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Archivio di Luglio, 2004

“Intervista a Noam Chomsky” di Piergiorgio Odifreddi

Noam Chomsky è stato, per la linguistica del Novecento, ciò che Einstein è stato per la fisica o Picasso per la pittura: colui che ha raggiunto i massimi risultati del passato e ha condizionato gli sviluppi del futuro. Se oggi la preparazione dei linguisti richiede molta meno filosofia e molta più logica, matematica, informatica e biologia lo si deve a lui e alle sue innumerevoli opere, a partire dal classico “Le strutture della sintassi”del 1957.

Esiste però anche un secondo Chomsky: l’impegnato militante dissidente che ha costituito un punto di riferimento libertario fin dai tempi della guerra in Vietnam, e che in una parallela serie di innumerevoli opere ha costantemente commentato e criticato la politica interna ed estera degli
Stati Uniti, con particolare attenzione al “cortile di casa” dell’America Latina. L’ultimo suo lavoro in questo campo è “11 settembre. Le ragioni di chi?”(Marco Tropea, 2001), una delle pochissime voci
dissonanti nel coro quasi all’unisono intonato sul tema senza variazioni degli attentati a New York.

Benchè la sua vita sia scandita da inflessibili orari e costanti interventi scientifici e mediatici, Chomsky ha gentilmente acconsentito a parlare con noi nella sua duplice veste di ricercatore scientifico e commentatore politico.

Suo padre era un famoso linguista, oltre che un cultore dell’ebraico. La sua vocazione scientifica arriva da lui?

E’molto difficile razionalizzare gli effetti degli accidenti che costituiscono la vita. Mio padre mi ha insegnato un po’ di linguistica semitica quand’ero bambino, e io ho potuto usarla all’università. Ma
quanto effetto abbia avuto la “predisposizione”, come si fa a sapere?

Quando ha iniziato, conosceva già il lavoro dei precursori matematici di inizio secolo della linguistica generativa?

Certamente! Li ho studiati negli anni ‘50 sul libro di Martin Davis, e sono stato molto influenzato dai sistemi di Thue e Post. Ho anche studiato il libro di Kleene sulla metamatematica, e ho letto i classici: Gödel, Turing, Church, Herbrand, Hilbert e Bernays, Tarski, Carnap, Quine, …

Dopo aver data una classificazione dei linguaggi che oggi porta il suo nome, lei ne ha trovata una descrizione alternativa in termini informatici. La cosa l’ha sorpresa?

All’epoca c’era grande entusiasmo per una classe molto ristretta di processi di Markov, dalla quale si aspettavano miracoli. Io feci vedere che anche classi molto più ricche erano invece inadeguate, ma il mio interesse in queste cose era marginale: non avevano molto a che fare con il mio progetto sulle grammatiche generative. Non ne parlo nemmeno in “La struttura logica della teoria linguistica”, un enorme manoscritto del 1955 per uso privato che è stato pubblicato solo vent’anni dopo. Sono
invece citate in “Le strutture della sintassi”, perchè quello era un testo per studenti.

L’unico risultato che mi sembrò interessante per lo studio del linguaggio naturale fu l’equivalenza fra le grammatiche “context free”e gli automi “pushdown”non deterministici, specialmente il fatto che la dimostrazione di equivalenza fosse costruttiva: in teoria, tutti i programmi di parsificazione si basano su quel risultato. Le altre cose le ho studiate solo perchè le trovavo stimolanti, ma non ci furono grosse sorprese.

Qual è il bilancio dei successi e delle sconfitte della linguistica generativa dei linguaggi naturali e artificiali?

Per i “linguaggi” artificiali, se vogliamo adottare questa terminologia usuale ma inutile, io non ho mai avuto troppo interesse. Per quelli naturali ci sono stati enormi progressi, soprattutto negli ultimi
vent’anni. Sono stati scoperti princípi fondamentali, i cosiddetti “universali linguistici”, di un tipo completamente inaspettato. E si sono delimitati i possibili parametri, la cui variazione determina i particolari linguaggi: sorprendentemente, sembra che ce ne siano solo un numero finito.

La mia opinione, peraltro minoritaria, è che ormai possiamo affrontare seriamente problemi che alcuni anni fa non potevamo neppure formulare. Il più importante di questi problemi, almeno per me, è la questione della “perfezione” del linguaggio umano. Cioè, quanto “ottimali” (nel senso dell’efficienza di calcolo) debbano essere le facoltà linguistiche del cervello, per poter generare il linguaggio. Il “programma minimalista” che è stato sviluppato negli ultimi anni ha ovvie
implicazioni per le tradizionali questioni biologiche, alcune delle quali sono state oggetto degli ultimi lavori di Turing.

Quanto alle “sconfitte”, risiedono sostanzialmente nei nuovi problemi insoluti che affiorano ogni volta che si raggiunge un certo livello di comprensione in una qualunque disciplina. Ma per essere più preciso dovrei entrare in dettagli tecnici.

Molti anni fa lei ha partecipato a un famoso dibattito con Piaget sulla natura dell’apprendimento linguistico, sostenendo la tesi del cosiddetto “innatismo”. Alla luce delle nuove scoperte su macchine e animali, ha qualcosa da aggiungere alla sua posizione di allora?

Le ricerche sulle macchine non hanno detto niente di rilevante. E credere che possano dirlo è solo un fraintendimento del lavoro di Turing, che tra l’altro non tiene conto dei suoi espliciti avvertimenti. Gli studi comparati potrebbero invece, in teoria, mostrarci quali elementi del linguaggio umano sono presenti nel regno animale. Finora i risultati sono stati scarsi, sostanzialmente solo qualche idea suggestiva, ma questi sono problemi difficili.

Per quanto riguarda ciò che viene chiamato “innatismo”, un termine che io non uso e non capisco, i risultati maggiori derivano da una dettagliata ricerca empirica su quello specifico oggetto biologico che è il linguaggio umano. Ogni nuova scoperta sui princípi del linguaggio e sulle sue possibili variazioni modifica la nostra posizione sull’innatismo, che non è altro che ciò che guida il cervello di
mia nipote a “sviluppare” un linguaggio in maniera analoga allo sviluppo di qualunque altro sistema organico.

A partire dagli anni ‘60, lei ha iniziato un’azione politica di dissidenza che continua ancor oggi. Quali difficoltà ha incontrato e incontra per far conoscere il suo messaggio?

In realtà ho cominciato l’attività politica sessant’anni fa, anche se la cosa è divenuta pubblica solo durante la guerra in Vietnam. A quei tempi era virtualmente impossibile raggiungere più di una fascia ridottissima di pubblico. Le cose sono diventate più facili con lo sviluppo di un movimento popolare di massa negli anni ‘70, che ha avuto effetti profondi sulla società e la cultura: i diritti umani, il femminismo, l’ambientalismo, il terzomondismo, l’antinucleare, il
no-global, …

Tutto questo ha portato a una prevedibile recrudescenza del potere, che ha cercato di scalzare quelli che percepiva e descriveva, molto francamente, come “i pericoli della democratizzazione”. Benchè raggiungere un pubblico vasto sia oggi molto più facile di quanto lo fosse quarant’anni fa, o anche solo dieci, gli intellettuali (media e giornalisti compresi) cercano di emarginare le opinioni popolari, e spesso ci riescono. E’ una lunga storia.

Come mai, secondo lei, ci sono state cosí poche voci dissonanti nell’isteria collettiva successiva ai fatti dell’11 settembre, anche fra gli intellettuali di sinistra europei? è solo paura della reazione statunitense, o il sintomo di una più profonda uniformizzazione del pensiero occidentale?

Lei parte da un’ipotesi che io non condivido. L’”elite”culturale è quasi sempre allineata a supporto della violenza statale! Ci si fanno illusioni al proposito, perchè dopo tutto sono gli intellettuali a
scrivere la storia, e naturalmente preferiscono presentare un’altra immagine del loro ruolo.

Prendiamo la Prima Guerra Mondiale, ad esempio, che è abbastanza lontana da poterne parlare senza troppo coinvolgimento. Il numero degli intellettuali dissidenti su entrambi i fronti è cosí scarno, che possiamo addirittura elencarli: Rosa Luxembourg, Karl Liebknecht, Bertrand Russell, Eugene Debs, … E molti finirono in prigione.

La sanguinosa guerra degli Stati Uniti nelle Filippine un secolo fa, che ha fatto centinaia di migliaia di morti, è stata criticata da Mark Twain, che certamente non era uno sconosciuto. Ebbene, i suoi saggi antimperialisti sono stati pubblicati solo novant’anni dopo!

La critica intellettuale delle guerre di Indocina è stata praticamente inesistente: la massima espressione di dissenso fu che la “difesa” del Vietnam del Sud era un “errore” commesso con le migliori intenzioni, ma era diventata troppo sanguinosa e costosa (per noi, soprattutto). Ancora
adesso è difficile dire le cose più ovvie sul Vietnam, benchè l’opinione pubblica la pensi diversamente: sondaggi molto precisi, effettuati dal 1969 a oggi, dicono che due terzi degli statunitensi hanno considerato e continuano a considerare quella guerra fondamentalmente
sbagliata e immorale.

Nel caso dell’11 settembre, l’opposizione pubblica alla guerra in Afganistan è stata immediatamente molto maggiore di quella contro gli interventi in Vietnam o in Centro America. Il che è particolarmente significativo: non solo per i tempi molto più ristretti, ma anche perchè è la prima volta nella storia che l’Occidente ha subíto ciò che era solito infliggere. Ad esempio, una simile opposizione al Vietnam è maturata solo dopo cinque o sei anni di guerra, quando ormai
centinaia di migliaia di vietnamiti erano stati uccisi e altrettanti statunitensi stavano al fronte.

Per vari motivi, dalla pena di morte al numero sproporzionatamente alto di carcerati (uno su centoquaranta abitanti: quindici volte superiore alla percentuale italiana), ho sempre pensato agli Stati Uniti come a un “fascismo dal volto umano”. Non le sembra che alcune misure prese dopo l’11 settembre, quali i tribunali militari contro i sospetti di terrorismo, abbiano ora fatto cadere anche la maschera “umana”?

Certamente le sue premesse sono reali, ma le conclusioni mi sembrano sbagliate. Gli Stati Uniti rimangono molto più liberi e aperti dell’Europa, ad esempio nel campo della libertà di parola. è vero
che in tutto il mondo i falchi hanno sfruttato la paura dell’11 settembre per cercare di far passare programmi reazionari: negli Stati Uniti i cosiddetti “conservatori” perseguono il loro obiettivo di costruire uno stato forte che trasferisca ancor più risorse e potere ai ricchi e imponga disciplina e obbedienza, e lo stesso succede anche altrove. Ma io sospetto che questi sforzi, almeno negli Stati Uniti, avranno soltanto un successo temporaneo e limitato.

