“Jorge Luis Borges: scandali della ragione” di Piergiorgio Odifreddi
Borges diede alle stampe, negli anni della sua gioventù, tre raccolte di saggi: Inquisiciones0 nel 1925, El tamaño de mi esperanza nel 1927, e El idioma de los argentinos nel 1928. La loro “vanità barocca” 1 (II.7) era talmente eccessiva che il Borges maturo finì per ripudiare tali opere. Finora era possibile farsi un’idea della sua prosa giovanile soltanto da un frammento tratto dall’ultima di tale raccolte, ed inserito in seguito sia in Storia dell’eternità (I.541-544) che in Nuova confutazione del tempo (I.1079-1081).
La traduzione della prima raccolta ci fornisce ora un’ulteriore possibilità.
Dobbiamo riconoscere che la pubblicazione di un’opera rifiutata dal suo autore ci lascia leggermente perplessi, benché essa sia in un certo senso meno sfacciata della pubblicazione di versioni preliminari, inedite, incompiute, o abbozzate, a cui il mercato editoriale ci ha ormai purtroppo resi avvezzi. Nel caso di Borges siamo poi doppiamente perplessi perché egli, per sua stessa frequente ammissione, ha poche idee ed è solito esprimerle frequentemente (II.370, Conversazioni, p. 35): si può dunque pensare che la riesumazione di un vecchio libro non offra grandi novità.
La perplessità svanisce però non appena apriamo il volume. Alberto Hidalgo notò una volta come fosse consuetudine di Borges “quella di scrivere la stessa pagina due volte, con variazioni minime”, e questi ammise che l’osservazione era giusta, aggiungendo che “le seconde versioni, quasi echi spenti e involontari, sogliono essere inferiori alle prime” (II.5). I saggi di Inquisizioni sono appunto prime versioni, e qui risiede l’interesse del volume. In particolare, l’ultimo capitolo (Avatar delle monete di rame) contiene la miglior presentazione a noi nota del Paradosso di Borges, che riportiamo nella traduzione letterale di Piero Menardi:
X scocca una freccia da un arco, ed essa si perde fra gli alberi.
X la cerca e riesce a ritrovarla.
E’ assurdo immaginare che la freccia non sia esistita durante il periodo fra i momenti in cui X l’ha persa di vista e l’ha ritrovata.
E’ logico pensare che essa sia esistita - anche se in un certo modo segreto, di comprensione vietata agli uomini - in tutti i momenti di questo periodo.
Borges ammette che i più non comprenderanno questo paradosso, e noi stessi (nonostante la nostra professione) abbiamo all’inizio trovato qualche difficoltà. In realtà, ogni paradosso è tale solo relativamente a premesse che la conclusione sembra contraddire. E’ dunque utile allargare il discorso alla logica di Borges, come essa si delinea nelle sue opere: su tale base il paradosso, a cui torneremo in conclusione, risulterà non solo evidente, ma anche stupefacente.
I Paradossi di Zenone
Borges ricorda (II.453) che la preoccupazione filosofica fu sua fin da bambino, quando il padre gli rivelò, con l’aiuto di una scacchiera, i paradossi di Zenone: Achille e la tartaruga, il volo immobile della freccia, l’impossibilità del movimento.2
Da adulto Borges li chiamerà “immediati e accessibili incanti delle matematiche, che perfino un semplice uomo di lettere può capire, o immaginare di capire” (I.424), e vi si riferirà continuamente. Più in generale, essi gli forniranno da un lato le basi del suo pensiero su infinito, tempo e realtà (ubiqui nei suoi scritti), e dall’altro lo spunto per la costruzione delle sue inquietanti situazioni al limite: essi sono dunque i fondamenti della sua opera, che possiamo ben caratterizzare come una letteratura del paradosso.3
Lasciamo allora che egli stesso ci introduca all’argomento, attraverso i saggi La perpetua corsa di Achille e la tartaruga (I.379) e Metempsicosi della tartaruga (I.393).
