perplessita’, sorpresa, gioia, tristezza, ecc. L’essenziale per questa faccia esterna delle emozioni e’ che, come in ogni sistema di comunicazione, le appropriate espressioni siano prodotte nelle appropriate circostanze e che l’altro capisca ciascuna espressione e reagisca nella maniera appropriata.

La seconda faccia delle emozioni e’ la faccia privata. Un individuo puo’ fare qualcosa, puo’ pensare qualcosa, ma puo’ anche sentire qualcosa. Tra le cose che un individuo puo’ sentire ci sono le emozioni. Mentre le emozioni in quanto espressione delle emozioni sono pubbliche, accessibili in linea di principio a chiunque, le emozioni nel senso di sentire un’emozione sono private nel senso che sono accessibili solo alla persona che ha l’emozione. La distinzione tra le due facce delle emozioni risulta evidente se pensiamo che un individuo puo’ fingere o recitare una emozione, cioe’ puo’ produrre l’espressione tipica di una emozione senza sentire l’emozione. (Anche se bisogna riflettere sul fatto che questo e’ possibile solo per certe persone e solo fino a un certo punto e che un attore per essere bravo deve in qualche modo sentire le emozioni che recita.)

Questo per quanto gli organismi biologici. E i sistemi artificiali? Immaginiamo di voler costruire un sistema artificiale dotato di emozioni. Vogliamo che il sistema sia in grado di produrre e capire le espressioni delle emozioni o vogliamo che il sistema senta emozioni?

Costruire sistemi artificiali che siano in grado di produrre espressioni delle emozioni nel modo appropriato non sembra porre problemi teorici di carattere fondamentale. Si tratta di analizzare nei dettagli le caratteristiche fisiche delle diverse espressioni emotive e di programmare un computer in modo che mostri sullo schermo facce o corpi con queste espressioni. Questo oggi, con il rapido e potente affermarsi della multimedialita’ e della grafica computazionale, e’ una cosa fattibile. Si tratta poi di analizzare in quali condizioni, in quale contesto, e’ appropriato manifestare le diverse espressioni emotive e di programmare il computer in modo che manifesti le diverse espressioni nelle situazioni appropriate. Questo e’ anche fattibile con i normali strumenti dell’intelligenza artificiale. Si analizzano le condizioni e si traducono in regole condizione-azione: “Quando ti trovi nella situazione X, assumi l’espressione emotiva Y”.

Si puo’ anche lavorare sul  versante della comprensione delle emozioni, sia mettendo il computer in grado in qualche modo di catturare fisicamente, ad esempio con una telecamera, le espressioni emotive dell’utente e di rispondere a queste espressioni nel modo appropriato, sia costruendo due sistemi artificiali, entrambi visualizzati sullo schermo, che si scambiano messaggi costituiti da espressioni emotive. Si puo’ anche pensare di riprodurre l’emotivita’ che trapela dal linguaggio parlato, mettendo il computer in grado sia di produrre linguaggio parlato con appropriate intonazioni emotive, sia di capire tali intonazioni emotive nel linguaggio parlato prodotto dall’utente.

Tutto questo puo’ essere complicato ma non e’ concettualmente sconvolgente. E’ un campo di ricerca interessante, con interessanti possibilita’ applicative. In effetti i primi risultati gia’ ci sono, e anche le prime applicazioni. (Il mio computer fa comparire in una finestra un “agente” sotto forma di attache o grappetta che fa varie “facce” che dovrebbero aiutarmi nel mio lavoro.)

E l’altra faccia delle emozioni, la faccia del sentire le emozioni? Si puo’ costruire una sistema artificiale che senta le emozioni, o piu’ in generale, che senta? Parafrasando Turing: “Le macchine possono sentire?”

Come abbiamo accennato piu’ sopra, le emozioni sono tra le cose che si sentono ma ci sono anche altre cose che si sentono e non sono emozioni. Per esempio, se ho mal di denti, sento il mal di denti ma non ho necessariamente una emozione associata a quel sentire il mal di denti. Oppure, il mal di denti, oltre a farsi sentire, puo’ anche suscitare in me dei sentimenti, delle emozioni, ad esempio la paura di dover andare dal dentista o un’ansia generalizzata per la debolezza e fragilita’ del corpo. Siccome le emozioni sono tra le cose che si sentono, il problema e’: come si fa a costruire un sistema artificiale che sente?