Bisogna tenere in mente, ancora una volta, che l’11 settembre è stato qualcosa di nuovo nella storia moderna. è la prima volta che l’Europa in senso lato, incluse cioè le sue ramificazioni, è stata l’oggetto delle atrocità che gli europei hanno inflitto al resto del mondo per secoli. Non stupisce che gli europei trovino scioccante questa rottura della norma. Per contro, il fato degli afgani ha attratto poca attenzione perchè è cosí normale, esattamente come la formula dei sedicenti “motivi umanitari”. In altre parti del mondo, ad esempio in America Latina, la vedono diversamente.

Proprio a causa di questa radicale rottura col passato, dovrebbe sorprendere il fatto che ci sia stata un’opposizione cosí alta all’uso della forza. E una lettura attenta dei sondaggi, oltre che l’osservazione diretta, mostrano che effettivamente è stata molto alta. Naturalmente i
titoli di giornali e telegiornali sono ben diversi. Lo stesso vale, non sorprendentemente, per le prese di posizione degli intellettuali.

Nel racconto “Deutsches Requiem”di Borges un gerarca dichiara che il nazismo ha vinto la guerra, perchè era un’ideologia cosí perversamente congegnata che si poteva batterla solo adottandone gli stessi mezzi. Che ne pensa?

La stessa osservazione fu fatta da Juan Josè Arevalo, uno dei padri della democrazia in Centro America. Riferendosi al colpo di stato organizzato dagli Stati Uniti in Guatemala, che distrusse il breve esperimento democratico che lui stesso aveva iniziato, Arevalo commentò che, guardando all’ideologia che aveva trionfato, si poteva dire che Hitler avesse vinto la guerra e Roosevelt (al quale lui si era ispirato) l’avesse persa.

D’altronde è ben noto, o dovrebbe esserlo, che il primo compito degli alleati dopo la Seconda Guerra Mondiale, e in Italia anche prima, fu la restaurazione della società tradizionale, incluse le tendenze filofasciste, e la distruzione della resistenza antifascista. O, più in generale, delle tendenze radicalmente democratiche.

E’ anche ben noto, o dovrebbe esserlo, che il manuale di controinsurrezione statunitense degli anni ‘50 prese a modello l’analogo manuale nazista, e fu scritto con l’assistenza di ex-gerarchi. Il manuale
fu applicato, con effetti tremendi, soprattutto in America Latina da stati neonazisti di “sicurezza nazionale”, appoggiati dagli Stati Uniti.

Possiamo dire allora che gli Stati Uniti sono oggi il vero erede del nazismo, nel senso che dopo la caduta dell’Unione Sovietica sono l’unico stato che abbia la capacità militare e la volontà politica di soggiogare l’intero mondo? Possono cantare: “Ieri l’Iraq, oggi
l’Afganistan, “und Morgen die ganze Welt”"?

Nonostante ciò che abbiamo appena detto, non credo che questa sia una conclusione accettabile. Sarebbe una distorsione di ciò che è accaduto sia nelle democrazie industriali, che nei paesi in cui sono stati eliminati brutali regimi coloniali, tipo l’India.

Inoltre, benchè la superiorità militare degli Stati Uniti sia schiacciante, in termini economici e sociali il mondo è sostanzialmente tripolare da molti anni, e la potenza economica degli Stati Uniti è
dimezzata rispetto a cinquant’anni fa.

Tra il dominio di media onnipotenti da una parte, e il fanatismo politico e religioso dall’altra, che ruolo possono giocare gli intellettuali?

Io non sono un grande ammiratore degli intellettuali, sa? Ma se lo vogliono, possono certamente giocare un ruolo costruttivo partecipando ai movimenti popolari di massa che sono sbocciati in tutto il mondo, a volte in forme nuove e promettenti.

E la razionalità, sopravviverà o è destinata a soccombere?

Non credo che sia in maggior pericolo che nel passato. Quanto al futuro, è largamente una questione di volontà e scelta. Io credo che le speculazioni non abbiano molto senso: possiamo a mala pena predire il tempo di domani, figuriamoci qualcosa cosí complesso e misterioso come gli affari umani!

“Intervista a Douglas Hofstadter” di Piergiorgio Odifreddi

Se oggi la logica e alcune delle sue idee epocali sono note a un vasto pubblico, anche non scientifico, lo si deve soprattutto a «Gödel, Escher e Bach» di Douglas Hofstadter, che ha esibito una rete di connessioni, spesso insospettate e sorprendenti, fra i linguaggi naturali, artistici, logici, biologici, informatici e artificiali, ed è valso al suo autore il Premio Pulitzer nel 1980.

Sulla scia del successo del libro, e approfittando del pensionamento del mitico Martin Gardner, per due anni e mezzo «Scientific American» ha affidato a Hofstadter la rubrica mensile di (ri)creazione matematica. I suoi contributi, riuniti in un altro singolare volume dal titolo «Temi metamagici», lo hanno definitivamente trasformato in un «cult symbol» della divulgazione scientifica.

Le altre sue opere, da «Ambigrammi: un microcosmo ideale per lo studio della creatività» a «Concetti fluidi e analogie creative», hanno infine (di)mostrato che è possibile studiare l’intelligenza umana in maniera “analogica” e naturale, contrapposta a quella “digitale” e artificiale che troppo spesso monopolizza l’informatica.

Abbiamo intervistato Hofstadter il 29 maggio 2002 in Italia, un paese che visita regolarmente, e in italiano, una lingua che parla perfettamente.

«Vorrei cominciare da suo padre, Robert Hofstadter, che vinse il premio Nobel nel 1961 per le sue ricerche sulla struttura dei nucleoni (protoni e neutroni), poi sfociate nel modello dei «quark». Era difficile essere figlio di un fisico famoso?»

No, è sempre stato un piacere avere un padre che si interessava ai misteri della materia. Io adoravo sia lui, sia le cose che lui indagava: sono sempre rimasto affascinato dalle particelle, specialmente le più piccole. Quando ha vinto il premio Nobel mi sono sentito onorato anch’io, e ho accompagnato mio padre alla cerimonia, con mia madre e la mia sorella maggiore.

«Lei dunque è nato come fisico.»

Anche come matematico. Già a tre o quattro anni mi interessavo profondamente ai numeri, oltre che alle particelle. E ho preso una laurea in matematica a Stanford, prima di fare il dottorato in fisica.

«E a Gödel come è arrivato?»

Il mio interesse per i problemi della mente è cominciato a dodici anni, quando ho iniziato lo studio della mia prima lingua straniera, il francese. Per me era un miracolo osservare il linguaggio e cercare di capire cosa facevo quando parlavo. Ho scoperto che usavo già inconsciamente in inglese le regole che stavo imparando consciamente per il francese.

«E anche la distinzione fra linguaggio e metalinguaggio, quando le regole del francese erano spiegate in inglese.»

Non so se ho fatto questa distinzione allora, ma un giorno ho trovato in una libreria «La prova di Gödel» di Nagel e Newman. Non avevo idea di cosa fossero Gödel o il suo teorema, ma il titolo mi ha attratto. L’ho sfogliato, e ho visto che era molto interessante. Ricordo ancor oggi le virgolette che indicavano la distinzione fra uso e menzione, cioè appunto fra linguaggio e metalinguaggio. E’ allora che ho incominciato a interessarmi alla logica. Poi l’ho studiata quando ero a Stanford: da solo, perchè i corsi non erano molto interessanti.

«Strano, visto che a Stanford c’erano professori come Cohen, Feferman, Kreisel, Forse lei era interessato agli aspetti filosofici della logica, più che a quelli matematici.»

E’ vero. Il mio interesse per la logica aveva molto a che vedere con il mio interesse per le lingue, con una curiosità particolare per il funzionamento della mente: come pensiamo, come creiamo, come percepiamo, ecc. Ricordo che molto spesso  compravo libri di logica che mettevano in luce le ricadute sul pensiero e sul linguaggio. Quelli troppo tecnici non mi interessavano.

«Che libri erano? Russell? Quine?»

Ho provato con Quine, ma era troppo denso. Ho letto qualcosa di Carnap, ma non era molto interessante. E naturalmente qualcosa di Smullyan, la «Teoria dei sistemi formali», che era bellissimo: ne ho letto solo venti o trenta pagine, ma bastavano, perchè c’era una dimostrazione di Gödel molto concisa e bella, che mi ha influenzato.

«E perchè, con questi interessi, non ha fatto un dottorato in logica?»

Nel 1966 mi sono effettivamente iscritto al dottorato in matematica a Berkeley, ma sono rimasto molto deluso: tutto quello che dovevo studiare (la topologia, l’algebra) era troppo difficile, troppo astratto. Mi sono arreso dopo un anno e mezzo, e sono passato a fisica perchè volevo fare qualcosa che avesse ancora a che fare con la matematica. Ma volevo a tutti i costi evitare il contatto con quelli che oggi si chiamerebbero gli informatici, perchè mi sentivo respinto dalla loro “purezza”. Volevo stare fra gente più civilizzata, e i fisici li conoscevo fin dall’infanzia. Avevo l’impressione che i fisici fossero persone molto colte, e vivessero in un mondo raffinato: da un lato l’indagine del mondo, dall’altro la musica di Bach.

«E i matematici no?»

Erano troppo strani. Io volevo un contatto con esseri umani normali, non bizzarri. Ad esempio, ho incontrato tre o quattro volte Erdös, che era gentile ma mi repelleva. Lui era un caso estremo, ma tanti matematici gli assomigliano. E a me piacciono le persone semplici, la gente concreta.

«Quando ha cominciato a scrivere «Gödel, Escher e Bach»?»

Nel 1972, e l’ho finito nel 1978. Ma ci ho lavorato a spizzichi, perchè ero ancora uno studente e il dottorato “interferiva”. Poi, naturalmente, sono rimasto sorpreso dalla ricezione del pubblico. Il libro è un fenomeno molto più grande di me, e per molti è diventato quello che per me era stato il libro di Nagel e Newman.

«Naturalmente, in «Gödel, Escher e Bach» lei affronta il problema dell’Intelligenza Artificiale.»