“Le implicazioni della parola gioiello - preziosa piccolezza, delicatezza non soggetta alla fragilità, facilità somma di trasporto, limpidezza che non esclude l’impenetrabilità, fiore per gli anni - la rendono di uso legittimo qui. Non conosco migliore qualifica per il paradosso di Achille, tanto indifferente alle decisive confutazioni che da più di ventitré secoli l’aboliscono, che ormai possiamo salutarlo immortale. Le ripetute visite al mistero che tale lunga durata postula, le sottili ignoranze a cui essa ha invitato l’umanità, sono generosità di fronte alle quali non possiamo non sentire gratitudine. Viviamolo ancora una volta, anche se solo per convincerci di perplessità e di intimo arcano” (I.379):
“Achille, simbolo di rapidità, deve raggiungere la tartaruga, simbolo di lentezza. Achille corre dieci volte più svelto della tartaruga e le concede dieci metri di vantaggio. Achille corre quei dieci metri e la tartaruga percorre un metro; Achille percorre quel metro, la tartaruga percorre un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro; Achille percorre quel centimetro, la tartaruga percorre un millimetro; Achille il millimetro, la tartaruga un decimo di millimetro, e così all’infinito; di modo che Achille può correre per sempre senza raggiungerla” (I.380).
“Non dimentichiamoci nemmeno di testimoniare che i corridori decrescono, non solo per la diminuzione visiva dovuta alla prospettiva, ma per la diminuzione mirabile a cui li costringe l’occupazione di posti microscopici” (I.381).
Fin qui, Borges ci ha esposto l’argomento. Eccolo ora attirare la nostra attenzione sui suoi effetti: il paradosso di Zenone “è un attentato non solo alla realtà dello spazio, bensì a quella più invulnerabile e sottile del tempo. Aggiungo che l’esistenza di un corpo fisico, la permanenza immobile, lo scorrere di una sera della vita, si allarmano di avventura per colpa sua. Quella decomposizione, accade mediante la sola parola infinito, parola (e poi concetto) di spavento che abbiamo generato temerariamente e che una volta ammessa in un pensiero, esplode e lo uccide” (I.385).
Da ultimo, Borges valuta le conseguenze dell’attentato, e scopre che esse sono fatali: “Zenone è incontestabile, a meno di confessare l’idealità dello spazio e del tempo. Accettiamo l’idealismo, accettiamo l’accrescimento concreto di quanto è percepito, e potremo eludere il brulicare di abissi del paradosso” (I.385).
Così Borges ammette ciò che tutti gli idealisti ammettono, il carattere allucinatorio del mondo, ma fa ciò che nessun idealista ha fatto: trova nella dialettica di Zenone l’irrealtà in grado di confermare tale carattere. I paradossi non sono dunque per lui problemi da risolvere, come furono ancora per Russell, bensì indizi da usare, come saranno da Gödel in avanti. Anche temporalmente, Discussione (da cui sono tratti i brani precedenti) appartiene ormai all’anno primo dell’era della nuova logica, il 1931.4
Naturalmente, l’uso che Borges fa dei paradossi è paradossale esso stesso. In essi un sogno così ben sognato da sembrare realtà si tradisce, e ci permette di svelarne la finzione: “Noi (la indivisa divinità che opera in noi) abbiamo sognato il mondo. Lo abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, ubiquo nello spazio e fermo nel tempo; ma abbiamo ammesso nella sua architettura tenui ed eterni interstizi di assurdità, per sapere che è finto” (I.399).
Una tale posizione è sorprendente non tanto per il suo contenuto filosofico, quanto per il suo contesto geografico: essa si situa infatti in una linea di pensiero orientale. Pensiamo, ad esempio, al cantonese Huineng (638-713), sesto patriarca del Buddismo Zen, e fondatore di una scuola che fu molto popolare nella Cina del sud: la sua via per l’eliminazione dell’io e della realtà passava appunto attraverso i paradossi (integrati da bastonate).5 Oppure alla scuola Rinzai, una della due principali dello Zen giapponese, che a tutt’oggi usa il paradosso nella forma del koan (anch’esso non disgiunto da pratiche shock), per raggiungere il risveglio, o satori.
