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Archivio di Luglio, 2005

“I sogni in sintesi” di Elia Tropeano

I sogni assolvono diverse funzioni, tra cui: farci orientare istantaneamente dopo il risveglio, operare il salvataggio delle informazioni apprese nella giornata antecedente al sonno e caricamento di tutti i programmi comportamentali e di pensiero. Nel caso dovessimo svegliarci accidentalmente senza un sogno in corso avremmo grossi problemi a spostarci fisicamente nello spazio, a coordinare semplici movimenti, ecc.. Questa è la sintesi di alcuni miei articoli apparsi di recente su internet, tuttavia non ho citato il caso di una maestra, la quale raccontò che una sera, mentre era impegnata con una amica a studiare per prepararsi ad un concorso, si fece notte e si addormentò sui libri, ma improvvisamente sveglia si mise ad urlare terrorizzata perché non capiva cosa facesse quella donna a casa sua. Impiegò del tempo per orientarsi e riconoscere l’amica sconvolta dall’evento.
Una signora, dopo aver letto i miei articoli, si è sentita rassicurata per un episodio capitato al figlio quindicenne. Una notte sentiva dei rumori, accese le luci e vide il figlio che gironzolava faticosamente nella stanza, ma non era in grado di esprimersi e spiegare cosa stesse facendo. Lei pensò ad un ictus, non sapeva cosa fare; subito intervenne il marito e insieme cercarono di soccorrerlo. Più tardi il ragazzo si riprese completamente e spiegò di aver accusato problemi dopo essersi svegliato, compreso una paralisi al braccio. Si era trattato semplicemente di un risveglio accidentale, ovviamente senza un sogno in corso.

“Articolo sulla PNL” di Elia Tropeano

La Programmazione neurolinguistica (PNL) nasce negli anni settanta ed è il risultato dell’opera di un matematico, Richard Bandler, e di un linguista, John Grinder, i quali misero a punto delle straordinarie tecniche di comunicazione per essere utilizzate efficacemente nell’azione terapeutica mostrando una serie di strumenti ricavate da alcuni astri carismatici della moderna psicoterapia. Successivamente le metodologie furono estese ad altri campi della comunicazione dall’industria al commercio, dalla scuola alle attività legali, ecc.
La PNL è una nuova disciplina che opera nell’ambito dell’esperienza soggettiva e presenta strumenti, tecniche specifiche e principi organizzativi per conseguire qualsiasi risultato comportamentale.
La PNL è un modello; i modelli si contrappongono alla teoria per l’utilità e la funzionalità e rappresentano semplicemente la descrizione fedele di come qualcosa operi senza impegnarsi a specificarne il perché.
Il modello della programmazione neurolinguistica basa il suo fondamento su assiomi, leggi e principi della comunicazione, linguistica e cibernetica e dalla consapevolezza che gli schemi del comportamento umano sono originati dai sistemi percettivi: vista, udito, tatto, olfatto e gusto.
Infatti, le informazioni che ci giungono dal mondo esterno le riceviamo attraverso i cinque sensi, e questi cinque sensi li usiamo per elaborarli internamente in programmi comportamentali.
I programmi comportamentali (strategie) sono organizzati in una sequenza ordinata di sistemi rappresentazionali, l’equivalente all’elaborazione interna dei sistemi percettivi, selezionati da un operatore che collega per sinestesi i vari stadi della strategia stessa.
La PNL, sostiene che qualunque abilità, competenza, capacità intellettiva, ecc. al pari di qualsiasi altra attività umana complessa ha una struttura e pertanto può essere appresa, dati i mezzi appropriati.
Le tecniche della Programmazione neurolinguistica tendono a rettificare i processi sensoriali che regolano e conservano il problema psicologico, e non ad analizzare il contenuto specifico o il prodotto che lo mantengono saldo. E’ un modello conforme a un sistema limpido e pulito e opera in modo efficace. E’ uno strumento controllabile e sistemico che amplia la gamma d’azione di ogni psicoterapeuta indipendentemente dalla scuola di provenienza.

“Intelligenza Artificiale: il computer è intelligente ?” di Giuseppe Longo

Nell’aprile 1836 il Southern Literary Journal di Richmond, in Virginia, pubblicò un lungo articolo in cui Edgar Allan Poe sottoponeva ad esame analitico un automa straordinario che giocava a scacchi senza intervento palese dell’uomo. “Molti uomini di genio e di grande acutezza, scriveva Poe, non hanno esitato a definire questo automa una pura macchina. Se così fosse, si tratterebbe dell’invenzione più straordinaria del genere umano.”