E’ un interesse che risale alle stesse fonti alle quali ho già accennato: qual è il rapporto tra la lingua, i concetti e le parole? che cos’è un concetto? che meccanismi usiamo per pensare? La logica forniva una prima approssimazione di risposta a queste domande. Da Lebniz a Frege, tutti volevano catturare il pensiero umano in regole, in leggi formali: pensiamo a «Le leggi del pensiero» di Boole.

«O al sottotitolo dell’«Ideografia» di Frege: “un linguaggio in formule del pensiero puro”.»

In quel senso l’Intelligenza Artificiale è radicata nella logica. Per me è stato molto difficile all’inizio, perchè avevo studiato con riverenza la logica su testi che dicevano che la differenza tra “e” e “ma” era solo un sapore, una sfumatura, qualcosa che non conta e non ha interesse. Da giovane ci ho creduto, ci sono cascato totalmente. C’è voluto molto sforzo mentale per superare questo pregiudizio, che “ma” era una variante banale di “e”. Poi ho capito che in parole come “ma” risiede l’essenza del pensiero umano.

«In realtà questo lo sapevano già i greci, da Aristotele a Crisippo, che non pensavano certamente in termini di logica classica. Ma non è proprio questo il modo in cui procede la scienza, facendo semplificazioni drastiche per poter sviluppare una teoria?»

Certamente. E comunque per me la logica rimane una cosa bella. Anche se non è un modello fedele del pensiero, ci ha dato idee molto importanti e profonde: ad esempio, appunto, il teorema di Gödel.

«Dal suo lavoro, ad esempio sullo studio del processo creativo, mi sembra che lei abbia un’idea dell’Intelligenza Artificiale molto meno ingenua di quella che veniva propagandata negli anni ‘50.»

Forse perchè la cosa che a me interessa veramente è il pensiero umano, e non il computer. Anche se da adolescente ho fatto moltissimi esperimenti numerici sul computer: era il mio accelleratore, e le mie particelle erano i numeri. Ho indagato migliaia di sequenze ricorsive e ho fatto migliaia di scoperte, piccole e grandi. In quel senso il computer mi incantava, e mi domandavo sempre se il programma stava pensando mentre calcolava. Soprattutto quando ho fatto, nel 1964, un programma che creava frasi in diverse lingue, e che a volte ne produceva di veramente buffe: mi domandavo cosa bisognava aggiungergli per farlo pensare veramente.

«Quindi ha seguito un suo percorso personale, indipendente dai tre grandi filoni dell’Intelligenza Artificiale legati ai nomi di Simon, Minsky e McCarthy.»

All’epoca non avevo nemmeno sentito parlare dell’Intelligenza Artificiale, e loro non li ho mai letti neppure dopo. In realtà queste problematiche sono rimaste in letargo, dormienti nella mia mente, per una decina d’anni. Sono poi riaffiorate agli inizi degli anni ‘70, quando mi sono imbattuto nel «Profilo di logica matematica» di Howard Delong: un libro fantastico, che sembrava scritto apposta per me. Ho cominciato a ripensare a tutte queste cose, e ho iniziato a scrivere «Gödel, Escher e Bach».

«Venticinque anni dopo, come rivede le speculazioni sull’Intelligenza Artificiale che aveva fatto nel libro?»

In linea di massima, sono ancora d’accordo con le idee che ho espresso allora. Anche se nel libro tenevo un po’ un piede in due scarpe: a volte mi ispiravo ancora al modello logico del pensiero, e altre volte pensavo all’intelligenza come a qualcosa di distribuito. L’idea del formicaio, della collettività che emerge da eventi totalmente autonomi.

«Non è la “società della mente” di Minsky?»

Più o meno, anche se per lui gli “individui” della società della mente sono cose più grandi. Nel libro, comunque, a volte parlavo come se credessi ancora al vecchio modello logico, dove ci sono leggi e regole che controllano i simboli. Ma altre volte, anzi, nella maggior parte dei casi, parlavo di simboli “attivi”: dunque, non cose passive manipolate da regole. Il mio punto di vista stava cambiando mentre scrivevo: avevo ancora un residuo formalista, ma stavo orientandomi verso un’idea dell’intelligenza come fenomeno emergente.

«Che pensa di PDP, la teoria dei “processi paralleli distribuiti”?»

Ha dato dei contributi importanti. E’ ovviamente molto importante fare un legame tra neuroni e simboli, stabilire qual è il ponte di collegamento fra il livello cerebrale e quello concettuale. Il problema è che si è finito col creare l’illusione che il livello simbolico non esista, che i simboli non abbiano una loro realtà. Sarebbe come voler eliminare ogni riferimento al cuore, ad esempio, e voler parlare soltanto delle cellule di cui è costituito.

«Ma questo non è vero dovunque? Dalle neuroscienze è scomparsa la coscienza, cosí come dalla biologia molecolare è scomparsa la vita.»

No, no! I biologi «stabiliscono» i ponti tra i vari livelli di descrizione: aminoacidi, DNA, proteine, cellule, …

«Certo. Ma, per dirla con Schrödinger, che cos’è la vita? Bohr si lamentava appunto del fatto che il lavoro di Watson e Crick non dà nessuna risposta alla domanda.»

Io non sono d’accordo. Sarebbe come dire: capiamo i fotoni, ma dov’è la luce? Oppure, vediamo gli alberi, ma dov’è la foresta? Si possono guardare gli alberi, o si può guardare la foresta. Basta avere la capacità di passare da un livello all’altro, e di vedere il collegamento tra di essi.

«Ma vedere il livello della vita significa, appunto, uscire dalla biologia. Anzi, gli scienziati hanno spesso diffidenza verso questo genere di problematiche, e dicono chiaramente che la scienza “descrive ma non spiega”.»

Per me la vita sta nella riproduzione e nella selezione. E potrebbe succedere anche sulla superficie di Marte, o di una stella di neutroni.

«Per von Neumann, invece, il segreto della vita era racchiuso nel teorema di Gödel. Il suo libro «Il computer e il cervello» anticipava di qualche anno il meccanismo della riproduzione genetica, basandosi appunto su quel teorema.»

E’ vero, nel teorema di Gödel c’è tutto: i lavori di Turing sui computer, di von Neumann sugli automi autoriproducentesi, di McCarthy sul linguaggio di programmazione LISP, …

«Per quanto riguarda la coscienza, invece, che legame c’è con la meccanica quantistica?»

Secondo me, nessuno. E credere che ci sia è un tipo di misticismo, come nel caso di Penrose.

«Il quale, tra l’altro, usa il teorema di Gödel in maniera opposta alla sua: contro, invece che a favore dell’Intelligenza Artificiale.»

E’ vero, apparteniamo a religioni diverse. Ma ci deve pur essere qualcuno che espone l’altro punto di vista.

«Lasciando il passato, a che cosa sta lavorando ora?»

Sto pensando a un libro sulle analogie. Il titolo potrebbe essere «La fisica: un edificio costruito sulle analogie», oppure «Il sorprendente potere dell’analogia nella fisica». Dico “nella” fisica, e non solo “in” fisica, per sottolineare l’idea che i fisici prendono in prestito idee che preesistevano dentro la fisica stessa. Un esempio tipico è il “fonone”, che è il quanto del suono, derivato per analogia dal “fotone”, che è il quanto di luce.

«O lo “psicone” …»

Ah, ah. Lasciamo perdere, per favore! Stavamo parlando seriamente …

«Anche Eccles, credo, parlava seriamente.»

Sí, ma io volevo parlare di fisica e non di misticismo.

«Eppure, è sorprendente quante idee della fisica del Novecento siano state proposte sulla base di metafisiche imbarazzanti, per non dire insensate.»

Sono d’accordissimo, perchè l’analogia è proprio un modo per evitare il pensiero razionale. Ma si tratta di magia, non di misticismo.

«Anche se “misticismo” ha la stessa radice di “mistero”. Oltre che di “mistificazione”, e magari anche di «mist», “nebbia”.»

Il prefisso mi fa venire in mente quello che probabilmente è il miglior gioco di parole che esista: «A mistress is halfway between a mister and a matress», “un’amante sta a metà tra un signore e il materasso”. Incredibile, no?

«Una “parola cerniera” nel senso di Lewis Carroll.»

Il quale fa dire alla Regina in «Alice»: “bisogna credere ogni giorno sei cose impossibili prima di colazione”. La fisica è cosí, per me. Ma quelle cose, impossibili da credere, devono essere verificabili o refutabili sperimentalmente. E’ lí che sta la differenza tra l’intuizione scientifica e il misticismo irrazionale.

“Jorge Luis Borges: labirinti dello spirito” di Piergiorgio Odifreddi

In Scandali della ragione abbiamo ricostruito brevemente il sistema filosofico di Borges, isolando nei paradossi e nell’infinito il nucleo della sua posizione metafisica.

Certamente non è necessario ricordare che un tale privilegio della logica(o, più generalmente, della matematica) fornisce soltanto una possibile chiave di interpretazione, parziale come qualunque altra, dell’opera di Borges1.

Chiave comunque non ingiustificata, visto che egli stesso confidò a Herbert Simon2 nel 1971 che “molte delle mie idee le ho prese da libri di logica e di matematica che ho letto, ma che in realtà non ho compreso perfettamente; non sono mai stato in grado di capire completamente questi libri”.

Altrettanto certamente non si può scordare che egli non fu un pensatore di professione, bensì un letterato. E’ dunque doveroso, oltre che piacevole, curiosare nella sua vasta produzione, alla ricerca dei momenti in cui la logica si affaccia alla superficie della letteratura.

Proponiamo qui una nostra scelta, che il lettore interessato è sollecitato ad integrare o (meglio ancora) impugnare. In ogni caso, per l’inevitabile carattere di collage del presente lavoro, ne sconsigliamo una lettura sistematica, suggerendo invece una scorsa che si soffermi su (eventuali) punti di interesse.

Critica reale

Iniziamo dall’attività critica, forse la più vicina al pensiero puro. Borges ha lasciato un gran numero di saggi3, in cui ha toccato un’enorme varietà di autori: per dirla con Umberto Eco (vedi nota 1), egli “sembra aver letto tutto (e anche di più, visto che ha recensito libri inesistenti)”.

Va da sé che tale affermazione non è da prendere letteralmente, ma Borges sembra aver trovato un senso in cui essa può essere considerata vera: “che cosa si è letto? Appena qualche pagina, e del mondo si sono avute solo alcune visioni. Ma si può pensare che in queste son comprese le altre, che platonicamente si sono viste tutte le cose e letti tutti i libri”, perché “i temi della letteratura in fondo sono scarsi” e “ogni generazione riscrive nel dialetto della sua epoca quello che è già stato scritto” (Conversazioni, p. 23).