Ora le cose si complicano. Si puo’ pensare (e io lo penso, come anche Castelfranchi, 1998) che per sentire bisogna avere un corpo. Il sentire e’ il corpo che manda messaggi alla mente, anzi e’ il resto del corpo che manda messaggi al sistema nervoso. Il sistema nervoso e’ emerso evolutivamente molto tempo fa negli animali multicellulari come un particolare sotto-sistema del corpo specializzato da un lato per governare le interazioni dell’organismo con l’ambiente esterno e dall’altro per regolare lo stato interno del corpo. Il resto del corpo manda messaggi al sistema nervoso attraverso i terminali interni del sistema nervoso (ad esempio i sensori inseriti nelle pareti dello stomaco o nei muscoli dello scheletro) oppure attraverso molecole chimiche (ormoni) che, prodotte da ghiandole sparse in varie parti del corpo, viaggiano nel sangue e raggiungono le cellule nervose influenzandone il funzionamento. Il sistema nervoso risponde muovendo muscoli interni o a sua volta producendo molecole chimiche con particolari sue cellule nervose che, viaggiando nel sangue, raggiungono le varie parti del corpo e ne influenzano il funzionamento (Damasio, 1995; Le Doux, 1998; Rolls, 1999).

Perche’ le cose ora sono piu’ complicate? Perche’ l’idea di costruire un sistema artificiale che non si limiti ad esprimere emozioni ma le senta, sembra mettere in questione il funzionalismo dell’intelligenza artificiale e della scienza cognitiva “cognitivista” secondo cui la mente si puo’ riprodurre ignorando il corpo. La mente e’ manipolazione di simboli e qualunque sistema fisico, comunque sia fatto, puo’ avere una mente purche’, soltanto, manipoli i simboli giusti nel modo giusto. Questo puo’ avere una sua plausibilita’ se si tratta di riprodurre capacita’ cognitive: saper ricavare conoscenze dalla percezione degli oggetti, saper conservare, e recuperare dalla memoria quando servono, le conoscenze possedute, saper inferire conoscenze nuove da conoscenze gia’ possedute, saper risolvere problemi o pianificare azioni, e cosi’ via. Ma quando si passa al sentire questa plausibilita’ viene a mancare. Se perche’ un “sistema” senta, e’ necessario che il “sistema” abbia un corpo, come si fa a costruire un sistema che sente e che tuttavia per definizione, essendo un sistema puramente funzionale, simbolico, astratto dalla materia, non ha un corpo? Per costruire sistemi artificiali che sentono, dovremo concepire anche il corpo (stomaco, fegato, ghiandole, ecc.) come un sistema di manipolazione di simboli?

Sembra quindi che, se si segue la strada funzionalista dell’intelligenza artificiale, si possono costruire sistemi artificiali che esibiscono espressioni emotive e che magari capiscono le espressioni emotive degli altri ma non sistemi artificiali che sentono le emozioni che esprimono. (E’ interessante che, se l’intelligenza artificiale fosse rimasta rigorosamente nei limiti del suo funzionalismo astratto da ogni materia, non avrebbe potuto affrontare neppure il problema della espressione delle emozioni, che richiede comunque una faccia vista con gli occhi da qualcuno, non la semplice manipolazione di simboli. L’intelligenza artificiale oggi affronta l’espressione delle emozioni perche’ si e’ alleata, con riluttanza, con la multimedialita’.)

La questione deve essere valutata separatamente dal punto di vista della scienza, cioe’ della conoscenza della realta’, e dal punto di vista delle applicazioni pratiche. Dal punto di vista della scienza non si puo’ che arrivare alla conclusione che l’approccio funzionalista dell’intelligenza artificiale e’ in grado di dirci qualcosa sull’espressione e sulla comprensione delle emozioni ma non sul sentire le emozioni, e sul sentire in genere. (Qui do’ per scontato che costruire un sistema artificiale che riproduce un certo fenomeno, cioe’ simulare il fenomeno, puo’ essere un potente strumento di conoscenza di quel fenomeno. Cf. Parisi, 1999a.) Dal punto di vista delle applicazioni pratiche, puo’ essere che costruire sistemi capaci di esprimere le emozioni e di capire le espressioni delle emozioni sia sufficiente, e che non sia necessario saper costruire sistemi artificiali che sentano le emozioni. Questo e’ qualcosa da verificare. Nei piu’ comuni sistemi di intelligenza artificiale che riproducono capacita’ cognitive e non si occupano di emozioni, l’approccio funzionalista che considera la mente come una macchina che manipola simboli appare capace di produrre sistemi praticamente utili ma questi sistemi sembrano avere limiti intrinseci di flessibilita’, adattabilita’, ecc. E sono questi limiti che oggi fanno pensare a molti che l’approccio simbolico puo’ essere praticamente utile ma e’ sbagliato come approccio per capire come funziona la mente naturale (Parisi, 1999b). Nel caso di sistemi artificiali che si occupano di espressione delle emozioni con un approccio funzionalista potrebbero emergere limiti analoghi proprio perche’ questi sistemi lavorano con emozioni non sentite, cioe’ non sentono le emozioni che esprimono o che riconoscono negli altri. (Si ricordi il caso dell’attore che recita emozioni.)

