RSS Saggi RSS Commenti 101 Saggi presenti in Archivio

Archivio di Gennaio, 2005

“Antonio Damasio e la funzione della coscienza” di Astro Calisi

Se consideriamo la funzione svolta dalla coscienza nell’ambito del processo di adattamento degli organismi all’ambiente, e quindi del significato che assume la coscienza stessa nella storia evolutiva delle forme biologiche più complesse, Antonio Damasio è uno dei pochi che ha tentato di dare risposte che non fossero di semplice ossequio alla concezione personale proposta.
Damasio parte da interrogativi quali: «Perché mai abbiamo bisogno di un “livello mentale” delle operazioni cerebrali, e non possiamo farci bastare il semplice “livello delle mappe neurali” attualmente descritto grazie agli strumenti delle neuroscienze?», «Perché il livello delle mappe neurali, con le sue attività né mentali né coscienti, dovrebbe rivelarsi meno efficiente di quello della mente cosciente ai fini della gestione del processo vitale?». (1)
L’ipotesi prospettata da Damasio per render conto del ruolo svolto dalla coscienza è che «in corrispondenza del livello mentale, la complessità dei fenomeni sensoriali faciliti un’integrazione fra modalità diverse, per esempio di quella visiva con quella uditiva, oppure di queste due con quella tattile, ecc. Inoltre, l’esistenza del livello mentale potrebbe anche permettere l’integrazione di immagini reali riconducibili a ogni tipo di modalità sensoriale con altre immagini pertinenti richiamate dalla memoria, […] La risposta, allora, potrebbe essere questa: le immagini mentali consentirebbero una facilità di manipolazione dell’informazione che il livello delle mappe neurali non permetterebbe». In questa ottica, il contributo al processo di adattamento da parte del sé cosciente, per Damasio, non può essere che una sorta di monitoraggio, eseguito a un livello del tutto particolare: «Il senso del sé introduce, nel livello di elaborazione mentale, la seguente idea, e cioè che tutte le attività correnti rappresentate nel cervello e nella mente siano attinenti a un singolo organismo le cui esigenze di autoconservazione sono la causa fondamentale della maggior parte degli eventi in corso di rappresentazione. […] Senza le immagini mentali, l’organismo non sarebbe in grado di eseguire un’integrazione tempestiva e su larga scala dell’informazione essenziale alla sua sopravvivenza». (2)
La coscienza, nella prospettiva di Damasio, ponendosi come mediatrice tra i bisogni avvertiti in un dato istante dall’organismo (corrispondenti allo stato del corpo attuale) e le informazioni in arrivo dall’ambiente (che indicano le possibilità di soddisfazione offerte dall’ambiente stesso) agirebbe come un complesso monitor a cui giungono un gran numero e una gran varietà di segnali, e dal quale è possibile inviare comandi per intervenire fattivamente nel mondo. Si tratta di un’immagine suggestiva e abbastanza plausibile, soprattutto in considerazione del fatto che la coscienza ci presenta solo i risultati finali delle elaborazioni svolte a livello nervoso, e ce li presenta sotto la forma più direttamente utilizzabile ai fini dell’azione. In maniera molto simile a quanto avviene in un quadro di comando di una macchina complessa, dove indicatori, leve e pulsanti offrono informazioni e permettono di intervenire nella maniera più agevole, riducendo al minimo la necessità di ulteriori elaborazioni da parte dell’operatore.
L’analogia tuttavia non può venir spinta oltre senza che emergano problemi difficilmente superabili con qualche marginale aggiustamento.