Borges fu un gran sacerdote del culto dei libri (a cui dedicò un saggio ed una conversazione omonimi4): la sua vita fu “consacrata meno a vivere che a leggere” (I.969 e I.1267), e la sua memoria registrò più i libri che lesse che le cose accadutegli (Altre conversazioni, p. 92, 115 e 192, e Ultime conversazioni, p. 73). Egli si spinse al punto di affermare che l’uomo è ciò che legge, non ciò che scrive: “menino vanto altri delle pagine che hanno scritte; il mio orgoglio sta in quelle che ho lette” (II.359 e II.731).

Tale affermazione rivela una vera e propria mistica della lettura: essa si manifestò nelle credenze che la differenza fra autori e lettori sia “banale e fortuita” (I.9), che fra di essi si instauri “un dialogo, una forma di relazione” (I.1058), “una collaborazione e quasi una complicità” (II.207), e che “i buoni lettori siano cigni anche più tenebrosi e rari che i buoni autori” (I.441). In una parola, che la lettura sia un atto creativo (Conversazioni, p. 153).

In effetti, molti dei saggi critici di Borges contengono osservazioni altamente originali, e tessono legami inaspettati fra libri, autori ed argomenti disparati. Ovviamente, ci interesseremo qui soltanto di quelli che presentano aspetti logici.

a) Kafka

Gli esempi più tipici di come Borges usò paradossi e infinito a scopi critici si trovano forse nei suoi saggi su Kafka5. Egli scoprì6 che “la freccia e Achille sono i primi personaggi kafkiani della letteratura” (I.1007), e che il pathos dei romanzi di Kafka “nasce precisamente dal numero infinito di ostacoli che fermano e tornano a fermare i loro identici eroi”. Dal parallelo con i paradossi di Zenone, Borges deduce poi l’inevitabile incompletezza di tali romanzi: “Kafka non li terminò perché era fondamentale che fossero interminabili”.

Come Zenone non enumera tutti i punti, così Kafka non ha alcun bisogno di enumerare tutte le vicissitudini: “ci basti sapere che esse sono infinite come l’Inferno” (II.858).

Borges nota che il motivo dell’infinito domina non solo i romanzi, ma anche i racconti di Kafka: “nel più memorabile di tutti, La costruzione della muraglia cinese, del 1919, l’infinito è molteplice: per arrestare l’avvicinarsi di eserciti infinitamente lontani, un imperatore infinitamente remoto nel tempo e nello spazio comanda che infinite generazioni costruiscano una muraglia infinita che circoscriva il suo infinito impero” (II.858).

Sul piano estetico, il giudizio di Borges è esplicito: “l’opera di Kafka fa parte della memoria dell’umanità”, ed egli è “il grande scrittore classico di questo secolo tormentato”, che “sopravviverà a questa epoca e alle sue semplificazioni” (Conversazioni, p. 96). E’ interessante contrastare tale opinione con quella di Moravia: egli credeva invece che sia Borges che Kafka, non a caso citati in un solo respiro, fossero “per la borghesia occidentale quello che gli americani chiamano fad, cioè una moda passeggera basata su alcuni luoghi comuni” (Alberto Moravia e Alain Elkann, Vita di Moravia, Bompiani, 1990, p. 199)7.

b) Pascal

In due saggi su Pascal8, Borges concentra la sua attenzione sulla “sfera infinita il cui centro sta dappertutto e la cui superficie in nessun luogo” (I.999), seguendone le vicissitudini nei secoli e notando come la stessa metafora sia servita dapprima per definire il Creatore (Alain de Lille) e poi la Creazione, in senso esultante (Giordano Bruno) o angoscioso (Pascal).

Una modifica apparentemente inessenziale e forse involontaria (”una sfera il cui centro esatto è qualsiasi punto, e la cui superficie è inaccessibile”, I.681) permetterà a Borges di esprimere l’infinità della Biblioteca di Babele in modo non soltanto figurato, come nella precedente versione che non ha sostanza(perché una superficie che non sta in nessun luogo semplicemente non esiste), ma perfettamente consistente. Una tale sfera è infatti ben nota ai matematici, che hanno scoperto nell’ottocento come essa permetta di modellare una geometria (detta iperbolica) in cui le parallele ad una retta data passanti per un punto sono non una soltanto (come in quella euclidea che si studia nelle scuole), ma infinite. Si noti come la condizione che qualunque punto sia il centro, anch’essa paradossale a prima vista, in realtà significa soltanto che non ci sono punti privilegiati, ed è ad esempio soddisfatta dal comune spazio cartesiano, in cui ogni punto può essere scelto come l’origine(e dunque il ‘centro’) di un sistema di coordinate.

c) Cervantes

A Cervantes ed il Don Chisciotte Borges dedicò vari saggi e conversazioni, ed essi gli ispirarono racconti e poesie9. In particolare, nel Don Chisciotte egli riuscì a scovare alcuni begli esempi delle sue ossessioni.
Nel Capitolo 6 della prima parte “il parroco e il barbiere passano in rassegna la biblioteca di Don Chisciotte; sorprendentemente, uno dei libri esaminati è la Galatea di Cervantes”, ed “il barbiere, sogno di Cervantes o forma di un sogno di Cervantes, giudica Cervantes” come scrittore (I.950).

Nella seconda parte i protagonisti hanno letto la prima ed essi sono dunque, allo stesso tempo, lettori del Don Chisciotte (I.951). Borges considera questi come esempi imperfetti di un’inversione inquietante che, nelle rigorose formulazioni delle letterature orientali esaminate più oltre, fornirà una prova del carattere ideale del mondo.

In un’altra direzione, nel Capitolo 51 della seconda parte appare una delle “innumerevoli versioni che non mutano metodo, ma soltanto protagonisti e favola” del paradosso del mentitore (I.424). In essa una legge richiede ai passanti che vogliono attraversare un ponte di dichiararne il motivo, e ne permette il passaggio se essi dichiarano il vero, mentre li condanna all’impiccagione se essi dichiarano il falso: che cosa si deve fare quando un passante dichiari di voler attraversare il ponte perché vuole essere condannato in base a tale legge?10 La salomonica ed appropriatamente paradossale soluzione di Sancho Panza deve aver pienamente soddisfatto Borges: si lasci passare la parte di quel passante che ha detto la verità, e si impicchi quella che ha mentito.

d) Dante

All’opera di Dante l’aggettivo infinito si addice, secondo Borges, sia per il tema che per la lettura (II.1284, Conversazioni, pp. 179 e 181): egli lo amò tanto da dedicargli un intero libro di pensieri (oltre a conversazioni, saggi sparsi e poesie)11, e da progettare di mettersi nei suoi panni per cercare di capire che libro degno di lui Dante avrebbe potuto scrivere dopo la Divina Commedia12. Non abbiamo notizia della realizzazione effettiva di un tale racconto, annunciato da Borges (in Conversazioni, p. 180, e Altre conversazioni, p. 211) soltanto un paio di anni prima della sua morte.

Borges trovò una delle più poetiche rappresentazioni dell’infinito nel curioso verso dolce color d’orïental zaffiro, “in cui Dante per definire il cielo orientale invoca una pietra orientale, una pietra limpida nel cui nome si trova, per un caso fortunato, l’Oriente” (I.567). Suggerendo “il colore dell’Oriente mediante uno zaffiro il cui nome comprende l’Oriente” egli “insinua così un gioco reciproco che può ben essere infinito” (II.1294).

Borges crede di trovare la stessa circolarità anche nel verso di Browning O lyric Love, half angel and half bird: “il poeta dice di Elizabeth Barrett, che è morta, che è metà angelo e metà uccello, ma l’angelo è già per metà uccello, e si propone così una suddivisione che può essere interminabile” (II.1294).

Ma qui egli prende un abbaglio: la povera Elizabeth deve accontentarsi di essere per tre quarti uccello, senza circolarità. D’altra parte, non c’era bisogno di andare troppo lontano per trovare altri esempi di circolarità in versi. Dante stesso ne fornisce almeno tre, alla fine del Paradiso: i nove cerchi angelici ruotano intorno all’Empireo, un punto che pare inchiuso da quel ch’elli ‘nchiude (XXX,12); San Bernardo si rivolge alla Madonna chiamandola vergine madre, figlia del tuo figlio (XXXIII, 1), e prosegue dicendo che ‘l suo fattore non disdegno di farsi sua fattura (XXXIII, 5-6). Non deve pero sorprendere che essi siano sfuggiti a Borges, poiché egli stesso definì la sua erudizione dantesca “scarsa” (Altre conversazioni, p. 211)13.

e) Letterature orientali

Viaggiando nel tempo e nello spazio, Borges scoprì l’infinito anche nella letteratura orientale, a partire da quella araba delle Mille e una notte: un libro che va “dipanando una serie infinita di atti impersonali compiuti da uno qualunque o da nessuno” (II.791). Egli ne ricorda la notte centrale, “dove la regina Shahrazad (per una magica distrazione del copista) si mette a raccontare testualmente la storia delle Mille e una notte, a rischio di tornare un’altra volta alla notte in cui racconta, e così all’infinito” (I.698). “In quella notte il re ode dalla bocca della regina la propria storia. Ode il principio della storia, che comprende tutte le altre, e anche - in modo mostruoso - se stessa.

Intuisce chiaramente il lettore la vasta possibilità di codesta interpolazione, il curioso pericolo che nasconde? Che la regina persista e l’immobile re udrà per sempre la tronca storia delle Mille e una notte, ora infinita e circolare” (I.951)14.

Proseguendo verso l’Oriente, Borges scopre un procedimento analogo nel Ramayana di Valmiki, classico della letteratura indiana: “nel libro finale i figli di Rama, che non sanno chi sia il loro padre, cercano rifugio in una selva, dove un asceta insegna loro a leggere. Il maestro è, stranamente, Valmiki; il libro sul quale studiano, il Ramayana” (I.951).

Una volta imparata la lezione, non è difficile proseguire da soli sul cammino tracciato da Borges. Così, per rimanere in India, una lettura dell’altro grande classico, il Mahabarata di Vyasa, ci rivela un espediente simile, addirittura iterato tre volte. La storia scritta inizia con un narratore che incontra un amico, e gli racconta il Mahabarata, che ha appena sentito altrove; la storia orale narra del poeta Vyasa che dapprima compone il Mahabarata nella sua mente, e poi lo detta al dio Ganesh, con un secondo inizio; la storia dettata tratta di un re che incontra Vyasa, e si fa raccontare l’epopea della sua famiglia, che è appunto il Mahabarata, con un terzo inizio. E Vyasa è uno dei protagonisti dell’epopea, così come della storia dettata e della prima storia orale, oltre che autore del libro stesso.

