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Kafka e l'identità sociale

Nella “Metamorfosi” Kafka racconta la storia di un uomo che un mattino si risveglia non più come essere umano ma come insetto! Il testo kafkiano non è semplicemente la storia dell’esclusione di un “diverso” da parte degli altri “normali”. Non è neppure la vicenda di una alienazione (in senso hegelo-marxiano, cioè come “oggettivazione” di sé non recuperata). No, è qualcosa di più terribile. E’ l’esclusione fino alla morte di un individuo che si percepisce primariamente come diverso, come altro. E’ infatti Samsa che vede se stesso come insetto, prima ancora che gli altri ne percepiscano tutta la drammatica evidenza. Ma è ancora lui che nelle sue meditazioni pensa di poter andare al lavoro e prendere il treno, come se non fosse accaduto nulla di terribile. Lui si percepisce come diverso, ma nello stesso tempo nega questa diversità perchè pensa appunto di continuare a fare una vita normale.

Questo significa che l’identità altra, l’alterità radicale rispetto al mondo, non è percepita da Samsa come fonte in sé di esclusione. Egli non ha coscienza della propria “diversità” radicale, perchè allo stesso tempo la nega sentendosi “normale”. Sono gli altri che escludono questa alterità oggettiva, perchè è troppo radicale, perchè è appunto “ontologica”, e non sanno ovviamente che il pensiero di Samsa è invece rivolto alla normalità.

La nozione che Samsa ha dell’identità personale è quindi ingenua e complessa a un tempo, si può dire che è un dato col quale è costretto a fare i conti, qualcosa che trova in se stesso, ma nel senso che egli vuole poi fare a meno della percezione che gli altri hanno di lui. Egli non coglie l’identità come rapporto di alterità, o come contrapposizione, appunto perchè la sua storia è al limite, e diventa quindi un paradosso che non si scioglie. Se Samsa all’inizio e prima del rapporto con gli altri percepisce se stesso come insetto e dunque come radicalmente diverso, egli senza saperlo si contrappone al mondo rivendicando una propria identità. Ma non la rivendica fino in fondo, perche la nega volendo essere ancora normale. Se poi il mondo accetta o meno questo fatto, ciò dipenderà dalla capacità che si ha di difendere la propria soggettività. E Samsa, proprio per l’assolutezza della sua alterità contradditoria non è in grado di rivendicare alcunchè: deve soccombere nel disprezzo e nella pietà. Vale a dire, c’è qui da parte dell’uomo Kafka l’oscura consapevolezza di una crisi delle identità individuali che sarebbe avvenuta di lì a qualche decennio, nella forma proprio di una divaricazione delle singole identità. Certo crisi non significa che non esiste più identità individuale, ma invece che questa identità diviene precaria, che deve essere “riempita” di altri contenuti, come per esempio l’attaccamento strumentale a una fede religiosa determinata: questo è lo specchio dei nostri tempi!