Cominciamo innanzitutto con l’osservare che la macchina e l’operatore costituiscono due entità ben distinte, ognuna con una propria specifica organizzazione interna, le quali possono interagire soltanto attraverso il monitor. Nel caso dell’uomo e della sua coscienza, i processi fisici che si verificano nelle strutture nervose e le rappresentazioni a livello mentale vanno visti invece come strettamente legati tra loro, al punto che per molti aspetti essi possono venir considerati come manifestazioni diverse di un unico fenomeno. Di conseguenza, ogni immagine mentale, riassumendo in sé il funzionamento integrato di un certo numero di gruppi nervosi, non può essere che di natura virtuale, del tutto passiva - riflessa - e quindi assolutamente ininfluente dal punto di vista della funzionalità del sistema. In altre parole, visto che le immagini mentali, nella prospettiva di Damasio, devono essere considerate come un prodotto dei processi elettrochimici che si svolgono, istante per istante, a livello cerebrale, esse non possono essere portatrici di nulla di più che non fosse già nel sistema.
Le immagini, emanazioni sul piano ideale dell’attività del sistema nervoso, non possono dar luogo a nuove informazioni, né esibire nuove proprietà rispetto a quelle possedute dal sistema stesso. Si tratta di un’impossibilità logica, che deriva dai limiti imposti a qualsiasi sistema formale (od organizzato secondo regole formali), per i quali esso non può dar luogo a prodotti le cui caratteristiche si pongano a un livello qualitativamente superiore rispetto a quelle del sistema di partenza.
Del resto, Damasio non lascia spazio per interpretazioni più ampie riguardo al suo modo di intendere il rapporto tra immagini mentali e strutture nervose quando afferma di non credere che «il livello mentale delle operazioni sia basato su una sostanza diversa, nel senso di Cartesio”. Secondo Damasio, “le immagini complesse, altamente integrate, che entrano in gioco nel processo mentale, possono infatti venire ancora concepite in termini fisici e biologici». (3)
Riaffermando in tal modo la centralità delle strutture e dei processi nervosi nella gestione del comportamento dell’organismo, Damasio si mostra incapace di riconoscere un ruolo autenticamente attivo alle immagini mentali, e quindi alla coscienza.
Per uscire da tale ambiguità di fondo, bisognerebbe forse porre in secondo piano le preoccupazioni di ordine metodologico e assegnare maggiore importanza ai vissuti soggettivi dell’individuo, considerandoli in qualche modo irriducibili ai processi nervosi sottostanti. In tale ottica comincerebbe ad acquistare un senso anche quella che chiamiamo autonomia dell’individuo, non riducendosi a un mero prodotto dell’organizzazione nervosa e delle sue interazioni con l’ambiente, regolati in ogni caso da leggi fisiche ben definite. Non si tratterebbe più di un’autonomia illusoria; né la coscienza potrebbe essere ancora considerata un epifenomeno, bensì una funzione dotata di uno spiccato significato evolutivo, in quanto orientata a favorire l’adattamento.
Purtroppo l’attuale cornice teorica entro cui, nonostante tutto siamo costretti a muoverci, non sembra offrire soluzioni per comporre tutti questi elementi in un quadro complessivamente coerente. Per giungere a una nuova prospettiva che sia soddisfacente, ci manca ovviamente qualcosa, qualcosa di importante. Oppure c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nei nostri approcci conoscitivi.
In ogni caso, è certo che la soluzione non può consistere - come qualcuno tenta di fare - nel ridurre del tutto la mente alle strutture e ai processi nervosi alle quali essa si presenta strettamente legata, trascurandone la dimensione soggettiva, sua principale caratteristica. Ancora più inaccettabili si presentano quelle forme di eliminativismo radicale che pretendono di risolvere i problemi negando l’esistenza di ciò che dovrebbero invece spiegare (la coscienza).
La proposta di Damasio, pur se inadeguata, sembra muoversi nella giusta direzione. E’ infatti una delle poche che prenda veramente sul serio la coscienza, al punto di chiedersi quale sia il suo ruolo nell’esistenza degli organismi. Si tratta di una posizione coraggiosa - sicuramente impopolare all’interno della comunità scientifica più tradizionalista - che ha però bisogno di ulteriori sviluppi prima di uscire da una sostanziale ambiguità di fondo.