Spingendoci all’estremo Oriente, anche nella prosa cinese (che stranamente non sembra aver occupato un posto di rilievo nelle letture di Borges) incontriamo lo stesso trucco: nel capolavoro della prosa Ching, Il sogno della camera rossa, il protagonista Pao-Yü fa agli inizi un sogno, in cui la Fata dell’Improvviso Risveglio gli fa vivere in anticipo gli avvenimenti del romanzo, e gli fa cantare dalle sue ancelle le canzoni de Il sogno della camera rossa.

A scanso di equivoci, Borges nota che questi giuochi di strane ambiguità non sono caratteristici delle letterature orientali. Ad esempio, nel Don Chisciotte (come abbiamo visto in precedenza) Cervantes vi si avvicina due volte, facendo leggere un suo precedente libro ad un personaggio della prima parte, e la seconda parte ai personaggi della prima; nell’Amleto si rappresenta una tragedia che è pressappoco la stessa di Amleto;15 nell’Iliade Elena ricama una doppia veste di porpora che rappresenta la storia del poema (I.951). Ma in tutti questi casi la corrispondenza è imperfetta, e questo ne diminuisce l’efficacia.

Nelle situazioni al limite a cui vengono spinti dal coraggio orientale, questi artifici letterari acquistano invece un carattere distruttivo della realtà analogo a quello attribuito ai paradossi: “tali inversioni suggeriscono che se i caratteri di una finzione possono essere lettori o spettatori, noi, loro lettori o spettatori, possiamo essere fittizi” (I.952).16

Critica fantastica

Non c’era motivo, ovviamente, perché Borges si limitasse alla critica di autori esistenti, ed alcune delle sue recensioni combinano il saggio critico e l’opera di fantasia17. Esse sono dunque la naturale cerniera fra le nostre analisi del primo e della seconda.

Il metodo di Borges (”fingere che questi libri esistano già, e presentarne un riassunto, un commentario”, I.621) si può far risalire a Liu Shilong, letterato cinese dell’epoca Ming. Nel Giardino inesistente egli ha osservato come la maggior parte dei giardini celebri del passato fosse scomparsa, e sopravvivesse solo nelle descrizioni: ci si poteva allora risparmiare lo stadio iniziale dell’esistenza reale, e passare direttamente a quella letteraria. Nel suo racconto egli descrive dunque un giardino di fantasia, che sarebbe diventato tanto reale nella memoria storica quanto quelli che erano effettivamente esistiti.

Borges avrebbe certamente amato questo riferimento: egli ha infatti citato a più riprese Omero, secondo cui “gli dei tessono sventure perché alle future generazioni non manchino argomenti da cantare”,18  e Mallarmé, secondo cui Tout aboutit à un livre (I.386, I.410, I.1010, II.1387, Conversazioni, p. 130, Altre conversazioni, p. 136).

a) Libri identici

Borges è tornato a più riprese al paradosso di scrittori che, in modi singolarmente diversi, producono opere verbalmente identiche ad altre già esistenti.
Esso esemplifica il procedimento mediante il quale percepiamo, attraverso l’identità di due eventi, da un lato l’eternità, e dall’altro la disintegrazione del tempo e la sua illusorietà.

A scanso di equivoci, l’identità verbale di due opere non ne comporta l’uguaglianza: un modello non ha precedenti, ammette libertà di composizione, è impresa legata al momento storico della sua composizione; una copia invece deve coincidere col modello, esclude qualsiasi arbitrio e invenzione, è un anacronismo (benché deliberato).

Su tali basi Borges realizza effetti esilaranti nel paragone di due brani identici, mostrando come uno sia “quasi infinitamente più ricco” dell’altro, e trovando “altrettanto vivido il contrasto degli stili” (I.656). La morale è, ovviamente, che “una letteratura differisce da un’altra, successiva o precedente, meno per il testo che per il modo in cui è letta” (I.1058).

Degli autori fittizi di Borges il più noto è Pierre Menard, “la cui ambizione era di produrre alcune pagine che coincidessero - parola per parola e riga per riga - con quelle di Miguel de Cervantes”. Egli riesce a “restare Pierre Menard e giungere al Chisciotte attraverso le esperienze di Pierre Menard”, riscrivendone due interi capitoli (I.653)19.

Un intero gruppo di artisti inesistenti (non soltanto scrittori, ma anche pittori, scultori, architetti, sarti e cuochi) si trova nelle Cronache di Bustos Domecq, da cui sono tratti gli esempi seguenti.

César Paladión, “con fecondità quasi sovrumana” si annette in rapida successione varie opere (fra cui Dagli Appennini alle Ande e La capanna dello zio Tom), secondo il principio che, così come prima di lui “l’unità letteraria che gli autori accoglievano dall’eredità comune era la parola, o tutt’al più la frase bell’e fatta”, egli poteva annettersi, “per così dire, un opus completo”, senza naturalmente essere esentato “dall’ardua fatica della creazione poetica”, “di scandagliare nelle profondità della sua anima e di pubblicare libri che la esprimessero” (pp. 4-6).

Vilaseco pubblica sette opere che “salvo i titoli erano esattamente la stessa”, “provando una volta di più che, nonostante le minuzie che sogliono sviare il pigmeo, l’Arte è una ed unica” (p. 71).

Il critico Hilario Lambkin Formento arriva alla pubblicazione delle tre cantiche della Divina Commedia dopo insoddisfacenti tentativi di schematizzazione, intuendo infine che “la descrizione del poema, per essere perfetta, doveva coincidere parola per parola con il poema” (p. 24). La sua attenzione era stata catturata dalla “mappa a grandezza naturale” che, per contenere perfettamente tutti i particolari di un terreno, deve coincidere col terreno stesso (citata da Borges anche altrove, ad esempio in I.952 e I.1253).20

Può essere interessante notare che tale idea è brillante ma errata. La difficoltà sta nel non aver notato che le descrizioni non devono essere necessariamente esplicite: ad esempio, “il numero costituito da un 1 seguito da novecentomila 0″ si può perfettamente descrivere implicitamente (e lo abbiamo appena fatto) in modo molto più breve della descrizione esplicita del numero stesso, che consiste nello scriverne le cifre (ed è lunga quanto un libro di 300 pagine).

Questa semplice osservazione sta alla base della moderna teoria dell’informazione, e fa giustizia non solo di giochi letterari come quelli di Borges, ma anche di difficoltà filosofiche come quelle in cui si imbatte Cartesio, quando credette che la riproduzione fosse impossibile senza miracoli. Il suo ragionamento era che per poter riprodurre qualcosa si deve contenerne un modello, e si può dunque riprodurre soltanto qualcosa di meno complicato; in particolare, l’autoriproduzione (ad esempio, di esseri umani da esseri umani) è impossibile senza un intervento divino. Watson e Crick hanno spiegato, negli anni ‘50, il meccanismo mediante il quale la riproduzione avviene, senza scomodare Lui, seguendo l’informazione codificata, appunto implicitamente, nel DNA.

b) Libri infiniti

Una serie di saggi (ne Il giardino dei sentieri che si biforcano e Il libro di sabbia) vagheggia libri immaginari, le cui caratteristiche riflettono l’infinito in svariati modi.

Anzitutto, Borges sogna un’opera a percorsi multipli, che lascia prefigurare “infinite storie, infinitamente ramificate” (I.677). Egli ha bisogno qui di tredici capitoli (una conclusione e tre possibili antecedenti, ciascuno con tre possibili antecedenti) per creare nove possibili storie, di tre capitoli ciascuna, ma Raymond Queneau ha fatto molto meglio: ha pubblicato, non solo sognato, un libro di dieci pagine soltanto con, come dice il suo titolo, centomila miliardi di poemi (Cent mille milliards de poèmes, Gallimard, 1961).

Ogni pagina contiene un sonetto di quattordici versi, ed è tagliata in strisce orizzontali, ciascuna contenente un verso: le possibili combinazioni sono dunque 1014, appunto centomila miliardi. Su tale “macchina infernale” (secondo Calvino), che fornisce lettura ininterrotta per quasi duecento milioni di anni, vedi R. Queneau, Segni, cifre e lettere, Einaudi, 1981, pp. 50-51.

In due occasioni Borges gioca con libri infiniti in potenza:

“un gran libro circolare dalla costola continua, che fa il giro completo delle pareti” di una camera circolare, e di cui poi si apprende che “questo libro ciclico è Dio” (La biblioteca di Babele, I.681);
un volume ciclico, “la cui ultima pagina fosse identica alla prima, con la possibilità di continuare indefinitamente” (Il giardino dei sentieri che si biforcano, I.697).

Joyce ha effettivamente usato in Finnegans Wake un simile artificio, concludendo il libro con la prima metà di una frase (A way a long a last a loved a long the), la cui seconda metà ne costituisce l’inizio (riverrun, past Eve and Adam’s …): poiché è nota l’influenza del pensiero di Vico sull’ultimo Joyce, l’artificio citato è probabilmente un riferimento ai corsi e ricorsi della storia, che nel nostro contesto ricordano la dottrina dell’Eterno Ritorno, e la possibilità di un tempo circolare.21

Non potevano ovviamente mancare libri che sono infiniti in atto:

un volume “composto di un numero infinito di fogli infinitamente sottili”, la cui plausibilità fisica è suggerita dal principio di Cavalieri (”ogni corpo solido è la sovrapposizione di un numero infinito di piani”), e che, benché potendo contenere in linea di principio tutti i libri possibili, “non sarebbe comodo: ogni foglio apparente si sdoppierebbe in altri simili, e l’inconcepibile foglio centrale non avrebbe rovescio” (La biblioteca di Babele, I.689);
un libro che non ha “ne principio ne fine”, le cui pagine sono numerate in modo arbitrario con numeri arabi, e recano piccole illustrazioni ad intervalli di duemila pagine l’una dall’altra (Il libro di sabbia, II.648).

Tali libri, benché entrambi infiniti, sono sostanzialmente differenti nell’ordinamento delle loro pagine: nel primo esse sono disposte in ordine cosiddetto denso (tale che fra due elementi ne esiste sempre un altro), ad esempio come in un intervallo di numeri razionali o, più probabilmente (a causa della citazione del principio di Cavalieri), reali; nel secondo esse sono disposte in un ordine discreto (tale che ogni elemento ha un successore immediato) senza primo ne ultimo elemento, come negli interi relativi …, -2, -1, 0, 1, 2,…(a causa del fatto che si parla di distanza di duemila pagine).