Se dunque in un ambiente umano normale nella civile Europa del XX secolo può accadere che un essere umano si trasformi in uno scarafaggio, questo vuol dire che l’identità personale di ciascun individuo diventa quanto mai mobile, cade in un divenire nel quale le identità diventano “molte” e pericolose, senza che gli stessi soggetti siano capaci di difenderle. L’estrema mobilità sociale dei nostri anni ha implicazioni anche riguardo all’identità di ciascun individuo. E’ la mobilità dell’IO e della coscienza, che Kafka ha intravisto molti decenni prima. E’ quella molteplicità di identità sociali all’interno di ciascun soggetto di cui va teorizzando certa sociologia dei nostri tempi. Ma Kafka ha lanciato un avvertimento: guardate che l’identità mobile è un pericolo mortale per gli individui! Guardate che il sentimento dell’identità di ogni individuo è talmente forte che anche quando c’è alterità ognuno tende ad attaccarsi sempre alla vecchia identità. E si va incontro a esclusioni sempre più radicali e feroci delle persone dal sistema sociale, anche se può sembrare che molte identità sociali presenti all’interno di ciascun singolo individuo siano capaci di dare agli individui stessi maggiori chances nel processo di integrazione sociale. Le alterità possono essere religiose, culturali, psicologiche. Ma quella di Kafka non è una alterità totale, si è visto. Tuttavia c’è anche da dire che un’alterità totale, radicale, non è possibile a nessun individuo della Specie homo sapiens attuale perchè l’identità è strettamente connessa alla coscienza di homo sapiens e quando essa entra in crisi ci sono problemi anche per la coscienza. Infatti, poichè la coscienza è legata all’IO, una crisi dell’IO identitario implica di necessità un “oscuramento” della coscienza, una perdita appunto della propria percezione di esistere. Per questo ci si attacca anche ferocemente alla propria identità quando questa si indebolisce. Si fa un po’ come Gregor Samsa, si tende ad affermare una negazione (l’identità entrata in crisi). E può accadere che questo lo si faccia anche utilizzando strumenti violenti, come purtroppo avviene nei nostri paesi occidentali. Certo, il massimo della crisi di identità è dato dalla follia delirante, ma sul piano dei fenomeni di massa l’apice della deiezione è dato dalla mostruosità dell’insetto kafkiano.

Mi interessa qui la psicologia dell’identità. Come ho accennato, ci sono teorie sociologiche (cfr. per esempio Bauman) che affermano essere l’identità qualcosa come un vestito da indossare a piacimento, che si può cambiare secondo i luoghi e le occasioni. Sicchè ciascuno sarebbe uno e nel contempo molti. L’esistenza sociale come giuoco di mobilità. Un mondo di teatranti che si divertirebbero ad agire nel sociale, lavorando e giocando. Tempo libero da impiegare in una rincorsa di identità diverse... Poichè la società diventa sempre più flessibile nessuno deve più indugiare nella rigidità di sé, ma si deve spogliare di una faccia sempre uguale... E sembrerebbe che ciò sia utile per impedire la violenza delle identità in crisi, che si tratti insomma di una prospettiva interessante e attraente. In effetti all’apparenza questo discorso è attraente. Ma solo all’apparenza. Perchè qui si annida una trappola. Questa trappola è la caduta vertiginosa del sentimento di sé, la perdita di qualsiasi ancoraggio alla coscienza da parte dell’IO (il vivere la propria alterità senza consapevolezza come Gregor Samsa), il venir meno in ultima analisi dei legami sociali, che si indeboliscono. A me pare insomma che la teorizzazione delle identità molteplici di cui ogni individuo si dovrebbe dotare sia il frutto di una nevrosi dell’uomo occidentale, legata alla frenesia del fare e dell’operare. E’ il parossismo dell’attività economica, di cui certi sociologi non sembrano rendersi conto.

Il senso dell’IO è connesso in modo rigido alla coscienza, e la sua formazione risale ai primissimi anni di vita, e da allora si sedimenta e si “adagia” nel cervello. E’ un sentimento troppo forte quello dell’identità personale di ciascuno perchè ci si possa giocare a piacimento. E ciò anche perchè nell’identità umana c’è sempre una qualche dose di “contrapposizione” agli altri almeno come difesa di sé (senza cercare una contrapposzione dura o violenta), a causa della debolezza instrinseca, ontologica della natura umana, non animale completamente, non “spirituale” (o mentale), ma che sta come ibrido in una terra di nessuno.
Se quindi non si vuole cadere nel giuoco folle e assurdo delle identità altre kafkiane, occorre che gli individui tengano ben presente che l’identità soggettiva è qualcosa di prezioso che va salvaguardata in integrazione con altre identità di cui sono portatori altri individui. E allora sì, davvero, che sarà possibile una ricchezza di tutti. Perchè, appunto, difendere la propria identità significa difendere anche quella degli altri, come la propria con pieno diritto all’esistenza.

Autori: 

Giorgio Ortu