Il sogno di costruire un meccanismo capace di giocare a scacchi sembrò attuarsi nel 1769, quando il barone e ingegnere ungherese Wolfgang von Kempelen presentò alla corte di Maria Teresa d’Austria un “automa scacchista”. Vestito alla turca, capace di giocare (e vincere) movendo i pezzi con il braccio sinistro, il Turco di von Kempelen si esibì in Russia, a Parigi e a Londra, suscitando stupore ed entusiasmo. Acquistato dopo la morte del barone da Johann Maelzel, continuò la sua tournée in tutta Europa e, nel 1825, sbarcò negli Stati Uniti. Il Turco stava seduto dietro una specie di canterano che lo nascondeva dalla vita in giù. Prima dell’esibizione, Maelzel apriva gli sportelli anteriori e posteriori del canterano per dissipare il dubbio che vi si celasse una persona. Ma Poe analizzò la successione delle aperture e chiusure, dimostrando che un uomo avrebbe potuto nascondersi nel mobile.

Lo scrittore americano esaminò poi come l’automa muoveva il braccio, roteava gli occhi e spostava i pezzi, e concluse che di fatto nell’armadio si celava uno scacchista provetto. In seguito, pieno di debiti, Maelzel fu costretto a vendere l’automa a un certo Mr. Ohl, che a sua volta lo cedette al museo di Filadelfia. Il Turco fu distrutto dall’incendio che devastò la città il 5 luglio 1854. Che cosa c’insegna questa storia? Diciamo che un computer è “intelligente” se sul suo schermo compaiono segni che giudicheremmo intelligenti se fossero opera di un essere umano. Ma dietro lo schermo c’è una macchina o un uomo? Da una parte ci sono gli entusiasti dell’intelligenza artificiale (Poe li definirebbe creduloni), convinti che la macchina si comporti in modo autonomo: il Turco (o il suo discendente Deep Blue, che ha sconfitto Kasparov) gioca davvero a scacchi senza intervento umano e, siccome non si tratta di un gioco deterministico come un’operazione aritmetica, manifesta iniziativa e capacità di decisione. Insomma il computer è intelligente.

Dall’altra parte ci sono gli scettici, per i quali la macchina non fa altro che eseguire un programma che le è stato assegnato dall’uomo. Per costoro è come se all’interno del calcolatore si nascondesse un essere umano, o almeno il suo fantasma sotto forma di algoritmo. La macchina sarebbe solo un prolungamento della nostra mente: il senso delle sue operazioni starebbe sempre nell’uomo.

In questa seconda prospettiva, che condivido, uomo e macchina non si possono separare. Essi costituiscono un simbionte cognitivo, dotato di proprietà inedite: senza il computer l’uomo è menomato, ma senza l’uomo il computer è inerte. Chi sostiene l’autonomia delle macchine, invece, tende ad assimilare il computer all’uomo (e l’uomo al computer).

“I Robot e i sentimenti umani” di Giuseppe Longo

C’è un famoso film di Spielberg, “A. I.” (”Intelligenza Artificiale”), in cui si affrontano i delicati problemi che nascerebbero se i ricercatori riuscissero a riprodurre sentimenti umani nelle creature artificiali.

Da secoli tentiamo di imitare l’atto divino della creazione, e la storia é piena di tentativi goffi e curiosi: gli automi, dispositivi spesso zoomorfi o antropomorfi che, mossi da meccanismi nascosti al loro interno, riproducevano alcuni comportamenti degli esseri viventi.

Questi congegni erano ovviamente lontanissimi dai loro modelli, cui si avvicinavano per la forma esteriore, ma non certo per la somiglianza strutturale e funzionale. Le cose subirono una svolta verso la metà del Novecento, quando furono costruiti i primi calcolatori elettronici. Si capì ben presto che il computer non era solo una macchina per far di conto, ma possedeva immense capacità nell’ambito del mondo simbolico della mente.

A questo punto l’obiettivo dei costruttori mutò: non si cercò più, ingenuamente, di costruire una creatura simile all’uomo nel suo complesso, bensì di riprodurne o simularne con precisione una sola parte, quella ritenuta più importante: la mente. A quei tempi c’era (e in parte c’é ancora) una forte tendenza a identificare l’intelligenza con i suoi aspetti logici e razionali e questa identificazione, cui contribuì potentemente il computer, rafforzò a sua volta la convinzione che l’informatica fosse la tecnologia giusta per costruire un modello corretto della mente. Nel 1956 queste ricerche si costituirono in una nuova disciplina: l’intelligenza artificiale.

Essa si proponeva di descrivere le funzioni della mente tramite algoritmi, o programmi, e di trasferirli poi in un computer. Eseguendo tali programmi, il computer si sarebbe comportato come una mente, anzi sarebbe diventato una mente.