Come si e’ accennato piu’ sopra, bisogna distinguere tra il problema generale del sentire e il problema specifico del sentire le emozioni. Le emozioni sembrano essere “sentire in genere” piu’ “attivita’ mentale” anche sofisticata. Si puo’ essere allora tentati di pensare a un approccio ibrido, secondo cui il sentire in genere, richiedendo un corpo, viene affidato ad altri approcci, diversi da quelli funzionalisti (vedi sotto), ma l’attivita’ mentale viene analizzata e riprodotta come manipolazione di simboli (Castelfranchi, 1998). A parte il fatto che, in termini generali, gli approcci ibridi appaiono contrari alla ricerca di semplicita’ della scienza, un approccio del genere prima o dopo deve affrontare il problema cartesiano di dove si incontrano il sentire in genere e le componenti cognitive delle emozioni. Nella ghiandola pineale?

Dobbiamo allora concludere che la risposta alla domanda “Le macchine possono sentire?” e’ necessariamente negativa? Non e’ detto. Pero’ per dare una risposta affermativa alla domanda e costruire sistemi artificiali che sentono bisogna fare una serie di cose.

Primo, bisogna smettere di pensare che il corpo o la mente siano delle macchine. Le macchine sono “sistemi semplici”, fatti di un numero relativamente piccolo di parti (anche le macchine piu’ complicate) tutte ben identificabili, tutte con un ruolo ben identificabile nel produrre il funzionamento complessivo, e tali che il funzionamento complessivo e’ sufficientemente prevedibile e garantito. E poi le macchine sono disegnate (programmate) da noi. Il corpo e la mente (il sistema nervoso), come la maggior parte dei fenomeni esistenti nella realta’, sono “sistemi complessi”, fatti di un numero molto grande di parti il cui ruolo nel determinare il funzionamento del tutto non e’ ben isolabile e tali che dalle interazioni tra le parti non si riesce a prevedere il funzionamento complessivo. Corpo e mente, anche se riprodotti in sistemi artificiali, non possono essere disegnati (programmati) da noi, ma debbono venir fuori da soli attraverso processi di evoluzione, di sviluppo e di apprendimento.

Secondo, per costruire una sistema artificiale che senta bisogna costruire un sistema artificiale che abbia un corpo. Questo significa o un sistema artificiale fisico (un robot) oppure un sistema simulato che pero’ abbia un corpo, anch’esso simulato ma in quanto sistema fisico, non in quanto sistema di manipolazione di simboli. (Simulando l’oceano si simula una cosa fisica, con le sue correnti, la sua salinita’, ecc., non certo un sistema di manipolazione di simboli.)

Terzo, per evitare di trovarsi ad affrontare problemi cartesiani di ghiandole pineali, e per far dialogare in un medium comune mente e corpo – cosa necessaria per il sentire e per le emozioni - bisogna simulare anche la mente come un sistema fisico, cioe’ come sistema nervoso. Corpo e mente debbono poter dialogare in un sistema in cui ci sono solo cause e effetti fisici e processi quantitativi.

Quarto, probabilmente, per costruire un sistema artificiale che senta le emozioni, bisogna simulare specificamente i processi dell’evoluzione biologica, in quanto le emozioni sembrano emergere dai meccanismi di sopravvivenza e riproduzione che caratterizzano questi processi e non possono essere spiegate e riprodotte altrimenti.

Tutte e quattro queste cose si possono cominciare a fare usando non gli strumenti dell’intelligenza artificiale ma quelli della vita artificiale, e cioe’:

(1)    le reti neurali, per simulare il sistema nervoso e i comportamenti e le capacita’, incluse quelle “superiori”, di cui si dimostra capace;
(2)    gli algoritmi genetici, per simulare i processi di evoluzione dovuti a riproduzione selettiva e aggiunta costante di variabilita’;
(3)    le reti neurali ecologiche, che hanno un corpo fisico (simulato) e vivono in un ambiente fisico (simulato).

In sistemi artificiali costruiti usando questi strumenti il sentire e le emozioni in quanto sentite possono venir fuori da due parti: (a) da una competizione tra vari processi all’interno del corpo e tra vari input alla rete neurale provenienti dal corpo avente come obbiettivo che la rete neurale si occupi di quello che alza piu’ la voce, cioe’ si fa, letteralmente, sentire di piu’, e trascuri gli altri, e (b) da circuiti di connessioni ricorrenti che autogenerano l’input sensoriale per la rete neurale invece di aspettare che tale input arrivi dal mondo esterno, dato che circuiti ricorrenti di questo tipo potrebbero contruibuire a spiegare il carattere soggettivo dell’esperienza e del sentire.

Per concludere, se le emozioni debbono essere sentite questo pone un problema serio all’approccio funzionalista dell’intelligenza artificiale e del cognitivismo. Il sentire richiede un corpo e sembra assurdo pensare che anche il corpo possa essere simulato come un sistema di manipolazione di simboli. Se poi le emozioni richiedono un dialogo tra mente e corpo, sembra poco plausibile che il corpo sia simulato in modo non funzionalista e la mente in modo funzionalista perche’ solo una cartesiana “ghiandola pineale” potrebbe risolvere il problema di come farli interagire. E infine, se fosse vero che “sine desiderio mens non intelligit”, allora potrebbe diventare impossibile simulare in modo funzionalista anche la pura mente cognitiva.