Il tempo
Stimolato dai paradossi, che lo spinsero a dubitarne la realtà ed a contemplarne l’infinità, Borges trovò nel tempo una fervida sorgente di pensieri e di ispirazione, e ad esso dedicò una serie di mirabili saggi: La penultima versione della realtà (I.316), Storia dell’eternità (I.523), La dottrina dei cicli (I.568), Il tempo circolare (I.579), Il tempo e J.W. Dunne (I.924), La creazione e P.H. Gosse (I.929), e Nuova confutazione del tempo (I.1070).
Borges ritiene il tempo “un tremulo ed esigente problema, forse il più importante della metafisica”. Egli è sensibile alle sue inerenti oscurità: ad esempio, che non se ne può determinare la direzione (”che esso scorra dal passato verso il futuro è la credenza illogica quanto la credenza contraria…e ugualmente impossibile da verificare”, I.523); o che non lo si può sincronizzare (”se il tempo è un processo mentale, come possono condividerlo migliaia di uomini, o anche due soli uomini diversi?”, I.524 e I.1077).
Ispirato da Platone, che vedeva nel tempo (a cui appartengono gli oggetti) un’immagine mobile dell’eternità (a cui appartengono le idee), e Plotino, secondo cui per indagare e definire la natura del tempo è indispensabile conoscere prima l’eternità, Borges rivolge a questa la sua attenzione, di cui vede “un buon anticipo” nella matematica moderna, ad esempio nei numeri infiniti della teoria degli insiemi (I.525).
La sua spiegazione dell’eternità è, come al solito, paradossale (tanto da fargli dire che egli stesso vi nega fede, I.1072 e I.1089): le possibili esperienze umane sono in numero finito, perché la vita è troppo povera, e prima o poi qualcuna finisce per essere ripetuta. L’indiscernibilità di due esperienze ne implica l’identità (in base ad un principio di Leibniz, I.1072), ed in tali identità momentanee noi veniamo in contatto con l’eternità, e percepiamo l’illusorietà del tempo: “la non differenza e la non separabilità tra un momento del suo apparente ieri e un altro del suo apparente oggi, bastano per disintegrarlo” (I.210, I.247, I.543, I.741 e I.1078).
Tatticamente, tale spiegazione è ovviamente legata alla dottrina dell’Eterno Ritorno, che fu: o anticipata dai Pitagorici6 e da Platone: i sette pianeti ritorneranno alla stessa posizione, e se i pianeti determinano il destino, la storia si ripete (I.425, I.579 e I.795); o confutata da Sant’Agostino: se la storia si ripete, la Passione diventa un’opera da “saltimbanchi sulla croce” (I.572); o ripresa da Hume e Nietzsche, sulla base del principio algebrico esposto poco oltre; ed a cui Borges fu “solito ritornare eternamente” (I.579). Egli la enuncia così, con preludio insipido e scioglimento minaccioso: “il numero di tutti gli atomi che compongono il mondo è, benché smisurato, finito; e perciò capace soltanto di un numero finito (sebbene anch’esso smisurato) di permutazioni. In un tempo infinito, il numero delle permutazioni possibili non può non essere raggiunto, e l’universo deve per forza ripetersi” (I.568). La novità introdotta da Borges è che egli sposta l’argomento combinatorio dal mondo fisico (ambito nel quale lo rifiuta, in base alla seconda legge della termodinamica!, I.577) a quello delle esperienze individuali.
Strategicamente, la soluzione di Borges del problema del tempo è “antica quanto la freccia di Zenone” (I.1070), e si fonda sugli argomenti dell’idealismo: “Berkeley usò quegli argomenti contro la nozione di materia; Hume li applicò alla coscienza; il mio proposito è di applicarli al tempo” (I.1082).
Il suo ragionamento è semplice: “Berkeley negò che vi fosse un oggetto dietro le impressioni dei sensi; David Hume, che vi fosse un soggetto dietro la percezione dei mutamenti” (I.1084). Resta da fare un passo ulteriore: “fuori di ogni percezione (attuale o ipotetica) non esiste la materia; fuori di ogni stato mentale non esiste lo spirito; neppure il tempo esisterà fuori di ogni istante presente” (I.1085).7
Borges fu talmente affascinato dal problema del tempo (e dall’altra faccia della medaglia, l’eternità) da cedere, più di una volta, alla tentazione di compilarne la mobile storia. Egli non si lascio intimidire dalle idee azzardate o inverosimili, e fu anzi attratto proprio dalle “meno convincenti e più ingegnose” (I.926).