Infine, Borges sogna una enciclopedia le cui voci hanno “una fine, ma non principio” (Atene, II.1351). L’ordinamento delle pagine è qui piuttosto complicato, e rivela le frequentazioni matematiche di Borges. Più precisamente, a ciascuna voce corrisponde una serie di pagine ordinate come gli interi relativi negativi …, -2, -1, 0, e tale serie è ripetuta tante volte quante sono le voci (che nel testo sembrano essere quelle solite di ogni enciclopedia, in particolare un numero finito).

c) Libri minimali

L’infinito è presente, in modo più sottile, anche nelle letterature del risparmio, sorta di buchi neri in cui una sterminata massa semantica implode in un minuscolo volume sintattico. In ordine crescente di densità:

racconti polizieschi in cui “ogni intralcio intermedio ci viene risparmiato”, e si passa direttamente dall’enigma alla sua soluzione, omettendo il resoconto sull’indagine (Sei problemi per Don Isidro Parodi, p. 7);
libri della cui stesura originaria rimangono solo parole sparse scelte a caso, ed alcune scene non sono neppure scritte, per non doverle poi cancellare (Quel che manca non fa danno, Cronache di Bustos Domecq, p. 67);
poemi di una sola riga, che si assaporano “come fossero una preghiera segreta o una bestemmia”, e che si pagano con la vita (II.617);
poeti che non definiscono più ogni fatto che accende il loro canto, ma lo cifrano “in una sola parola, che è la Parola”, e “corrisponde a un solo oggetto, l’oggetto poetico creato dall’autore” (I.630, I.1157 e II.622);
libri consistenti di una sola parola, il cui vantaggio è di poter coincidere rigorosamente con il loro titolo (Cronache di Bustos Domecq, p. 31).

Calvino ha fatto notare come l’economia dell’espressione sia in realtà una delle caratteristiche di Borges stesso, e la ragione primaria dell’adesione da essa suscitata22. Ovviamente, essa è anche una caratteristica di Calvino, che ha pure vagheggiato una collezione di racconti di una sola frase, o di una sola riga, citando un esempio di Augusto Monterroso: “Quando si sveglio, il dinosauro era ancora lì”23.

d) La Biblioteca di Babele

Avendo cercato di esaurire i libri possibili analiticamente, con descrizioni individuali, era inevitabile che Borges passasse alla sintesi, esaminandone la totalità. Egli ha così creato La Biblioteca di Babele: uno dei suoi racconti più noti, benché egli lo definisse “un vano tentativo di rifare Kafka” (Conversazioni, p. 176).

L’idea su cui esso si basa era stata anticipata da Kurd Lasswitz che, alla fine del secolo XIX, “gioco con l’opprimente fantasia di una biblioteca universale, che registrasse tutte le variazioni dei venti e più simboli ortografici, ossia quanto è dato esprimere in tutte le lingue”. Così facendo egli esagerò “una tendenza che è comune: fare della metafisica, e delle arti, una sorta di giuoco delle combinazioni” (I.1057).

Ad un tale giuoco Borges non poté sottrarsi, benché con intenti satirici, ed egli descrisse la sua Biblioteca con precisione matematica. Anzitutto, “ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna riga di quaranta lettere” (I.681). In secondo luogo, “il numero dei simboli ortografici è di venticinque” (I.682). Da ultimo, “non vi sono, nella vasta Biblioteca, due soli libri identici” (I.683), ed essa contiene “tutte le possibili combinazioni” (I.684).

Con questi dati a disposizione èì possibile valutare il numero (”anche se vastissimo, non infinito”, I.684) di volumi che essa contiene: esso si ottiene calcolando le possibili combinazioni (con ripetizioni) di 25 simboli su 410 x 40 x 40 posti, cioè

25656.000  10900.000
Tale numero mostruoso24 ci pone immediatamente di fronte al problema centrale della nostra epoca: come accedere alla goccia di informazione utile, sperduta in un oceano di pseudoinformazione o, peggio, di controinformazione?

Ad esempio, “ai libri di apologia e di profezia che giustificano per sempre gli atti di ciascun uomo dell’universo e serbano arcani prodigiosi per il suo futuro”, e non invece a “qualche perfida variante” (I.684)?

Anche la fantasia sfrenata di Borges non può andare oltre le due strade ovvie: o dimenticare completamente la Biblioteca, e darsi “a mescolare lettere e simboli, fino a costruire, per un improbabile dono del caso, questi libri canonici”, o “sbarazzarsi delle opere inutili” (I.685). Egli evidenzia dunque il fatto che, nella Biblioteca così come nella cultura dei mass media e della CNN, il problema none più ottenere l’informazione, bensì sottrarvisi o liberarsene.

La morale di Borgese esplicita, è valida anche per altri suoi divertimenti (fra cui quelli sui libri identici citati sopra): “se la letteratura non fosse che un’algebra verbale, chiunque potrebbe produrre qualunque libro, a forza di tentare variazioni”. Invece “la letteratura none esauribile, per la sufficiente e semplice ragione che un solo libro non lo è”: trascendendo il suo aspetto verbale, esso “è il dialogo che intavola col suo lettore”, e “tale dialogo è infinito” (I.1058).

Racconti

Borges è conosciuto dal grande pubblico come scrittore di racconti fantastici, di un genere unico.25 Molti sono già stati citati perché trattano, direttamente o indirettamente, di libri, in accordo con la sua visione secondo cui sia l’universo che il paradiso sono una biblioteca (I.680 e I.1171), un viaggio la ricerca di un libro (I.680), e l’uomo un “imperfetto bibliotecario”26 (I.681).

Ne ricordiamo qui altri, in cui i temi filosofici di cui ci siamo occupati diventano spunti di ispirazione artistica.

a) L’infinito

L’infinito compare direttamente in qualcuno dei racconti di Borges. Infiniti sono infatti:

il numero dei sorteggi de La lotteria di Babilonia: “gli ignoranti suppongono che infiniti sorteggi richiedano un tempo infinito; basta, in realtà, che il tempo sia infinitamente divisibile, come insegna la famosa parabola della Gara con la Tartaruga” (I.671);
La Biblioteca di Babele, “illimitata e periodica” (I.688);
il proposito in Funes, o della memoria: un uomo che non dimentica nulla, “scontento che per il 33 in cifre arabe ci volessero due segni e due parole, in luogo d’una sola parola ed un solo segno”, si dedica al progetto di “un vocabolario infinito per la serie naturale dei numeri”27(I.713);
il labirinto del Minotauro ne La casa di Asterione, che ha infinite porte ed è grande come il mondo (I.821);
l’annidamento dei sogni ne La scrittura del Dio, in cui un sacerdote azteco si sveglia da un incubo nel quale la sabbia lo soffoca, ma una voce gli dice: “Non ti sei destato alla veglia ma ad un sogno precedente. Questo sogno è dentro un altro, e così all’infinito, che è il numero dei granelli di sabbia. La strada che dovrai percorrere all’indietro è interminabile e morrai prima di esserti veramente destato” (I.860).28

Altre volte l’infinito è suggerito indirettamente da oggetti che lo ricordano o lo generano (la sabbia, i labirinti, i cerchi), spesso mescolati fra loro:

in Abenjacan il Bojari, ucciso nel suo labirinto questo “aveva la forma di un circolo, ma la sua area era tanto estesa che non ci si accorgeva quasi della curvatura”29 (I.864);
ne I due re e i due labirinti è il deserto stesso ad essere considerato come un labirinto, “dove non ci sono scale da salire, ne porte da forzare, né faticosi corridoi da percorrere, né muri che ti vietano il passo” (I.873);
ne L’uroboros si ricorda che “Eraclito aveva detto che nella circonferenza il principio e la fine sono un solo punto”, e che il serpente che si morde la coda (tecnicamente chiamato uroboros, e abusato come simbolo dagli alchimisti) è “l’immagine che meglio può illustrare questa infinitezza” (Manuale di zoologia fantastica, p. 154).
Ovviamente, Borges non si sentì vincolato dalla realtà, ed immaginò egli stesso un oggetto infinito fantastico, ne L’aleph. Esso è “uno dei punti dello spazio che contengono tutti i punti”, “il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli” (I.894), e come ogni oggetto infinito genera un regresso senza fine: Borges vede “nell’Aleph la terra e nella terra di nuovo l’Aleph e nell’Aleph la terra” (I.899). Geometricamente, esso appare come una piccola sfera di due o tre centimetri di diametro, e ricorda esplicitamente quell’altra sfera, da noi già incontrata in precedenza, il cui centro è dappertutto e la circonferenza in nessun luogo (I.897). Linguisticamente, il suo nome richiama l’uso della lettera , che nella teoria degli insiemi viene usata per indicare numeri infiniti (I.900): “i vasti numeri che un uomo immortale non raggiungerebbe nemmeno se consumasse le sue eternità contando, e le cui dinastie immaginarie hanno come cifre le lettere dell’alfabeto ebraico” (II.1255).30

b) Il tempo

In Scandali della ragione abbiamo citato alcune delle idee scientifiche sul tempo che, a nostro avviso, avrebbero interessato Borges. La nostra supposizione era suffragata dal fatto che di ciascuna di tale idee egli ha fatto uso in suoi racconti. Ricordiamo qui alcuni esempi:

la relatività della durata di un evento ne Il miracolo segreto: un condannato all’esecuzione percepisce, per un miracolo di Dio, il tempo tra lo sparo e l’arrivo della pallottola come se fosse un intero anno, così da poter terminare un dramma a cui stava lavorando (I.745);
il tempo circolare ne L’immortale: a causa della limitatezza delle esperienze umane, “in un tempo infinito ad ogni uomo accadono tutte le cose”, e “l’impossibile è non comporre, almeno una volta, l’Odissea” (I.784);
il viaggio nel tempo ne L’altro, 25 agosto 1983 e Utopia di un uomo che è stanco: nel primo Borges incontra da vecchio se stesso da giovane (II.563); nel secondo egli incontra a sessantun anni se stesso a ottantaquattro, nel giorno del suo suicidio (II.1121); nel terzo il protagonista torna dal futuro con un quadro “che qualcuno dipingerà, fra migliaia di anni, con materiali oggi sparsi sul pianeta”31 (II.631);
il tempo ramificato ne Il giardino dei sentieri che si biforcano: “si creano diversi futuri, diversi tempi, che a loro volta proliferano e si biforcano”, “una rete crescente e vertiginosa di tempi divergenti, convergenti e paralleli, . . . che s’accostano, si biforcano, si tagliano o s’ignorano per secoli” (I.700);
il tempo in divenire ne L’altra morte: Dio, che può modificare la percezione del passato, sebbene non il passato stesso, agisce sulle memorie di coloro che hanno conosciuto un codardo, e modificandole trasforma il ricordo collettivo di una codardia in uno di eroismo32 (I.828).

