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“Avventure Cognitive - Filosofia della mente: temi e protagonisti” di Domenico Turco

(Articolo fornito da: Mondo3)

1- L’intenzionalità

Da alcuni decenni la Filosofia della Mente sta alimentando un acceso dibattito, vivo soprattutto nel mondo anglosassone. Nomi come Putnam, Davidson, Fodor, Searle, Nagel e Dennett descrivono scenari spesso molto differenziati, con proposte, ipotesi di lavoro e questioni che prendono avvio dal tema speculativo dell’intenzionalità. L’intenzionalità, trasformazione del termine scolastico intentio, risale all’opera di quello che forse può essere definito il primo “filosofo della mente” in senso moderno: l’austriaco Franz Brentano (Marienberg, Austria, 1838 - Zurigo 1917).

Attualmente, assistiamo a delle posizioni diversificate sul problema della mente, che testimoniano di un grande interesse capace di coinvolgere a più livelli la filosofia, le neuroscienze, la scienza cognitiva, risalente agli anni Settanta, quando la prospettiva linguistica sembrò improvvisamente insufficiente a rendere conto di una serie di aspetti piuttosto complessi, come: la discussione sulle menti altrui anticipata in qualche modo da Frege e, probabilmente sulla sua scia, da Wittgenstein; l’interazione mente-corpo; la morfologia della mente e delle dinamiche cognitive; il piglio esatto con cui affrontare i processi legati al “mentale”in tutte le sue forme o di elaborare modelli rappresentativi; l’intenzionalità come stato psicologico complesso, fonte di stati mentali sintetizzati nel binomio credenze/desideri.

I diversi punti di vista sull’intenzionalità, fenomeno psichico di estrema complessità, possono ricondursi a due grandi prospettive, che possono orientare ad un approccio di base, indispensabili per successive e più profonde acquisizioni. Si tratta della prospettiva “esternista” (externalism) e della prospettiva “internista” (internalism).

2 - Il punto di vista esternista

La prospettiva esternista è condivisa da Putnam, Davidson, Dennett, etc…

Chi abbraccia questo punto di vista accetta una costante, fondamentale correlazione della mente col mondo in cui essa opera; sulla base di tale principio, viene meno l’idea tradizionale dell’autonomia delle dinamiche cognitive, e si rileva l’essenza specialmente oggettiva, interlocutoria e sociale del significato.

Naturalmente, il punto di vista esternista è lontano dall’essere riducibile ad un orientamento di carattere unitario: si va infatti da forme di Neocomportamentismo (i fenomeni collegati alla mente si rispecchiano in comportamenti oggettivamente osservabili) a forme di parziale riabilitazione dell’intenzionalità come processualità cognitiva, caratterizzata in un’accezione quasi metaforica da credenze e desideri, visti come prototipi di ogni atto mentale.

2.1 Putnam

Nato a Chicago nel 1926, docente nelle Università di Princeton e Harvard, Hilary Putnam ha lavorato soprattutto nei campi dell’epistemologia, della logica matematica e dei problemi legati alla fisica. Putnam si interroga se le entità astratte di cui fanno uso le scienze empiriche, logico-matematiche, esistano realmente o meno. Per Putnam la domanda è fondamentale, dal momento che determina una soluzione contraria ad ogni nominalismo, e che tuttavia salva l’esistenza di quelle entità astratte, pur considerandone interessante ma non fondamentale l’analisi. Se una certa parte delle entità astratte è necessaria allo sviluppo quotidiano della scienza, è chiaro che qualsiasi atteggiamento critico circa la loro esistenza perde in qualche modo di senso. Grande è stato il suo contributo per la filosofia delle intelligenze artificiali, in particolare per quella parte di tale filosofia riguardante l’analogia mente-computer.

Per Hilary Putnam bisogna abbandonare il modello cartesiano, in particolare il dualismo tra la mente e il mondo. Idee in parte simili professa Dennett, sebbene la sua ottica sia robustamente integrata dalla tradizione pragmatista: l’intenzionalità è una strategia utilitaristica, voluta dalla nostra evoluzione biologica per favorire un adattamento più duttile e dinamico all’ambiente. Nel prossimo paragrafo vedremo in che modo la teoria dell’intenzionalità di Dennett si inserisce nel quadro della sua filosofia della mente, a base post-analitica e neopragmatista.