Anzitutto, contemplò (I.676) i mondi alla rovescia in cui fisicamente il tempo scorre dal futuro al passato (Bradley), o in cui psicologicamente l’uomo prevede il futuro ma o non vede il presente (Dante), o dimentica il passato (”filosoficamente, la memoria non è meno prodigiosa della divinazione del futuro”, II.443).
In secondo luogo, considero (I.926) “l’assurda ipotesi di un secondo tempo, nel quale scorre, rapidamente o lentamente, il primo” (Schopenhauer), e la sua generalizzazione ad un numero infinito di tempi, ciascuno dei quali scorre nel precedente (Dunne).
In terzo luogo, discusse (I.931) la possibilità di un tempo perfettamente causale, opportunamente dotato di un infinito passato ipotetico, che è reale soltanto a partire dalla creazione (Chateaubriand, Gosse): ad esempio, un mondo in cui i dinosauri non sono mai esistiti perché la creazione è avvenuta dopo la loro ipotetica scomparsa, ma i loro scheletri esistono e si possono ritrovare!8
Da ultimo, Borges sembrò amare particolarmente la possibilità di modificare il passato,9 sostenuta da Pietro Damiani (I.827, II.1173). Ancora una volta, egli la traspose dall’ambito fisico a quello psicologico: “direi che il futuro è irrevocabile, ma non così il passato, giacché ogni volta che ricordiamo qualcosa lo modifichiamo, per povertà o ricchezza della nostra memoria, secondo come lo si voglia vedere” (Conversazioni, p. 122, e Altre conversazioni, p. 32). Applicata alla letteratura, una tale idea cessa di essere una provocazione e diventa un’estetica: “ogni scrittore crea i suoi precursori. La sua opera modifica la nostra concezione del passato” (I.964, I.1009), perché ci permette di leggere testi precedenti ad essa come se essi fossero sue anticipazioni, e quindi in maniera completamente diversa da come erano stati concepiti.10
Borges ha tratto la maggior parte delle sue ispirazioni per la storia del tempo e dell’eternità da filosofi e letterati. E un vero peccato che egli non sia stato, nella maturità, attento alle idee scientifiche quanto lo era stato nella giovinezza. La scienza moderna avrebbe infatti potuto fornirgli una serie di visioni altrettanto provocatorie e stimolanti, di cui egli sembra aver conosciuto solo la relatività (I.524). Fra queste visioni, ricordiamo:
la sostituzione, effettuata da Einstein nel 1905, del tempo assoluto con uno relativistico, in cui due fenomeni (non collegati causalmente) possono apparire in relazioni temporali opposte, o uno stesso fenomeno può apparire di diversa durata, rispetto ad osservatori diversi;
la non contraddittorietà (rispetto alla relatività generale) del tempo circolare, dimostrata da Gödel nel 1949;11
la possibilità, scoperta da Feynman (premio Nobel per la Fisica nel 1965), di interpretare la collisione fra due particelle come il fatto che una stessa particella che si muove dal passato al futuro inverte la sua direzione temporale, tornando dal futuro al passato (mutandosi in una sua antiparticella, ad esempio un elettrone in un positrone);
la ramificazione del tempo e della storia proposta da Everett, Wheeler e Graham nella loro interpretazione della meccanica quantistica del 1957 (detta dei molti mondi);
il passaggio, a cui sta lavorando Prigogine (premio Nobel per la Chimica nel 1977), da un tempo locale che è lo scenario statico del divenire del mondo, ad uno globale che è esso stesso parte del processo evolutivo, in cui cioè il presente è una ricapitolazione del passato ed un’anticipazione del futuro.