————-
NOTE
(1) Antonio Damasio, Alla ricerca di Spinoza, pag. 248
(2) Op. cit., pagg. 249-50
(3) Op. cit., pag. 249

“Mentire” di Sergio Audasso

E’ grazie ai ricercatori della dell’Università della Pennsylvania School of Medicine, guidati dal prof Daniel Langleben, che possiamo ora capire i meccanismi della menzogna.

Monitorando l’attività cerebrale di un gruppo di 18 volontari con la risonanza magnetica funzionale (RMF), per mezzo della quale si è potuto osservare cosa accadeva nel loro cervello durante un particolare test, hanno scoperto una realtà ben chiara: il nostro cervello è sempre pronto per dire la verità, mentre per mentire deve organizzarsi, attivarsi ed agire, una sorta di lavoro extra non previsto.

Ai partecipanti al test, dopo averli fatti accomodare all’interno dell’apparecchiatura (RMF), è stato chiesto di rispondere, mentendo, se avessero o meno degli oggetti tra quelli precedentemente fornitegli dagli sperimentatori e, successivamente, nascosti nelle loro tasche. Ogni volontario doveva rispondere alla vista di particolari immagini, alcune delle quali riproducevano gli oggetti in loro possesso, se tali oggetti erano nelle loro tasche oppure no.

Nel momento in cui il volontario iniziava a mentire, vi era un’intensificazione dell’attività cerebrale. Tale attività però, riguardava solo zone ben localizzate del cervello: il giro del cingolo e il giro frontale.

Il giro del cingolo è coinvolto nell’inibizione della risposta e nel monitoraggio degli errori, mentre il giro frontale ha un ruolo critico nell’attenzione.

Mantenere la menzogna poi incita all’azione il lobo sinistro dell’ippocampo, la struttura della memoria a breve e a lungo termine e la zona prefrontale della corteccia deputata alla elaborazione associativa degli elementi cognitivi (idee) tanto che, se vi è molta attività in queste zone oppure se si ripete troppe volte la stessa menzogna, il soggetto stesso crederà a ciò che dice come fatto realmente accaduto.

Volete un esempio? Bene! Avete ben 5 secondi per memorizzare le parole:“sogno, notte, cuscino, stanco, coperta”
Ora chiudete gli occhi e ripetetele ……..

La ricerca ha dimostrato che oltre 80% di chi effettua tale esperimento ricorda anche la parla “sonno” che risulta essere inesistente.

Assioma Neurobico:
La nostra mente non fa distinzione tra una situazione realmente accaduta ed una vividamente immaginata.
Come i ricordi ci ingannano. Svelato il segreto delle false credenze su di sé.

Lo studio sulla manipolazione dei ricordi ha, in tutto il mondo, una esponente famosa: la dottoressa Elizabeth Loftus. I suoi esperimenti hanno non solo dell’ingegnosità, ma anche della malizia scientifica ad alto significato. Uno dei suoi ultimi esperimenti è stato quello di riuscire a far raccontare ad oltre il 30% dei soggetti presi in esame, che da piccoli, durante una visita a Disneyland, avevano giocato con e tirato le orecchie a Bugs Bunny. La cosa, come ognuno di voi sa, è impossibile!!! Bugs Bunny è l’eroe della Warner Bros che risulta essere la rivale in affari della Disney. Riuscire ad ottenere questo risultato è stato semplice. E’ bastato far visionare ai soggetti volontari dell’esperimento un filmato, costruito e montato per l’occasione, ove un bimbo racconta una sua giornata divertente e ricca di emozioni a Disneyland. Nel montaggio però, al posto del caro Mickey Mouse, vi era Bugs Bunny.

Ma come è possibile tutto ciò?