2.2. Dennett

Concepire l’intenzionalità come una strategia utilitaristica qualifica Dennett come un esternista, nel senso che considera gli atti mentali come influenzati dall’esterno, dal confronto attivo della mente con il mondo con cui questa deve continuamente avere a che fare. Come tale, l’analisi della credenza rivela il debito di Dennett nei confronti dell’impostazione pragmatistica. Invece di intenzionalità, Dennett preferisce parlare di “atteggiamento” o “strategia intenzionale”. La strategia intenzionale prevede lo studio preliminare del soggetto del quale vogliamo anticipare le “mosse”, come se avessimo a che fare sempre con un essere razionale e coerente, a sua volta capace di compiere azioni razionali e coerenti, che possono essere indicati (con formula tipica del “gergo” cognitivista) come “credenze, desideri e altri stati mentali”.
I vari sistemi e soggetti intenzionali sono dei veri credenti, nel senso di: credenti nel vero, come vale l’inverso. Un vero credente è un sistema intenzionale, un sistema che si comporta secondo un codice ampiamente e probabilmente prevedibile, grazie alla strategia intenzionale.
Per Dennett esistono differenti strategie previsionali, piuttosto simili alla strategia intenzionale standard. Esiste la strategia fisica, praticata nelle scienze empirico-concrete, la quale implica un atteggiamento previsionale, che intende anticipare gli sviluppi di un qualche sistema, nel caso della strategia usata nella fisica nucleare, ricostruendone la struttura di base, di tipo microfisico.
È la strategia usata dallo scienziato, il quale rinviene agli elementi costitutivi di un determinato fenomeno, per riuscire a prevederne il comportamento.

La strategia progettuale prescinde dagli ingredienti reali della condizione fisica di un oggetto per concentrarsi sulla sua destinazione, dal momento “che si comporterà così com’è stato progettato che si comporti in diverse circostanze”.
Secondo Dennett l’intenzionalità è una strategia, non dissimile da quelle fisiche o progettuali; strategia di tipo enunciativo o predicativo, l’intenzionalità pur avendo origine nell’evoluzione biologica, non viene assunta dalla mente dopo un lungo processo evolutivo, di passaggio tra lo stadio zoologico e quello umano, ma è già presente al livello dell’animale.

L’intenzionalità non è qualcosa di presente a livello psicologico, per Dennett, ma è il nome che viene dato ad un atteggiamento predicativo, non dissimile dalla strategia che usiamo per costruire un predicato all’interno di un discorso più o meno articolato; la differenza è che l’atteggiamento predicativo intenzionale è una strategia radicata nel linguaggio del pensiero (mentalese), mentre l’atteggiamento predicativo “normale” si radica nel linguaggio naturale, sempre sulla base di un’esperienza apprenditiva che nega qualsiasi nativismo alla Chomsky, concezione evidentemente derivata dal vecchio pragmatismo dalle forme classiche di empirismo e dal più recente empirismo logico (Russell ne è il rappresentante più significativo).

L’intenzionalità determina diversi fatti mentali, il più importante dei quali è quello della credenza. Dennett si chiede: “In che modo siamo in grado di capire, descrivere, prevedere gli atteggiamenti, le attività dei nostri simili, gli esseri umani?”.

È chiaro che per rispondere non si dovrà interrogare solamente il punto di vista scientifico, utile e proficuo entro certi limiti, ma anche la psicologia del senso comune, radicata in concetti come credenze, desideri e simili.

Dennett si fa così garante di una prospettiva pragmatista, legata alla concretezza e tuttavia immune da uno spirito scientifico acritico, come da un pregiudizio antiscientista che gli è estraneo – come dimostra la sua critica al comportamentismo linguistico di Ryle. Semplicemente Dennett, in analogia con l’analisi del linguaggio ordinario, vuole fare un’analisi della psicologia del senso comune, la quale da sola può assicurare una revisione dell’intenzionalità come una strategia utilitaristica applicata nella vita di tutti i giorni e voluta dalla nostra evoluzione per rispondere alle sollecitazioni e alle sfide della realtà esterna.