Come vedremo in Labirinti dello spirito, tali temi sono stati toccati da Borges nella sua opera letteraria, ed egli sarebbe stato perfettamente preparato ad apprezzarne i contenuti. In almeno un caso, comunque, le sue invenzioni non sono passate inosservate: il racconto Il giardino dei sentieri che si biforcano, in cui egli prefigura un tempo ramificato del tipo di quello di Everett, Wheeler e Graham, è infatti citato agli inizi del testo classico di tale teoria (De Witt e Graham, The many-worlds interpretation of quantum mechanics, Princeton, 1973).12
La realtà
Dalle soluzioni date da Borges ai problemi dei paradossi e del tempo è chiaro che egli appartiene alla tradizione idealista, esposta in Nuova confutazione del tempo (I.1070).
Egli nota che essa è facile da comprendere: difficile è pensare entro i suoi limiti (I.1073). E difficile è pure credervi: “Hume osservò per sempre che gli argomenti di Berkeley non ammettono la minima confutazione e non suscitano la minima convinzione” (I.341 e i.629). Borges stesso a volte non sembra andare oltre la dialettica, quando dice di non esagerare “l’importanza di questi giochi verbali” (I.1071), utilizzati non per fede ma “per le loro possibilità letterarie” (I.lxxxv), ed ammette che “il mondo, disgraziatamente, è reale” (I.1089).
Egli ricorda che la dottrina dell’idealismo “è forse la più antica e diffusa” (I.1081), poiché ad essa appartengono i platonici (”per i quali sola realtà sono i prototipi”), i teologi (”per i quali è contingente tutto ciò che non è la divinità”), ed i monisti (”che fanno dell’universo un ozioso attributo dell’Assoluto”). In particolare, essa non nacque con Berkeley, che ne fu soltanto l’apologista più acuto, ed il cui merito “non consistette nell’intuizione di questa dottrina ma negli argomenti che ideò per sostenerla” (I.1082).
Borges si trova a suo agio nella perfetta disgregazione raggiunta da Hume: “un mondo d’impressioni evanescenti; un mondo senza materia né spirito, né oggettivo né soggettivo; un mondo senza l’architettura ideale dello spazio;…un labirinto irriducibile, un caos, un sogno”. Per buona misura, egli estende tale dissoluzione anche al tempo: “negati spirito e materia, che sono continuità, negato anche lo spazio, non so che diritto abbiamo a quell’altra continuità che è il tempo” (I.1075).
E’ in tale mondo che Borges vive, da esso egli trae ispirazione per la sua attività letteraria, ed esso gli fornisce gli strumenti per analizzare la realtà: questa non può dunque apparirgli altro che “lontana dal nostro essere” (I.539), e addirittura “anacronistica” (I.765 e I.1028).
Il Paradosso di Borges
In particolare, è appunto l’idealismo che ha ispirato a Borges il paradosso da cui siamo partiti, e che ora possiamo ben comprendere: esso è tale perché mostra la realtà della freccia, che è in contraddizione con la posizione idealista (simultaneamente e simmetricamente, i paradossi di Zenone cessano invece di essere tali: essi mostrano l’irrealtà di spazio e tempo, che è in accordo con la posizione idealista).
Un’altra versione del paradosso di Borges appare in Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, sotto il nome di sofisma delle nove monete di rame, “di scandalosa rinomanza”:
“Il martedì X, tornando a casa per un sentiero deserto, perde nove monete di rame. Il giovedì, Y trova sul sentiero quattro monete, un poco arrugginite per la pioggia del mercoledì. Il venerdì, Z scopre tre monete sullo stesso sentiero e lo stesso venerdì, di mattina, X ne ritrova due sulla soglia di casa sua.
E’ assurdo immaginare che quattro delle monete non siano esistite dal martedì al venerdì pomeriggio, e due dal martedì al venerdì mattina.
E’ logico pensare che esse siano esistite - anche se in un modo segreto, di comprensione vietata agli uomini - in tutti quei momenti di questi tre periodi” (I.632-633).
Come si vede, tale versione è inferiore alla prima in vari aspetti: l’uso di tre soggetti invece di uno solo la rende meno immediata; l’uso delle monete al posto della freccia maschera la connessione con le aporie eleatiche; il fatto di essere pubblicata la rende meno irreale.
C’è poi un aspetto che ci insospettisce un poco (non poco): mentre la seconda versione è certamente posteriore, come testimonia non tanto la data della sua prima pubblicazione (1940, nell’Antologia della letteratura fantastica, edita da J.L. Borges, A.B. Casares e S. Ocampo) quanto un’analisi stilistica, il titolo del primo saggio (Avatar delle monete di rame) sembrerebbe implicare un ordine opposto.