Riferimenti

Castelfranchi, C. To believe and to feel: the case of “needs”. In D. Cantamero (ed.) Emotional and intelligent: the tangled knot of cognition. Papers from the 1998 AAAI Fall Symposium. Menlo Park, CA: AAAI Press, 1998.

Damasio, A. L’errore di Cartesio. Emozioni, ragione e cervello umano. Milano, Adelphi, 1995.

Ledoux, J. Il cervello emotivo: alle radici delle emozioni. Milano, Baldini e Castoldi, 1995

Parisi, D. Se il laboratorio e’ nel computer le scienze hanno un’arma in piu’. Telèma, 1999a, 5, pp. 28-30.

Parisi, D. Mente. I nuovi modelli della Vita Artificiale. Bologna, Il Mulino, 1999b.

Rolls, E. The brain and emotion. New York, Oxford University Press, 1999.

“Cervello e Fantasia” di Paolo Manzelli

Disattiva il cervello e l’ occhio vede senza significare nulla: il significato infatti dipende in gran misura dall’ immaginario , e non solo dalla realta’ percepita.

L’ occhio infatti puo’ essere chiuso ed al buio mentre nel sogno nitide immagini e percezioni fantastiche si formano all’ interno del cervello . Cio’ avviene perche’ durante il sogno REM ( Rapid Eye Movement) l’ occhio funziona come un interruttore che segnala al cervello di produrre immagini, che sono certamente fantasiose, in quanto l’ immaginario e’ una funzione vitale del nostro modo di vivere e significare la vita.

Il pensiero formale che usiamo per riferimento mnemonico nella vita di tutti i giorni ,deve essere acquisito culturalmente e cio’ in gran parte tende ad inibire il modo naturale di lavorare del cervello che e’ improntato geneticamente per generare significati facendo ampio ricorso alla fantasia.

Di cio’ si sono da sempre resi conto scienziati ed artisti , Einstein fu convinto che la immaginazione e’ la piu’ scientifica delle facolta’ mentali, Ludwig Boltzman affermo che la fantasia e’ la culla di ogni teoria scientifica affermata; e certamente ognuno di noi puo’ capire, semplicemente prendendo in considerazione antiche novelle, come le finzioni scientifiche di un tempo siano oggi divenute attuabili nell’ utilizzazione delle piu’ avanzate tecnologie.

Oggi il ricorso all’ immaginario diviene nuovamente una necessita’ storica per dare sviluppo alla “realta’ virtuale” , che rappresenta un differente livello di realta’ in cui il ricorso alla immaginario e’ piu’ potente, proprio in quanto l’ apprendimento nel cyberspazio (e.learning) trova un riferimento inusuale dello spazio/tempo

Nell’ apprendimento dei bambini il ricorso ad elementi fantasiosi e’ certamente piu’ naturale e pertanto dovremo favorirne il ricorso alla creazione di una letteratura multimediale basata su le loro capacita di astrazione intuitiva e fantastica .

Il pedagogo Italiano Gianni Rodari ha scritto un libro “LA GRAMMATICA DELLA FANTASIA che e’una piacevole Introduzione all’arte di inventare storie” dove si indica la genesi delle creazioni fantastiche.

Il cervello infatti si sviluppa nell’ apprendimento con modalità di integrazione differenziate in quanto le aree cerebrali che si attivano facendo ricorso alla realtà virtuale elaborata elettronicamente , rispetto alla percezione sensoriale diretta sono diverse.

La asimmetria di funzionamento cerebrale tra la elaborazione della informazione virtuale e’ piu accentuata e quindi si comprende come non ci sia equivalenza tra la istruzione tradizionale in presenza, e le modalità di apprendimento in e.learning mediato dal computer . Quanto sopra suggerisce la necessita di programmare una più attenta valutazione della realtà virtuale in particolare nel suo utilizzo applicativo nell’ apprendimento . A tale scopo abbiamo proposto il Progetto Europeo di e.Learning - “NARNIA” finalizzato a migliorare le contemporanee modalità di evoluzione dell’ apprendimento mediante lo studio delle mappe mentali e concettuali , sia per dare l’ opportunita’ai bambini di valorizzare la loro creativita’ operativa, ma anche per finalizzare tali attivita ad una ricerca innovativa sulle nuove capacita’ di apprendimento che favoriscano la intuizione e la fantasia nella dinamica della trasformazione della futura societa’ della conoscenza.