La risposta ci viene fornita dai ricercatori della Jonhs Hopkins University a Baltimora. Come già attuato nell’università della Pensylvania, i ricercatori di Baltimora, hanno monitorato 30 volontari con la RMF durante la visione di un breve filmato che rappresentava la scena di un borseggio ai danni di una signora anziana. Al termine dell’esperimento si è potuto riscontrare che:
1. per registrare ogni particolare dell’evento preso in esame, il cervello utilizza la parte sinistra dell’ippocampo
2. nell’elaborazione dei ricordi, invece, si attiva anche la corteccia prefrontale, zona delle associazioni di idee.
3. interagendo le due parti, i ricordi prodotti, possono essere non realmente conformi ala realtà.

Sia quanto stabilito dai ricercatori della School of Medicine, sia quanto ottenuto dalla dottoressa Loftus e sia quanto qui sopra descritto, prende sempre più forma l’idea che i ricordi possono essere menzonieri a causa del lavoro della corteccia prefrontale obbligata alla associazione di idee per potersi esprimere.

Ma facciamo il punto della situazione. Per poter ricordare ed esprimere gli stessi ricordi, sono necessari dei processi ben precisi che risultano essere:

1. lo stimolo della percezione originaria – il fatto oggettivo –
2. la registrazione dell’evento originario – la conservazione delle informazioni – attivazione parte sinistra dell’ippocampo
3. il portare alla luce l’evento – il recupero del ricordo – attivazione della corteccia prefrontale ed inizio del lavoro di associazione di idee
4. la descrizione dell’evento – la verbalizzazione dell’evento – attivazione area denominata “del broca” per la verbalizzazione dell’evento.

I punti tre e quattro del processo sono influenzati a loro volta da quelle “convinzioni”, “regole”, “valori” soggettive presenti in ognuno che “INTERPRETANO” la realtà.

Esempio: Fase 1- fatto originario - Fase 2 – registrazione evento - E’ estate. Fa molto caldo. Passeggiate con amici per strada. Passate davanti ad un chiosco che vende gelati. Dal chiosco una persona, con in mano un grosso gelatone, viene verso di voi. Un amico della compagnia riconosce la persona. La presenta a tutti. Anche a voi.
Fase 3 – portare alla luce l’evento attraverso l’associazione di idee – pensando all’evento avete una sensazione di allarme
Fase 4 – verbalizzazione dell’evento – “ Sai, l’altro giorno, quando camminavamo per strada e abbiamo incontrato ……. Volevo dirti che sembra una persona pericolosa. Ha qualcosa che non mi piace. Fossi in te farei molta attenzione.”

Cosa è accaduto nelle fasi 3 e 4? La sera prima dell’evento avevate avuto una congestione da gelato. Il cono posseduto dalla persona ha riportato la sensazione sgradevole del malessere della sera prima alla coscienza. Nella fase di elaborazione del ricordo, la persona, fonte dell’elemento sgradevole, risulta essere pericolosa.

Perché tutto ciò?

Perché la memoria è un processo di ricostruzione ed elaborazione di elementi dati successivi alla percezione sia visiva che emozionale. Inserire ed inglobare percezioni soggettive all’evento oggettivo come se appartenessero all’evento stesso è molto facile.

Così è molto facile elaborare false credenze su di sè come accaduto per il caso di Bugs Bunny.

Mentire è più faticoso. Distorcere la realtà richiede l’intervento delle “convinzioni e dei pregiudizi”; ma è, a volte, più comodo. Dire la verità è la cosa più semplice; ma la più pericolosa.Riconoscere la nostra imperfezione e abbandonare l’idea dell’assolutismo cognitivo può essere saggio.

Consiglio Neurobico:
Preferisco star bene piuttosto che
Aver ragione
(anche con me stesso)
Sergio Audasso – Brain Worker Professional –
Neurobic Consuselor & Mental Coach in Scienza Neurocinetica della Comunicazione
www.neurobica.it

Close
E-mail It