Fra tante possibili soluzioni lambiccate, ne vediamo una sola razionale: ne L’altro (II.563), Borges racconta di aver incontrato da vecchio se stesso da giovane.13 Evidentemente uno degli argomenti di tale incontro deve essere stato il sofisma delle monete di rame, ed una traccia deve essere rimasta nella memoria del giovane Borges, che l’ha usata (certo inconsciamente) nella stesura premonitrice del 1925.14
Opere di Borges citate
Le citazioni nel testo si riferiscono ai due volumi Tutte le opere di Borges, pubblicati dalla Mondadori nella collezione I Meridiani, rispettivamente nel 1984 (I) e 1985 (II). Riportiamo qui i titoli delle opere da cui esse sono tratte.
Inquisizioni, 1925.
Evaristo Carriego, 1930.
Discussione, 1931.
Storia universale dell’infamia, 1935.
Storia dell’eternità, 1936.
Finzioni, 1944.
Altre inquisizioni, 1952.
L’artefice, 1960.
L’altro, lo stesso, 1964.
Il manoscritto di Brodie, 1970.
L’oro delle tigri, 1972.
La cifra, 1981.
Conversazioni, 1985 (Nuovo portico, Bompiani).
Altre conversazioni, 1986 (Nuovo portico, Bompiani).
Ultime conversazioni, 1987 (Nuovo portico, Bompiani).
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Note
0 Recensione di Jorge Luis Borges, Inquisizioni, Finzioni Editrice, Torino, 1994.
1 A causa del suo legame con il seguito (vedi nota 4), ricordiamo che Borges ricordò che “Barroco (Barocco) è il nome di una delle forme del sillogismo”, in seguito applicato a certi eccessi delle arti, “per indicarne il punto terminale” (I.443).
2 “Si supponga che si tratti di una torre; prima che giunga alla casa della torre avversaria dovrà passare per quella del re. Ma prima di passare per la casa del re dovrà passare per la casa dell’alfiere e poi per quella del cavallo. Ora, se una retta è fatta di un numero infinito di punti, se qualunque linea - quella che attraversa questo tavolo o quella che va di qui alla luna - consta di un numero infinito di punti, se ne deduce che lo spazio è infinitamente divisibile e il mobile non raggiunge mai la meta, perché avrà sempre un punto intermedio da superare” (Altre conversazioni, p. 193).
3 In realtà esistono due Borges: quello dei “giuochi col tempo e l’infinito”, di cui stiamo parlando, e quello delle “mitologie dei sobborghi”, realista e non paradossale (vedi Borges e io, I.1169). Il secondo, che non toccheremo, lo si trova nelle due serie di racconti Storia universale dell’infamia e Il manoscritto di Brodie, e nelle opere di ispirazione argentina di cui quest’ultima (un analogo per Buenos Aires di Gente di Dublino) fa parte, e che comprendono (oltre a saggi, racconti e versi sparsi) anche Fervore di Buenos Aires, Luna di fronte, Quaderno di San Martín, Evaristo Carriego, e Per le sei corde (una serie di milonghe per chitarra, di cui Borges pensava che costituissero l’unico suo libro “nel quale si sente la felicità o la gioia”, vedi Ultime conversazioni, p. 216).