Biblio LINK

SUPER-EVA- http://guide.supereva.it/arte_moderna/interventi/2002/02/94784.shtml

“NARNIA” EU-Project: http://www.descrittiva.it/calip/dna/narniaeuproject-04-05-30.doc

Mappe Concettuali : http://cmap.coginst.uwf.edu/info/

“Cervello e Musica” di Paolo Manzelli

Cari amici,

la musica ha effetto sulla memoria e puo’ rafforzare le capacita di espressione come e stato citato facendo riferimanto a : http://www.apa.org/journals/neu.html

Il cervello e’ un sofisticato sistema di apprendimento; infatti esso dalle vivrazioni esterne elabora i suoni veri e propri; e cio vale quindi sia per la parola , che pure e un suono, che per la musica prodotta da strumenti musicali. Fuori di noi non ci sono suoni o rumori, perche essi sono una risposta celebrale a determinate vibrazioni del mondo esterno.

Le dinamiche di interazione tra vibrazioni del mondo esterno e cervello passano attraverso processi di integrazione di aree cerebrali specifiche , che correlano le emozioni ed i significati alle complesse strutture cerebrali di produzione delle sensazioni sonore.

La Tomografia ad Emissione di Positroni (PET), permette di misurare e registrare l’attività di un cervello umano in risposta ad uno stimolo. La PET è infatti in grado di farci osservare piccole variazioni di flusso di sangue nelle diverse aree cerebrali. Un aumento, di flusso sanguigno in una specifica zona del cervello corrisponde un aumento dell’attività cerebrale di quella zona.

Da queste limitate informazioni in particolare si puo’ osservare che a partire dalle aree temporali di ricezione delle vibrazioni sonore, un essenziale punto di snodo della informazione generata da differenti tipologie di vibrazioni, raggiunge le zone talamiche responsabili della attivazione di stati emotivi , e’ situato nella zona immediatamente sottostante al lobo frontale dell’ “ACUMEN” ; un diverso smistamento di informazione avviene per procedimenti di integrazione che raggiungono l’

area di WERNIKE collocata circa al centro dell’ emisfero superiore sinistro del cervello; area quest’ultima deputata alla interpretazione cognitiva dei suoni .

Dato che le vinrazioni esterne passano debolmente anche attraverso il corpo , anche il cervello delle persone non udenti riesce a percepire la musica, cosi come il bambino, ancora nella pancia materna, inizia ad apprendere come produrre dalle vibrazioni esterne la sensazione interiore del suono e riconoscerne il timbro il tono e la frequenza.

E pertanto comprensibile che l’esercizio musicale sviluppi aree di integrazione specifiche del cervello; quella relativa a “udire per interpreatare ” e cioe a distinguere i suoni come fenomeno cognitivo , l’ altra relativa al “sentire percettivo ” che si colloca soprattutto nella attivazione delle funzioni emotive .

Quindi la possibilita’ che l’esercizio musicale sia utilizzato per migliorare anche le capacità cognitive generali e’ possibile ed utile, cio’ poiche’ le aree corticali uditive e sensoriali realizzano uno sviluppo di apprendimento maggiore rispetto a chi non si occupa di musica.

Una varietà di studi recenti si sono focalizzati sulla neurologia della musica, del rumore, della parola nonche’ sulle soglie dell’udito, hanno avuto un recente sviluppo e traendo conoscenza da essi e’ importante rammentare che le note e le scale musicali (ritmiche) vengono mediati primariamente dall’emisfero sinistro ( area di Wernike) e le melodie ( ad andamento armonico ) vengono elaborate dall’ emisfero destro del cervello.

Certamente per attuare strategie capaci di “ascoltare” la musica, con un coinvolgimento globale del nostro sistema nervoso cognitivo e delle funzioni emotive a questo connesse e’ necessario fare attenzione ai risultati che ogni individuo puo’ ottenere da differenti metodologie di apprendimento.

Infatti la musica puo’ esasperare comportamenti di socializzazione di massa, interagendo direttamente con i complessi fenomeni bio-chimici che correlano il corpo ( mediante attivita neuro-ormonali) con zone talamiche del cervello che sono alla base delle emozioni ; quest’ ultime diversamente dalle attivita’ cognitive sono meno regolabili dalla ragione e pertanto meno coscienti.

Certamente ogniuno di noi potra’ provare come aumenti la aggressivita’ e quindi la forza durante l’ ascolto della “Cavalleria Rusticana” , rispetto a quando si ascolta una “Ninna Nanna” ; pertanto e’ possibile capire come gli effetti subliminali agiscano indipendentemente dal nostro volere cosciente e come essi nelle ripetitivita possano divenire condizionanti per effetto di una pressante continuita’ di ascolto della musica.

Viceversa la musica puo’ anche essere utilizzata con “effetto terapeutico” ; le differenze dei sue emisferi cerebrali nella elaborazione dei suoni possono generare particolari ricadute terapeutiche in soggetti con difficolta di comunicazione, qualora si esercitino opportunamente i processi di integrazione cerebrale che correlano emozioni sonore all’ attenzione della significazione dei suoni favorendo in tal modo un buon ascolto della musica.