c) La realtà

L’ipotesi idealista si può sintetizzare dicendo che la realtà è un sogno, e che qualcuno ci sogna. Borges ha usato quest’immagine più di una volta:

ne Le rovine circolari un mago, dopo lunghi anni di tentativi, genera un essere sognandolo, ma si accorge nel momento della sua morte di essere lui stesso il sogno di qualcun altro (I.665);33
ne Lo Zahir la realtà si dissolve nel sogno quando un oggetto indimenticabile monopolizza i pensieri (I.856), mostrando come per sperimentare l’irrealtà della vita sia sufficiente vivere un’ossessione;
in Un problema un re dell’Indostan “intuisce davanti al cadavere del nemico che uccidere e generare sono atti divini o magici che manifestamente trascendono la condizione umana”, e comprende in quell’istante che sia lui che il morto sono illusori (I.1139);
in Everything and nothing Dio rivela a Shakespeare che Lui stesso non è altro che sogno, così come il mondo ed i personaggi di Shakespeare(I.1161);
in Scacchiera II i pezzi credono di godere del libero arbitrio, il giocatore che li muove crede altrettanto, e così il Dio che muove il giocatore(I.1179), ma in realtà la serie dei livelli è infinita (Altre conversazioni, p. 141, Ultime conversazioni, p. 75);
ne L’altro e 25 agosto 1983, i già citati rapporti sui due viaggi nel tempo che Borges fece per incontrare se stesso in altre età, gli incontri sono reali ma almeno uno dei due sogna, e “l’importante è accertare se c’è un solo uomo che sogna o due che si sognano”34 (II.571, II.1123).
Un altro procedimento di cui Borges ha fatto uso per mettere in forse la realtà e quello di identificare gli opposti o gli uguali, rispettivamente come contrapposizioni o duplicazioni fittizie:

ne I teologi uno di essi fa condannare l’altro al rogo, ma quando compare dinanzi a Dio questi li confonde (”per l’insondabile divinità ortodosso e eretico, aborritore e aborrito, accusatore e vittima erano una sola persona”, I.803);
nella Storia del guerriero e della prigioniera un barbaro (che abbraccia la causa di Ravenna assediata), e una donna europea (che milletrecento anni dopo sceglie il deserto argentino), sono visti come due facce di una stessa medaglia, uguali per Dio (I.808);
ne Il sogno di Coleridge, similmente, un palazzo (costruito dall’imperatore mogul Kublai Khan nel secolo XIII, sulla base di un sogno), ed un poema sullo stesso palazzo (scritto dal poeta inglese Coleridge nel secolo XVII, anch’esso sulla base di un sogno), vengono identificati come “un archetipo non ancora rivelato agli uomini, che sta entrando gradatamente nel mondo” (I.923).

Da ultimo, la realtà viene messa in forse da oggetti inconcepibili, che sfidano le leggi fisiche. Alcuni esempi sono già stati citati (i libri infiniti, l’Aleph, lo Zahir), ma essi non esauriscono lo spettro della fantasia di Borges:

ne Il disco il re dei Secgens muore per difendere il possesso del disco di Odino, l’unica cosa sulla terra che abbia un solo lato (II.647), e che altro non è che il cerchio euclideo (I.654);35
in Tigri azzurre un professore di logica si imbatte in India in pietre che “distruggono la scienza matematica” perché, nonostante il loro peso sia costante, il loro numero è indefinito e instabile36 (II.1142). Una simile ipotesi di distruzione è prospettata da Wittgenstein nelle Osservazioni sopra i fondamenti della matematica (Einaudi, 1967, v.40).

Tutti i racconti precedenti sono coltellate nel ventre del realismo, ma l’apoteosi dell’idealismo di Borges si trova in Tlön, Uqbar, Orbis Tertius. Il mondo duale di Tlön costituito da fatti e non da oggetti (I.629), la scienza vi è impossibile, la metafisica è praticata come “ramo della letteratura fantastica” (I.631), l’aritmetica è basata sulla nozione di numero indefinito, la geometria sul concetto di superficie e non su quello di punto (I.634), il linguaggio su verbi o aggettivi e non su sostantivi (I.629). Le basi idealiste su cui tale universo si regge sono inutilmente poste in discussione dal sofisma delle monete di rame (I.632, vedi Scandali della ragione), così come i paradossi di Zenone sfidano senza speranza il realismo nel nostro.

Forse insoddisfatto della (per lui) insufficiente irrealtà di Tlön, Borges decise di raddoppiarla: in un poscritto37 egli spiegò che Tlön è un universo inesistente anche nella finzione letteraria, oggetto soltanto di una colossale opera di descrizione da parte di una società segreta: dunque “intrusione del mondo fantastico nel mondo reale” (I.638).

Così modificato il racconto è, per sua ammissione, il più ambizioso di Borges (I.XC): esso racchiude in forma artistica le sue idee filosofiche sul tempo e la realtà, e come sintesi del suo pensiero è dunque un’appropriata conclusione della nostra analisi.

Opere di Borges citate

A meno di indicazione contraria, le citazioni nel testo si riferiscono ai due volumi

Tutte le opere di Borges, pubblicati dalla Mondadori nella collezione I Meridiani, rispettivamente nel 1984 (I) e 1985 (II). Riportiamo qui i titoli delle opere da cui esse sono tratte.

o Fervore di Buenos Aires, 1923.
o Evaristo Carriego, 1930.
o Discussione, 1931.
o Storia universale dell’infamia, 1935.
o Storia dell’eternità, 1936.
o Il giardino dei sentieri che si biforcano, 1941.
o Sei problemi per Don Isidro Parodi (con Bioy Casares), 1942 (Biblioteca, Studio Tesi).
o Artifici, 1944.
o Finzioni, 1944.38
o L’Aleph, 1949.
o Altre inquisizioni, 1952.
o Manuale di zoologia fantastica (con Margarita Guerrero), 1957 (Nuovi coralli, Einaudi).
o L’artefice, 1960.
o L’altro, lo stesso, 1964.
o Per le sei corde, 1965.
o Cronache di Bustos Domecq (con Bioy Casares), 1967 (Nuovi coralli, Einaudi).
o Elogio dell’ombra, 1969.
o Il libro di sabbia, 1975.
o La rosa profonda, 1975.
o Prologhi, 1975.
o Storia della notte, 1977.
o Tre racconti, 1977.
o La cifra, 1981.
o Saggi danteschi, 1982.
o Atlante, 1984.
o Conversazioni, 1985 (Nuovo portico, Bompiani).
o Altre conversazioni, 1986 (Nuovo portico, Bompiani).
o Ultime conversazioni, 1987 (Nuovo portico, Bompiani).

NOTE

1 Ovviamente, ciascuno usa gli strumenti che conosce o predilige. Così Umberto Eco, in L’abduzione in Uqbar (Sugli specchi, Bompiani, 1985), preferisce la semiotica alla logica e Peirce a Russell o Gödel, e propone la congettura come grimaldello per la lettura dei racconti polizieschi di Borges. Michel Foucault si attiene invece allo strutturalismo, e proprio partendo dall’analisi di un testo di Borges costruisce, ne Le parole e le cose (Rizzoli, 1967), la sua archeologia delle scienze umane.

2 Premio Turing per l’informatica nel 1975, e Premio Nobel per l’economia nel 1978.

3 Essi sono raccolti in Discussione, Storia dell’eternita, Altre inquisizioni, Manuale di zoologia fantastica, Prologhi, e Saggi danteschi.

4 In essi (I.1010, e Altre conversazioni, p. 133) egli fa risalire il culto della parola scritta al secolo IV, quando Sant’Ambrogio venne sorpreso da Sant’Agostino a leggere da solo ed in silenzio (turbandolo a tal punto da fargli riportare l’episodio nelle Confessioni, in VI.3.3). In precedenza nella scrittura era stato prevalente l’aspetto orale, dapprima nella forma (trascrizione di canti in Omero, e di dialoghi in Platone) e poi nella lettura (fatta in comune e ad alta voce). In seguito i libri divennero addirittura detonatori dell’amore, da Paolo e Francesca a Emma Bovary.

5 Kafka e i suoi precursori (I.1007), Franz Kafka: La metamorfosi (II.856), e Kafka può far parte della memoria umana (Conversazioni, p. 93).

6 In realtà, Borges accredita l’osservazione sul legame fra l’opera di Kafka ed i paradossi di Zenone a Carlos Mastronardi (Conversazioni, p. 93).

7 Borges sembra echeggiare questa affermazione, quando parla di se stesso come di una specie di “superstizione internazionale” (Conversazioni, p. 71).

8 La sfera di Pascal (I.911), e Pascal (I.998).

9 Magie parziali del Don Chisciotte (I.949), Un problema (I.1137), Cervantes: Novelle esemplari (II.791), e Alberto Gerchunoff: Ritorno a Don Chisciotte (II.815); Su Borges e Alonso Quijano (Altre conversazioni, p. 112), e Nuova conversazione su Alonso Quijano (Ultime conversazioni, p. 67); Pierre Menard, autore del Chisciotte (I.649), e Parabola di Cervantes e Don Chisciotte (I.1151); Un soldato di Urbina (II.51), Lettori (II.81), Sogna Alonso Quijano II.697), e Nemmeno sono polvere (II.1059).
In essi Borges propone, fra l’altro, l’ipotesi che Don Chisciotte non sia stato soltanto un sogno di Cervantes, ma anche di Alonso Quijano, il quale non sarebbe in realtà mai uscito dalla propria biblioteca (II.81, II.697, II.1061, Altre conversazioni, p. 112).

10 Tale versione è citata in due testi classici della logica: Introduction to Metamathematics di Stephen Kleene (p. 40), e Introduction to Mathematical Logic di Alonzo Church (p. 105).

11 Saggi danteschi (I.1261); Dante, una lettura infinita (Conversazioni, p. 179); Paradiso, XXXI, 108 (I.1153), e Inferno, I, 32 (I.1167); Inferno, V, 129 (II.1223).

12 Da Things that might have been (II.1083): “l’opera inconcepibile che a Dante fu dato di intravedere / ormai corretto l’ultimo verso della Commedia”.
Dante stesso sembro accennare a tale possibilità, purtroppo solo in termini generali, in Paradiso, XXV, 7-8: “con altra voce omai, con altro vello ritornerò poeta”.