Ma oggi si va oltre e si tenta di riprodurre nei computer non solo l’intelligenza astratta, bensì anche i sentimenti, le emozioni e quella sfuggente entità che si chiama coscienza.

Se questi tentativi dovessero riuscire e nascessero i robot coscienti, si aprirebbero orizzonti inauditi e problematici. Perchè questi esseri potrebbero, come noi, essere soggetti al dolore. Allora perchè suscitare dal nulla creature tanto simili a noi da essere capaci di soffrire? La loro sofferenza, che potrebbe derivare per esempio dalla consapevolezza di non essere del tutto assimilabili agli uomini (pensiamo ai replicanti di “Blade Runner”), sarebbe un triste corollario della nostra abilità creatrice.

La psicologia degli automi, degli androidi e dei ciborg é oggi uno dei temi più interessanti della fantascienza e forse sarà uno dei problemi più ardui di un futuro già a portata di mano. E noi, come dovremmo comportarci verso esseri tanto sensibili e delicati? Riusciremmo ad avere nei loro confronti un atteggiamento più “umano” di quello che abbiamo spesso verso gli animali? Il rapporto uomo-macchina, già’ complesso oggi in un mondo dove le macchine sono “solo” macchine, si complicherebbe ulteriormente.

E se, col nostro aiuto, queste macchine diventassero tanto simili all’uomo da rendere incerto il confine tra noi e loro, che cosa dovremmo concluderne? Che l’uomo in fondo é una macchina? O che é dotato di una virtù creatrice divina? Per il momento si tratta di speculazioni, ma sappiamo bene che la realtà finisce spesso col superare le fantasie più sfrenate.

“Neuro-Programmazione Digitale” di Elia Tropeano

La neuro-programmazione digitale è la materia d’indagine che sto sviluppando a partire dai modelli terapeutici della programmazione neurolinguistica di Richard Bandler. Il termine digitale è inteso soprattutto come un sistema di codifica delle informazioni provenienti principalmente dall’emisfero sinistro del nostro cervello. In programmazione neurolinguistica, PNL, ogni attività umana è comportamento, dalle semplici espressioni fisiche o di pensiero a quelle più complicate, dalle semplici affezioni alle complesse patologie cliniche. Sto analizzando diverse metodiche PNL per estrarre l’essenziale in modo da agevolare qualsiasi persona abbia voglia di cimentarsi con queste potenti tecniche di comunicazione. L’obiettivo è di poter fare affidamento su un esiguo numero di procedure, in grado di affrontare qualsiasi problematica terapeutico-comportamentale in un periodo relativamente trascurabile. La materia consiste essenzialmente in casi clinici risolti, il più delle volte, in modo istantaneo. Nei procedimenti si potrà costatare la semplicità, l’ovvio ed il tempo d’impiego. L’idea di rendere nota questa disciplina mi venne mentre tenevo un corso dimostrativo di Neuro-programmazione digitale e PNL a Venafro (IS), presso il Centro di guarigione olistica Anam Cara. Allora mi convinsi che il materiale che stavo scrivendo, dispense didattiche per i partecipanti, potesse servire ad un pubblico interessato a modelli innovativi. Al Centro era possibile partecipare a seminari, corsi e sedute individuali di ‘ VitationR, Pensiero creativo, Biodanza, Feng shui, Firewalking, Yoga, Tai chi chuan, Rebirthing, Sistema corpo-specchio, Kinesiologia, ecc. Mi avevano invitato perché erano curiosi di sapere com’era possibile risolvere alcuni problemi clinici o comportamentali in una seduta di breve durata. Al primo incontro ero un pò teso, avevo di fronte clinici specializzati, esperti in terapie alternative e persone di cultura. Appena mi sentii più rilassato, eliminai in pochi istanti delle fobie a due donne che avevano il problema da più di trenta anni e che avevano provato altri metodi di cura.
La neuro-programazione digitale consiste in nuovi e semplici metodi terapeutici in grado di risolvere rapidamente un’ampia gamma di problemi clinici e psicologici. Le tecniche riportate si sono inoltre rivelate utili per intervenire con successo sulle malattie croniche e su certe patologie ritenute irrisolvibili. Le tecniche terapeutiche muovono dalla Programmazione neurolinguistica per arrivare ad una nuova e semplice procedura d’intervento che si basa principalmente sui trasferimenti informatici interemisferici dei dati contenuti ed elaborati rispettivamente nell’emisfero destro e sinistro del nostro cervello. Una sezione si dedica alla memorizzazione e al sistema d’invio delle informazioni alla nostra memoria, una al linguaggio digitale /analogico, un’altra Neuro-etimologia, questa ultima spiega quanto i vocaboli siano in grado di significare; per finire fisiologia e funzione dei sogni e possibilità di utilizzo terapeutico.

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