Paolo Manzelli 1° AGO/2003

BIBLIO LINK

Area di Musicofila nel cervello

http://www.newton.rcs.it/PrimoPiano/News/2002/12_Dicembre/23/Musica.shtml

Suono, Musica e Cervello :http://www.marcostefanelli.com/subliminale/mantrasuono.htm

Musica = Gioia : http://www.cronologia.it/storia/tabello/tabe1618.htm

Musicoterapia

http://www.rudolfsteiner.it/articoli/terapart4.htm

http://digilander.libero.it/amadeux/subliminale/musicoterapia.htm

Appunti di neuro-linguistica:

http://www.edscuola.it/archivio/lre/neurolinguistica.html

“Cervello e Mente” di Paolo Manzelli

Le fondamentali concezioni che permettono di accelerare la “costruttore di una realta’ mentale creativa in un contesto storico-evolutivo”. si possono evidenziare sulla base di una concezione di estensione tra < Cervello e Mente > , e cioe’ correlando coscientemente lo sviluppo delle intelligenza umana alla evoluzione della intelligenza della natura di cui siamo partecipi. .

Quanto sopra premette la definizione di un modello di rappresentazione dei livelli neuronali della realta’ quale prerequisito ad elevato contenuto logico-cognitivo finalizzato ad accelerare una ulteriore coscienziosa riflessione capace di agire da catalizzatore dello sviluppo creativo delle relazioni tra “cervello e mente” della specie Umana.

Partiamo in questa breve riflessione dalla considerazione ben nota che i cervelli di due persone possano essere geneticamente identici senza che risultino eguali le loro attivita’ mentali che infatti si differenziano per le diversita’ di integrazione dei vari livelli neurologici funzionali di cui il cervello e’ composto (Schematicamente :Livello Emisferi Superiori, Livello Sensoriale Talamico, Livello delle Pulsioni , sotto-Talamico) e quindi delle loro varie possibilita’ di interazione tra i lobi che sono collocati a destra e a sinistra della linea mediana che suddivide in aree funzionalmente distinte ogni livello cerebrale) .

Pur avendo aree funzionali geneticamente identiche la differenziazione dell’ apprendimento cerebrale puo’ essere assai ampia e complessa , cio’ in quanto il Cervello e’ una condizione necessaria ma non sufficiente a realizzare forme di pensiero , proprio in quanto la intelligenza cerebrale e’ nettamente inferiore in complessita’ alla intelligenza della natura.

La nostra cultura e’ certamente riduttiva , e pertanto mentre nel bambino il numero di interconnessioni neuronali e’ assai elevato permettendo un apprendimento rapido, constatando che i livelli culturali essendo evidentemente limitati , si riconosce come questi ultimi determinano progressivamente una selezione delle potenzialità creative di comprensione dei giovani .Il risultato complessivo e’ che l’ adulto normalmente subisce una limitazione della flessibilità d’uso dei livelli di integrazione neuronale diminuendo fisiologicamente le proprie capacita creative di apprendimento.

E importante sottolineare su base scientifica come le potenzialita’ cognitive operanti nel cervello infantile siano superiori a quelle dell’ adulto e che pertanto una assunzione passiva di un apprendimento basato sul trasferimento nozionistico e ripetitivo delle conoscenze storicamente acquisite costituisce un condizionamento delle facolta’ di sviluppo cognitivo dei fanciulli.

Pertanto il docente ha la necessita’ di sviluppare una ricerca educativa per realizzare un produttivo avanzamento del sistema educativo, capace di riconoscere le potenzialita’ e la pluralita’ delle risorse intellettive dei giovani in modo da valorizzarne una acquisizione cosciente della naturale creativita’ cerebrale presente in ogni discente.

La coscienza pertanto il fattore determinante della formazione quale sistema cerebrale dove le informazioni ricevute dal mondo esterno divengono elaborate come rappresentazione di se stessi nel mondo percepito.

E’ la possibilita’ estensione cosciente di tale rappresentazione delle proprie relazioni cognitive con il mondo che determina lo sviluppo cerebrale, mediante un sistema innovativo di apprendimento che nel processo evolutivo delle conoscenze abbia tendenza progressiva finalizzata a far coincidere Cervello e Mente.

Estrapolando possiamo infatti dire che Cervello e Mente potranno divenire equivalenti solo quando le capacita concettuali cerebrali saranno in grado di capire il significato della esistenza e del divenire dell’ Uomo nel Universo.

Pertanto in tale visione evolutiva delle relazioni di reciproca estensibilita’ tra “cervello e mente” diviene possibile arguire la dimensione e le iniziative utili ad utilizzare le risorse cerebrali per realizzare dei cambiamenti nello sviluppo della creatività storico-sociale dell’ Uomo e della Donna.