Grande divulgatore anche di concezioni e prospettive altrui, senz’altro esponente di un esternismo radicale, Dennett si differenzia da altri esternisti, per un’apertura maggiore alla psicologia del senso comune, evidentemente derivata dalle categorie elaborate nel pragmatismo americano, con significative affinità con le filosofie di James – soprattutto – Peirce, Dewey, Mead (quest’ultimo per la concezione esternista e in parte per l’oggettivismo scientifico).

3 - Il punto di vista internista

La prospettiva internista, che si potrebbe rintracciare già nelle ricerche filosofiche di Brentano, è peculiare di Chomsky, Fodor, Thomas Nagel, Searle; gli internisti affermano l’autonomia dei fatti mentali, anche se non sempre sulla base di uno stesso paradigma organizzativo di idee e motivazioni.

Voler risalire alle origini della prospettiva internista è piuttosto complesso, nel senso che ogni forma di razionalismo è una variante di internismo; riconosciamo un valore di scientificità al punto di vista internista perché compatibile con i progressi delle Neuroscienze, in generale, e con il grande sviluppo della Psicologia, della Psicanalisi e della Psichiatria.

La scientificità della prospettiva internista, non sufficientemente accolta da una parte consistente dei fautori della cultura cosiddetta scientifica, può essere messa in dubbio, ma le motivazioni contrarie ci sembrano deboli. Infatti, negando autonomia ai processi cognitivi, alle operazioni svolte dalla nostra mente, si giunge all’assurdo di considerare il contenuto dei pensieri come produzione oggettiva, dovuta al mondo, e a mettere tra parentesi l’inconscio, oltre che i progressi compiuti dalla Psicanalisi, dalle Neuroscienze, e dalla Psicologia clinica nel Novecento, progressi basati proprio sulla scoperta dell’interiorità e non sulla sua eterogeneità rispetto alla dimensione linguistica, che rappresenta solo una fase successiva all’elaborazione pre-linguistica, mentale, dove l’individuo sperimenta quella coscienza solipsistica nota come solitudine ontologica.

Nell’accentuare la dipendenza della mente dal contesto in cui essa opera ed agisce, c’è il rischio di non prestare la giusta attenzione al mondo dei sogni e delle pulsioni che costituiscono la nostra interiorità, sulla base di paradigmi gnoseologici non sempre attendibili.

In particolare, sembra doveroso notare che la prospettiva esternista ripropone sia il pregio dell’esattezza che la difettosità del dogmatismo derivante dal Positivismo e dalle sue propaggini novecentesche. In entrambi i casi, riscontriamo una percezione inadeguata dei dati scientifici, in nome di una pregiudiziale epochè o sospensione del giudizio filosofico tradizionale, e di una limitatissima conoscenza di quella tradizione filosofica e psicologica che dovrebbe costituire il fondamento di ogni studio rigoroso del fenomeno della mente.

bisognerebbe prendere molto sul serio il paradigma gnoseologico che ci proviene dalla prospettiva internista, all’interno della temperie post-analitica, e cioè dalle indicazioni del linguista Noam Chomsky e dei filosofi della mente John Searle, Jarry Fodor e Thomas Nagel, che, al di là delle grandi differenze temperamentali e di sensibilità, rappresentano una corrente unitaria, per la comune, importantissima affermazione del valore di autonomia della mente riguardo al mondo esterno.

4 - Da Nagel a Searle

Il filosofo americano Thomas Nagel nel libro del 1987 Una brevissima introduzione alla filosofia (trad.it. Il Saggiatore, Milano 1989) auspica un ritorno a Cartesio, al suo tema speculativo della solitudine ontologica sperimentata nella dimensione coscienziale che possiamo o non attribuire ad altri, o ad altre cose, come rocce, esseri viventi in genere, vegetali, etc…

Questa questione era stata affrontata in altri saggi precedenti, titoli come Panpsichismo o Che effetto fa essere un pipistrello? confluiti nella raccolta Questioni Mortali, del 1979 (trad. it. di A. Besussi, Il Saggiatore, Milano 1986).