4 Bertrand Russell divenne noto all’inizio del secolo per la scoperta di un paradosso che Borges, con tocco sicuro, cita come una delle “quasi innumerevoli versioni che non mutano metodo, ma soltanto protagonisti e favola”, del sillogismo dilemmatico o bicornuto col quale giocarono i greci: “Democrito giura che gli abderitani sono bugiardi, ma Democrito è abderitano: quindi Democrito mente; quindi non è vero che gli abderitani siano bugiardi; quindi Democrito non mente; quindi è vero che abderitani sono bugiardi; quindi Democrito mente; quindi …”:(Note critiche, I.424).Kurt Gödel, il maggior logico del secolo, pubblicò nel 1931 un famoso teorema, la cui dimostrazione si collega strettamente al sillogismo precedente (ma, come Gödel spiega nella nota 14 al suo lavoro, “qualunque paradosso epistemologico potrebbe venir usato per una analoga dimostrazione”). Vedi Il teorema di Gödel, a cura di S. Shanker, Padova, Muzzio, 1991, p. 54, e P. Odifreddi, Gödel e l’Intelligenza Artificiale, La Rivista dei Libri, Giugno 1992, 37-39.Di Russell Borges lesse molto, in particolare Introduzione alla filosofia della matematica, L’analisi della mente e La nostra conoscenza del mondo esterno, “libri di una lucidità inumana, insoddisfacenti e intensi” (I.383, I.395, I.631, I.932, II.1255), e Storia della filosofia occidentale, il libro che si sarebbe portato su un’isola deserta (Ultime conversazioni, p.21). Non ci risulta che sentì mai parlare di Gödel.
5 La sola frequentazione dei paradossi non sembra essere sufficiente a far dimenticare le beghe terrene, come ben dimostrano i comportamenti accademici di certi logici italiani, la cui educazione andrebbe forse opportunamente ‘integrata’.
6 Da La notte ciclica (II.19): “Lo seppero gli ardui alunni di Pitagora: / uomini ed astri tornano in cicli successivi”. Da Inno (II.1181): “Pitagora rivela ai suoi greci / che la forma del tempo è circolare.”
7 In un certo senso questa posizione si può far risalire ad Eraclito: se non ci bagna mai due volte nello stesso fiume è perché non c’è un fiume atemporale, ma ci sono soltanto i vari fiumi istantanei.
8 Borges ha citato almeno due volte un passo de L’analisi della mente di Russell, in cui questi “suppone che il pianeta sia stato creato da pochi minuti, fornito di un’umanità che `ricorda’ un passato illusorio” (I.631 e I.932).
9 La modifica del passato non è da confondere con la sua abolizione, il cui desiderio si manifesta tipicamente (a partire dal primo imperatore cinese, I.907) nel rogo dei libri: “il proposito di abolire il passato fu già formulato nel passato e paradossalmente - è una delle prove che il passato non può essere abolito. Il passato è indistruttibile, prima o poi tornano tutte le cose, e una delle cose che tornano è il progetto di abolire il passato” (I.967).
10 Ne L’enigma di Edward Fitzgerald (I.977) Borges sperimenta un’idea opposta: che un traduttore possa essere la reincarnazione di un autore.
11 Si noti che, come Borges, anche Gödel era pronto a balzare in groppa a proprietà paradossali nella sua battaglia a favore dell’idealismo: il titolo di uno dei suoi tre lavori sull’argomento (tradotto in Albert Einstein scienziato e filosofo, Boringhieri, 1958) è appunto Una nota sulla relazione tra relatività e idealismo, ed in esso egli interpreta il suo risultato come un argomento a favore dell’illusorietà del tempo.
12 L’idea del tempo ramificato è stata utilizzata nel film Back to the future II . Esso contiene anche un altro momento interessante dal nostro punto di vista attuale, quando alla preoccupazione dello scienziato pazzo che il non tornare nel futuro dal quale erano partiti avrebbe generato un paradosso, il protagonista ribatte in perfetto stile borgesiano: “Un paradosso? Intendi dire una di quelle cose che distruggono l’universo?”.
13 In 25 agosto 1983 (II.1121) Borges, che evidentemente amava viaggiare molto non solo nello spazio ma anche nel tempo, racconta simmetricamente di aver incontrato a sessantun anni se stesso a ottantaquattro, nel giorno del suo suicidio.
In Conversazioni (p. 30) egli testimonia di essersi sentito fuori del tempo due volte nella sua vita: è possibile che i due racconti citati siano ispirati a (o prodotti da) quelle due esperienze.
14 In Esame dell’opera di Herbert Quain (citato da Sciascia in conclusione de L’affaire Moro, Sellerio, 1978) Borges inventa un’opera la cui ultima frase, di valore correttivo, forza il lettore a riconsiderare quella che egli aveva creduto essere la realtà raccontata, ed a scoprirne un’altra, la vera (I.675).
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