Certamente uno strumento di ampliamento relazionale e oggi rappresentato dai sistemi interattivi basati sul uso formativo delle Tecnologie di Informazione e Comunicazione (TIC) che diviene grandemente utile qualora venga finalizzato al superamento delle logiche meccaniciste del riduzionismo scientifico di indole disciplinare per una loro sostituzione con le piu’ moderne logiche interpretative di integrazione delle scienze , di indole bio-logica ed ecologica.

In tal caso appendimento via “WEB-LOGIC” oggi consente oggi di sviluppare delle metodologie inter-attive e pro-attive di ragionamento condiviso che permettono al cervello di sintonizzarsi su livelli neurologici piu’ elevati rispondenti ad una prassi di estensione e di flessibilita’ cerebrale, certamente utile per recuperate il riduzionismo culturale e scientifico responsabile della diminuizione fisiologica delle inter-connettivita’ neuronale nel passaggio dalle potenzialità di apprendimento in eta’ giovanile a quelle dell’adulto .

Pertanto dato che e’ necessario acquisire una sperimentazione per convincersi delle potenzialità delle tecniche di ampia condivisione cognitiva in rete e utile provare a dare sviluppo, nell’ ambito delle Ricerca Educativa orientata a dar luogo ad un nuovo paradigma dell’ apprendimento, alle metodologie di tipo WE B-LOG IC ( Contratto Generalmente in BLOG) .

Provare per credere facendo pero attenzione a non limitare chiudere le relazioni di TIC sviluppate con le tecniche “BLOG2 ma ad organizzarle sulla base di una ampia estensione internazionale ed a carattere multi-disciplinare ben finalizzato da una progettazione BASATA SU COGNIZIONI INNOVATIVE per facilitare una estensione multi.tematica e multi –linguistica della condivisione di conoscenze.

Un esempio di cio’ e stato recentemente realizzato nel progetto “Mental Ch’ange” da LRE/EGOCreaNET . al fine di Accelerare il futuro europeo dell’e-Governament nel quadro di sviluppo della Economia della Conoscenza

BIBLIO LINK:

 

Le nuove teorie della mente : http://www.edscuola.it/archivio/lre/teorie_mente.htm

 

Cervello, creativita’ , innovazione e rimozione pregiudizi cognitivi : http://www.edscuola.it/archivio/lre/precognit.html

 

Dinamiche Cognitive di Trasformazione: http://www.edscuola.it/archivio/lre/dinamiche_cognitive.htm

 

“Mental Ch’ange” http://www.edscuola.it/archivio/lre/mental/index.html

 

BLOGGANDO : http://bloggando.spider.it
BLOGGER : http://www.blogger.com
FAROOK : http://www.farook.org
METATEQUE : http://www.metateque.com

“Cervello e Mappe Mentali” di Paolo Manzelli

Come avviene il processo di innovazione delle conoscenze? -Quali sono le possibilita’ di ottimizzare il management dell’apprendimento creativo ? - Come e’ possibile sviluppare le attivita’ intellettuali capaci di costruire e condividere nuove conoscenze superando i rischi delle resistenze culturali al cambiamento ?

Queste sono state le domande che il LRE/EGO-CreaNET dalla sua fondazione (1997) si e posto per favorire lo sviluppo mentale e concettuale in una epoca di trasformazione socio-economica corrispondente al passaggio storico tra la struttura cognitiva della obsoleta Società Industriale e la futura Societa’ Europea della Conoscenza.

La nostra attenzione di ricerca e sviluppo si e’ pertanto accentrata sull’ analisi delle strategie di apprendimento creativo, confrontandole con le potenzialita’ evolutive delle relazioni di integrazione tra le varie aree funzionali del cervello deputate alla elaborazione e memorizzazione della informazione.

In estrema sintesi siamo partiti dalla comprensione che il cervello, a livello degli Emisferi cerebrali superiori , integra differenti strategie cognitive mediante una duplice modalità di elaborazione della informazione; da un lato l’emisfero sinistro utilizza modalità sequenziali ed associative che sono tipiche della espressione verbale, mentre contemporaneamente l’ emisfero destro esegue un piu’ ampio confronto con le percezioni e le conoscenze precedentemente acquisite utilizzando di modalità reticolari di indagine , che permettono una esplorazione cognitiva ed emozionale piu’ profonda ed integrata, in quanto interconnessa con le varie sezioni cerebrali talamiche e sotto talamiche , cosi che la attivita’ integrata dei due emisferi, risulta essere capace di sviluppare intuizioni e rapide sintesi di previsione della dinamica dei processi percepiti.

La polarizzazione lateralizzata tra le due modalita’ di elaborazione cerebrale,( la prima piu’ connessa all’ output della risposta comunicativa della informazione percepita mentre l’ altra e piu’ dedita al controllo e la previsione piu immediata ed intuitiva della dinamica dei processi), tende evolutivamente nell’ uomo , pur con peculiari differenze individuali e di genere, a favorire la espressività logico analitica dell’ emisfero sinistro , per accentuare le proprietà di comunicazione di processi di pensiero strutturabili verbalmente come sequenze gerarchico-sequenziali di associazioni cognitive.

