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Quando è l'analista ad abbandonare il proprio paziente

Quella di Giorgio è una lettera toccante per le emozioni , ahimé, negative, che emanano da essa. Giorgio, ingegnere, 28 anni mi chiede se è possibile, e in quali casi, che un terapeuta abbandoni in maniera piuttosto brusca un proprio paziente…--“Così come è successo a me”--.

Caro Giorgio, dalla esperienza che ho, teorica e pratica, come psicologa, la mia risposta è No! Esistono dei casi ( paziente non cooperativo; non rispettoso degli onorari da corrispondere ) che possono predisporre il terapeuta alla interruzione o alla cessazione del trattamento terapeutico. Sono queste delle eccezioni rispetto ad una prassi usuale che vede il paziente accomiatare il terapeuta.

In ogni caso, così come è sancito dal codice deontologico, il terapeuta deve sempre avvertire il paziente con ampio margine di tempo e rendere meno traumatica possibile tale cessazione.

In sintesi il paziente non deve sentirsi abbandonato dal suo terapeuta e, soprattutto, tradito nella fiducia accordata.

Cosa si intende per paziente non cooperativo? La terapia, questo viaggio a ritroso verso le più “primarie” delle emozioni, è caratterizzata da un “setting”, da “un’atmosfera”, speciale, nell’ambito della quale due persone --paziente e terapeuta-- interagiscono alla pari. La regressione ovvero l’impatto con intense ed infantili emozioni, sancisce, di fatto, in tale rapporto, una forte disuguaglianza.

Il terapeuta viene percepito come potente, come colui che può soddisfare o frustrare gli atavici bisogni, le aspettative, le speranze del paziente. Paziente che, spesso, si spinge ben oltre quelli che sono i limiti e le richieste tollerabili in un così primitivo rapporto a due. Parliamo di ciò che Freud sintetizzò con il termine di transfert. Il paziente amerà il proprio terapeuta fin tanto che questi gratificherà i riesumati bisogni; colpirà senza limite di crudeltà se le aspettative saranno disattese. E’ quest’ultima, mi chiedo, una forma di non cooperazione? La medesima non cooperazione che , a dir suo, pare sia stata attribuita a Giorgio?

Non voglio definire gravemente disturbati, portatori di profonde ferite narcisistiche, Io deboli e immaturi persone che, come Giorgio non hanno retto, probabilmente, l’irrompere di profonde emozioni. Sembra che la terapeuta di Giorgio abbia deciso di sospendere il trattamento, proprio a causa di un “esasperato amore da transfert”. Non conosco la vera motivazione che sottende una così aspra decisione, gli elementi su cui posso basarmi sono i vissuti così come Giorgio li ha interiorizzati ed esternati. In ogni caso è una modalità che assolutamente non condivido. “Il paziente è sempre una persona per cui vale la pena fare qualcosa; ha un gran bisogno di aiuto e lo merita”.

Se è quell’atmosfera speciale a smuovere gli impulsi più sommersi, --siano essi d’amore o di vendetta--, è in quell’atmosfera che gli stessi vanno elaborati e placati. Certo Giorgio ora è da solo, corre il rischio di “spostare” il suo oggetto d’amore, bruscamente, prematuramente ed arbitrariamente sottrattogli, in relazione a quelli che erano i suoi tempi, errando da una terapeuta all’altra.

Per quanto un terapeuta possa essere esasperato, è suo dovere ricorrere alla flessibilità --la regressione non è soltanto un fenomeno intrapsichico, ma anche un fenomeno interpersonale e, in quanto tale, dipende in parte dal paziente, in parte dall’oggetto, cioè dal terapeuta--.

Vorrei concludere con l’immagine di un parto: poche donne sanno che ritardando di pochi attimi il taglio del cordone ombelicale,possono evitare al loro bambino un dolore lacerante: il primo respiro --un divampare di fiamme in piccoli polmoni-- come lo definisce il famoso medico Leboyer; e si può separare vita dalla vita nella maniera più dolce e senza traumi.
La terapia, non è, forse, una ri-nascita?

Auguri Giorgio!

Per maggiori approfondimenti:
La Regressione (M.e E Balint)
Libera professione dello psicoterapeuta (Giusti -Margenau)
Per una nascita senza violenza ( F. Leboyer)

Autori: 

Francesca Gulino