C’è un famoso film di Spielberg, “A. I.” (”Intelligenza Artificiale”), in cui si affrontano i delicati problemi che nascerebbero se i ricercatori riuscissero a riprodurre sentimenti umani nelle creature artificiali.
Da secoli tentiamo di imitare l’atto divino della creazione, e la storia é piena di tentativi goffi e curiosi: gli automi, dispositivi spesso zoomorfi o antropomorfi che, mossi da meccanismi nascosti al loro interno, riproducevano alcuni comportamenti degli esseri viventi.
Questi congegni erano ovviamente lontanissimi dai loro modelli, cui si avvicinavano per la forma esteriore, ma non certo per la somiglianza strutturale e funzionale. Le cose subirono una svolta verso la metà del Novecento, quando furono costruiti i primi calcolatori elettronici. Si capì ben presto che il computer non era solo una macchina per far di conto, ma possedeva immense capacità nell’ambito del mondo simbolico della mente.
A questo punto l’obiettivo dei costruttori mutò: non si cercò più, ingenuamente, di costruire una creatura simile all’uomo nel suo complesso, bensì di riprodurne o simularne con precisione una sola parte, quella ritenuta più importante: la mente. A quei tempi c’era (e in parte c’é ancora) una forte tendenza a identificare l’intelligenza con i suoi aspetti logici e razionali e questa identificazione, cui contribuì potentemente il computer, rafforzò a sua volta la convinzione che l’informatica fosse la tecnologia giusta per costruire un modello corretto della mente. Nel 1956 queste ricerche si costituirono in una nuova disciplina: l’intelligenza artificiale.
Essa si proponeva di descrivere le funzioni della mente tramite algoritmi, o programmi, e di trasferirli poi in un computer. Eseguendo tali programmi, il computer si sarebbe comportato come una mente, anzi sarebbe diventato una mente.
Ma oggi si va oltre e si tenta di riprodurre nei computer non solo l’intelligenza astratta, bensì anche i sentimenti, le emozioni e quella sfuggente entità che si chiama coscienza.
Se questi tentativi dovessero riuscire e nascessero i robot coscienti, si aprirebbero orizzonti inauditi e problematici. Perchè questi esseri potrebbero, come noi, essere soggetti al dolore. Allora perchè suscitare dal nulla creature tanto simili a noi da essere capaci di soffrire? La loro sofferenza, che potrebbe derivare per esempio dalla consapevolezza di non essere del tutto assimilabili agli uomini (pensiamo ai replicanti di “Blade Runner”), sarebbe un triste corollario della nostra abilità creatrice.
La psicologia degli automi, degli androidi e dei ciborg é oggi uno dei temi più interessanti della fantascienza e forse sarà uno dei problemi più ardui di un futuro già a portata di mano. E noi, come dovremmo comportarci verso esseri tanto sensibili e delicati? Riusciremmo ad avere nei loro confronti un atteggiamento più “umano” di quello che abbiamo spesso verso gli animali? Il rapporto uomo-macchina, già’ complesso oggi in un mondo dove le macchine sono “solo” macchine, si complicherebbe ulteriormente.
E se, col nostro aiuto, queste macchine diventassero tanto simili all’uomo da rendere incerto il confine tra noi e loro, che cosa dovremmo concluderne? Che l’uomo in fondo é una macchina? O che é dotato di una virtù creatrice divina? Per il momento si tratta di speculazioni, ma sappiamo bene che la realtà finisce spesso col superare le fantasie più sfrenate.
Redazione :: Lug.08.2005 ::
Intelligenza Artificiale ::
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