Gli studi sulle mappe mentali e cognitive sono stati generalmente realizzati utilizzando di tecniche di indagine sui processi mentali di apprendimento , sulla base di una tipologia di sequenze gerarchiche tra concetti chiave ed il loro sviluppo associativo: in tal modo le strutture logiche del pensare sono state fino ad oggi piu’ specificatamente rese funzionali ad evidenziare la rappresentazione associativa della conoscenza, utilizzando tecniche di rappresentazione grafica della conoscenza.

La staticita’ di rappresentazione dei processi mentali ottenuta da un processo di rappresentazione grafica dei processi mentali e’ stata infatti prevalentemente correlata a stili e metodi di istruzione, che, coinvolgendo preferenzialmente il trasferimento di conoscenze gia note, rispondono ad strutture logiche predefinite.

In modo diverso, ma complementare, e’ altresi’ possibile ri-organizzare una una piu’ complessa rappresentazione dinamica della costruzione innovativa delle conoscenze, in particolare prendendo in considerazione le condizioni di sviluppo del pensiero creativo la’ dove la costruzione di nuove idee e paradigmi tende a coinvolgere prioritariamente le facolta’ immaginifico-creative del pensiero laterale piu’ proprio delle attivita’ funzionali dell’ emisfero desto del cervello.

Pertanto un differente ed innovativo impiego delle mappe mentali e cognitive denominato “DYNAMIC MIND MAPPING” (DyMindMap) viene basato su una metodologia di indagine dinamica generata da una struttura reticolare e finalizzata a determinati scopi di trasformazione e sviluppo cognitivo, proprio al fine di realizzare una innovazione delle tecniche di gestione delle conoscenze, in modo tale che il risultato della indagine di “DyMindMap” sia maggiormente aderente alle esigenze storiche di trasformazione concettuale proprie del passaggio tra la vecchia Societa’ Industriale e la futura Società Europea guidata dalla Conoscenza.

La metodologia “DyMindMap” e’ stata concepita e delineata come sperimentazione innovativa della ricerca sulle mappe mentali e cognitive dal LRE/EGO-CreaNET nell’ ambito della recente proposta di realizzare il Progetto Europeo di Ricerca e Sviluppo sui criteri di innovazione dell’ identita’ culturale e scientifica correlabili al processo di estensione socio-economica dell’ Europa .

Tale Progetto di Ricerca e’ stato denominato N.A.R.N.I.A (dalle famose novelle di Narnia di CS Lewis, ma che in sigla che significa <Network for Anticipated Research and New Ideas and Age>), persegue l’ obiettivo di sviluppare una cultura digitale innovativa nella gioventu’ Europea , sviluppando un processo di costruzione concettuale innovativa guidato dalla ricerca sulla dinamica delle mappe mentali e cognitive e finalizzato a potenziare la comprensione delle strategie di apprendimento creativo nell’ ambito di una Europa piu’ competitiva e dinamica della economia basata sulla conoscenza.

Due concetti di base che individuano i criteri del sistema di ricerca N.A.R.N.I.A- “DyMindMap”- sulla dinamica della mappe mentali e cognitive , emergono direttamente dalle seguenti considerazioni :

a) .David Ausbel insegna che il fattore che influenza maggiormente l’ apprendimento significativo e’ cio’ che il soggetto ha gia appreso in precedenza.

b) Albert Einstein disse che le relazioni che generano nuovi significati dipendono dal fatto che la immaginazione e’ piu’ potente della conoscenza acquisita.

Infatti e proprio lo sviluppo delle proprieta’ intuitive e relazionali dell’ emisfero destro quello che permette di effettuare nuove significazioni e quindi di riordinare la struttura cognitiva precedentemente acquisita ed elaborata con modalità logico sequenziali capaci di sviluppare la comunicazione.

Pertanto, partendo dalla conoscenza delle piu’ famose Novelle Europee, le quali contengano i caratteri identificativi delle identita’ culturali delle varie Nazionalita’ in Europa e promuovendo una loro rilettura fantastica finalizzata alla realizzazione e produzione digitale innovativa basata sul criteri di modernizzazione di tali novelle, eseguita in collaborazione con varie scuole elementari Europee associate con la Progettazione della Ricerca N.A.R.N.I.A, diverra’ possibile capire, ( mediante una indagine sviluppabile in rete mediante una matrice reticolare adatta alla comparazione dinamica di mappe mentali e cognitive, effettuate prima e dopo la produzione del materiale didattico prodotto in forma di ipertesti digitali ), quali siano i tracciati mentali e cognitivi di indirizzo strategico, ottenuti.

Il risultato atteso della progettazione N.A.R.N.I.A, applicata in un ambiente di innovazione educativa di produzione di letteratura digitale , sara’ la realizzazione di un “Report Finale” sulle metodologie di “DYNAMIC MIND