Nagel ha fatto un’importante tentativo di assimilazione delle istanze dell’Ermeneutica (teoria dell’interpretazione), riflettendo sulla filosofia di Dilthey, in particolare sul concetto di comprensione. Un altro punto significativo è l’affermazione che il carattere soggettivo dell’esperienza prescinde dalle funzioni del comportamento; una concezione che sembra ancora una volta radicalizzarne la differenza rispetto a quelle che sono le coordinate proprie del punto di vista esternista.

La posizione di Nagel ha contribuito alla rivalutazione dei qualia, cioè gli aspetti qualitativi radicati nell’esperienza cognitiva. Vicino a questi orientamenti di pensiero, G. Strawson (Mental Reality, MIT Press, Cambridge 1995) sostiene che la dimensione psicologica è una processualità informazionale (information process) che per noi è ancora sconosciuta.

Altri sostengono la necessità di astenersi da un’indagine comportamentistica o statistica riguardo a fenomeni possibili come e in quanto esperienza pura, quindi non misurabili o comprensibili in termini quantitativi.

Nella prospettiva internista esistono comunque delle contrapposizioni radicali. C’è differenza, ad esempio, tra chi accetta l’analogia mente-computer, come Fodor, e chi la rifiuta recisamente, come John Searle che, nell’opera del 1980 Mente, cervello, intelligenza (trad. it. Bompiani, Milano 1986), critica l’ipotesi dell’Intelligenza Artificiale forte, per la quale la mente sarebbe una sorta di computer biologico.

Contro la Scienza Cognitiva, Searle afferma l’irriducibilità dei fatti mentali a fenomeni neurobiologici interpretabili mediante modelli matematici (quantitativi), e quindi l’impossibilità di tematizzare fino in fondo un’analogia credibile tra la mente umana e macchina, nella fattispecie, l’elaboratore elettronico (computer).

5 - Fodor

Jarry Fodor, filosofo della mente e psicologo influenzato dalle idee di Chomsky, internista, nell’opera Psychological Explanation (Random House, New York 1968) si inserisce nella svolta psicologista della prospettiva analitica, contestando le teorie a base linguistica della Oxford-Cambridge Philosophy o di filosofie ad essa riconducibili (Moore, il secondo Wittgenstein, Wright, Austin, Ryle, Ayer, etc…). Fodor ritiene che l’atteggiamento proposizionale implichi pur sempre l’esistenza di una rappresentazione interna, che precede l’espressione linguistica. Per essere più chiari, Fodor ripristina la psicologia e la filosofia della mente tradizionali, nel momento in cui parla di un linguaggio del pensiero, cioè un codice mentale prelinguistico di carattere solipsistico e privato distinto dal linguaggio standard. Fodor s’interroga sull’origine e il senso degli stati mentali, e trova questa risposta: gli stati mentali sono “relazioni tra gli organismi e le rappresentazioni interne, e stati mentali casualmente intercorrelati si succedono gli uni agli altri in accordo con i principi computazionali che valgono formalmente per le rappresentazioni”.

Ne La mente modulare (1983; trad. it. Il Mulino, Bologna 1988) Fodor accentua ulteriormente i termini del rapporto analogico mente/computer; la struttura della mente va descritta in termini rappresentazionali, sulla base del modello input-output.

Come il computer, la mente umana elabora simboli e significati, che agiscono al livello delle rappresentazioni. Queste teorie sono state ribadite nel suo lavoro più importante, Psicosemantica (1987; trad.it. Il Mulino, Bologna 1990) che si occupa del significato all’interno della filosofia della mente, e ricava da questo tema una riflessione sulla necessità di una teorica scientifica dell’intenzionalità, fondamento di ogni atto mentale (credenze, desideri, etc…).

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