“Matematica e Simboli” di Giorgio Ortu
Che rapporto esiste tra il matematico e i simboli? Non si è ancora venuti a capo del mistero della matematica. Come mai insomma una specie giovane come quella umana (circa 40.000 anni) è stata capace di “inventare” (o “scoprire”) un complesso simbolico così ampio e profondo tale da consentire una penetrazione maggiore nella realtà. Sembra strano che l’evoluzione abbia selezionato dei geni per la matematica, che, certo, nella savana non servivano a nulla.
In realtà, i principi della matematica intesa come “calcolo razionale” sono già presenti completamente nel linguaggio astratto, capace di “costruire” esso stesso la realtà attraverso operazioni di scissione e determinazione e quindi organizzazione della realtà stessa con l’uso degli universali linguistici.
Si è trattato quindi di una crescita di complessità per la matematica, a partire dal linguaggio, e via via con le operazioni elementari del contare.
Il legame con l’astrattezza del linguaggio, è ciò che rimane nella mente di certi matematici in particolare del tempo moderno. Personalità “disturbate”.
Prendiamo quattro matematici del XIX e del XX secolo: Cantor, Goedel, Majorana e Nash.
Queste quattro persone possono essere classificate come il tipo dell’estremamente emotivo, dell’insicuro poco adatto alla convivenza con gli altri uomini. La loro esistenza era la matematica (la fisica matematica nel caso di Majorana).
Ebbene, come mai un sapere così astratto, così “puro” come la matematica albergava in menti così incerte emotivamente, così insicure?
L’ipotesi è che che questi soggetti fossero privi di simboli, non il “simbolo” inteso come segno dell’ “altro”, ma il simbolo come “struttura” della mente, indeterminato e a un tempo concreto e capace di orientare il comportamento e i valori. (Si pensi alla potenza del simbolo del denaro, per esempio, o al simbolo della “ragione”, intesa non tanto come facoltà di cui tutti gli uomini sono dotati, ma proprio come valore interno).
Quindi, se i simboli, “materialisticamente” intesi come “carica” elettromagnetica, hanno il proprio sito nella corteccia cerebrale destra, con addentellati nel sistema limbico, la loro assenza liberò il lato emozionale di questi soggetti dal controllo che i simboli erano in grado di esercitare su di esso, e a un tempo fece emergere dal loro cervello la razionalità astratta della matematica. Così, questi uomini erano come scissi, e la loro ricerca teoretica non aveva legami con la vita pratica.
Sembra quindi che un matematico sia tanto più grande quanto più la sua mente è povera di simboli, proprio per la “liberazione” della razionalità scissa che tale povertà implica.
Redazione :: Mag.24.2008 :: Filosofia della Mente :: Comments Off