13 I profondi Saggi danteschi propongono una lettura di Dante più poetica che sistematica: essi trattano quasi tutti di passi ben noti della Commedia (il limbo, Francesca, Ulisse, Ugolino, Beatrice), e solo due di essi si distinguono per l’originalità dell’argomento (l’aquila dei giusti, il venerabile Beda).

14 Nonostante Borges citi esplicitamente il numero di tale notte (la 602a), noi non siamo riusciti a trovarla nelle traduzioni che abbiamo consultate. A dire il vero neppure Calvino, che anzi sospetta che Borges se la sia inventata, facendo bene a inventarla (vedi Livelli di realtà, a cura di Piattelli Palmarini, Feltrinelli, 1984, p. 441.

15 Nella sua introduzione al Don Chisciotte Carlos Fuentes nota che Amleto, “personaggio fittizio che riflette sulla reale sostanza del suo essere”, si interrompe a metà del suo dire per mormorare: “Parole, parole, parole …”

16 Da Gli specchi (I.1185): “Dio ha creato le notti che si colmano / di sogni e le figure dello specchio / affinché l’uomo senta che è riflesso / e vanità”.

17 Naturalmente, come spesso succede, alcuni di tali scherzi furono presi sul serio. Per evitare equivoci, è forse appropriato dichiarare che anche Scandali della ragione recensiva un libro fittizio, appunto in imitazione di tale procedimento.

18 “Lor piacque ancor che degli eroi le morti / fossero il canto dell’eta future” (Odissea, VIII, 751-752).

19 Ci fu effettivamente uno scrittore di nome Menard (Louis), che aveva tentato di riscrivere una versione del perduto Prometeo liberato di Eschilo (in francese, per la comodità dei suoi lettori), e che riuscì quasi a contrabbandare una sua parodia in una collezione delle opere di Diderot (ma fu scoperto da Anatole France). Su di lui scrisse un saggio Remy de Gourmond, nelle Passeggiate letterarie (1912).

20 Ne Il parlamento tale idea è spostata dalla rappresentazione cartografica a quella elettorale: il Parlamento Mondiale ha tutti gli uomini come deputati, e l’intera storia come durata (II.578).

21 Borges stesso non ha resistito alla tentazione di sperimentare nella stessa direzione, ed ha prodotto un poema (La notte ciclica, II.19) che incomincia con un verso e termina con la citazione di un “poema incessante” che inizia con lo stesso verso.

22 Jorge Luis Borges, in Perché leggere i classici, Mondadori, 1991, p. 294.

23 Lezioni americane, Garzanti, 1988, p. 50.

24 E’ interessante notare che questa mostruosità non sembrò intimidire Borges, come era stato invece il caso per quella di molto inferiore ottenuta dalle combinazioni (senza ripetizioni) delle 40 carte del giuoco del truco, cioè
1 . 2 . 3 . . . 39 . 40  1048:
cifra delicatamente esatta nella sua enormità, con un immediato predecessore e un unico successore, ma che non è mai stata messa per iscritto” (I.244). Per smentirlo, ecco tale “cifra vertiginosa”:
815.915.283.247.897.734.345.611.269.596.115.894.272.000.000.000
Borges aveva compiuto un primo passo verso tale risultato, effettuando la “prolissa operazione” di calcolare il numero delle combinazioni di 10 atomi (I.569), cioè 3.628.000.

25 Essi sono raccolti in Finzioni, L’Aleph, Cronache di Bustos Domecq (con Bioy Casares), Il libro di sabbia, e Tre racconti.

26 Borges lavorò in una biblioteca municipale per nove anni, e diresse la Biblioteca Nazionale Argentina per venti (Conversazioni, p. 171).

27 Borges fu affascinato dalla enumerazione in generale, e dai sistemi di enumerazione per i numeri in particolare. Nella prima egli vide “uno dei procedimenti poetici più antichi” (I.327, Ultime conversazioni, p. 217), e la uso spregiudicatamente nelle sue opere (Michel Foucault, vedi nota 1), parlò a tale proposito di “mostruosità”). Borges confessò che l’enumerazione fu la sua “abitudine più evidente” (Altre conversazioni, p. 210), e che essa gli procurò sempre un piacere speciale, “quasi filatelico” (I.550), le cui vere cause egli individuò nella “insinuazione dell’eterno” (I.541) e nella rivelazione dell’ordine segreto del mondo (Ultime conversazioni, p. 218).
Dei secondi Borges discusse ne L’idioma analitico di John Wilkins (I.1002), ricordando che Cartesio aveva proposto (in una lettera datata novembre 1629) un linguaggio che “ordinasse ed abbracciasse tutti i pensieri umani”, sulla falsariga del sistema decimale di numerazione per i numeri (mediante il quale si può “apprendere in un sol giorno a nominare tutte le quantità sino all’infinito”). Nello stesso saggio Borges nota che “il numero dei sistemi di numerazione è illimitato”, e cita come estremi: “il più complesso (ad uso delle divinità e degli angeli)”, che richiede un numero infinito di simboli, ed è lo spunto per il racconto di Funes citato sopra; ed il più semplice, “invenzione di Leibniz, che fu stimolato (pare) dagli esagrammi enigmatici del I Ching”, che ne richiede sue soli: zero si scrive 0, uno 1, due 10, tre 11, quattro 100 …(I.424, I.1003, .1091, Ultime conversazioni, p. 204).
In realtà, Borges non si accorse che anche un solo simbolo è sufficiente a descrivere tutti i numeri: zero si può scrivere 1, uno 11, due 111, tre 1111, . . .

28 Da Metafore delle mille e una notte (II.1041): ‘Come nel paradosso dell’eleata / il sogno si disgrega in altro sogno / e quello in altro e in altri, che tessono / oziosi un ozioso labirinto.”

29 Borges conosceva Nicola Cusano, “per il quale ogni retta è l’arco di un circolo infinito”(I.864), e “che nella circonferenza vide un poligono con un numero infinito di angoli” (I.393).

30 Benché Borges avesse in mente, quando pensò all’Aleph, un analogo per lo spazio di ciò che l’eternità è per il tempo (Altre conversazioni, p. 22 e 141), esso è una bella metafora della televisione (che, fra parentesi, permette di visualizzare bene il tipo di regresso di cui abbiamo parlato, puntando la telecamera sullo schermo: si veda ad esempio la figura 81 in D.Hofstadter, Gödel, Escher e Bach, Adelphi, 1984).

31 Nel saggio Il fiore di Coleridge, Borges ha compilato una breve storia del viaggio nel futuro. In particolare, ha ricordato le variazioni letterarie (al cui numero il suo racconto appartiene) della “perfetta immaginazione” di Coleridge: cosa avverebbe “se un uomo attraversasse il Paradiso in sogno, e gli dessero un fiore come prova di essere stato lì, e se destandosi si trovasse in mano quel fiore” (I.915)?

32 Borges nota che l’azione di Dio si estenderà anche al suo racconto, e che egli presto crederà di aver costruito un racconto fantastico, benché egli abbia invece narrato un fatto reale.

33 Per sottolineare l’irrealtà di questo racconto, Borges vi si riferisce durante la sua analisi delle opere immaginarie di Herbert Quain (citata in precedenza), e dice di averne tratto spunto da una di queste (I.679): così Borges sogna Herbert Quain, che sogna un racconto che ispira quello in cui Borges sogna un mago sognato che sogna un uomo.

34 Ancora una volta, Borges esalta l’irrealtà del secondo racconto: le ultime sue parole prima del suicidio annunciano al Borges più giovane che egli crederà di scrivere un racconto fantastico, senza rendersi conto di testimoniare un incontro veramente avvenuto (II.1126).

35 Da Cambridge: “monete ad una sola faccia, sono le cose” (II.268).

36 L’idea di numero indefinito suggerì a Borges il seguente Argumentum ornithologicum (I.1119) per l’esistenza di Dio. Se vediamo per un solo istante uno stormo di uccelli senza percepirne il numero esatto, possiamo ad esempio dire di aver visto un numero di uccelli minore di 100, senza poter dire di averne visti 1, o 2, . . ., o 99, o 100. Un tale numero di uccelli è quindi inconcepibile: a meno che Dio esista, perché allora egli sa quanti furono gli uccelli.
L’argomento è ovviamente semiserio, come suggerisce l’aggettivo o(r)n(i)tologico. Ma esso è collegato ad un’importante idea matematica, scoperta da Gödel nella seguente forma: un sistema aritmetico non contraddittorio può provare asserzioni del tipo “esiste un numero intero con una certa proprietà P “, senza per questo essere in grado di provare nessuna asserzione del tipo “il numero intero n ha la proprietà P ” (un tale sistema si chiama -inconsistente).
Non sappiamo che cosa Borges avrebbe pensato dei sistemi (non contradditori e) -inconsistenti: probabilmente, che se Dio c’è allora essi non possono esistere. Il risultato di Gödel gli si sarebbe allora ritorto contro, mutando il suo argomento ornitologico in una prova della non esistenza di Dio!

37 Il poscritto è datato 1947, e dice: “riproduco l’articolo precedente nell’esatta versione pubblicata nel numero 68 di Sur - copertina verde giada, maggio 1940″. Inutile dire che esso compariva già nella versione pubblicata nel numero 68 di Sur - copertina verde giada, maggio 1940.

38 Comprende Il giardino dei sentieri che si biforcano, Artifici e tre nuovi racconti.

“Jorge Luis Borges: scandali della ragione” di Piergiorgio Odifreddi

Borges diede alle stampe, negli anni della sua gioventù, tre raccolte di saggi: Inquisiciones0 nel 1925, El tamaño de mi esperanza nel 1927, e El idioma de los argentinos nel 1928. La loro “vanità barocca” 1 (II.7) era talmente eccessiva che il Borges maturo finì per ripudiare tali opere. Finora era possibile farsi un’idea della sua prosa giovanile soltanto da un frammento tratto dall’ultima di tale raccolte, ed inserito in seguito sia in Storia dell’eternità (I.541-544) che in Nuova confutazione del tempo (I.1079-1081).
La traduzione della prima raccolta ci fornisce ora un’ulteriore possibilità.

Dobbiamo riconoscere che la pubblicazione di un’opera rifiutata dal suo autore ci lascia leggermente perplessi, benché essa sia in un certo senso meno sfacciata della pubblicazione di versioni preliminari, inedite, incompiute, o abbozzate, a cui il mercato editoriale ci ha ormai purtroppo resi avvezzi. Nel caso di Borges siamo poi doppiamente perplessi perché egli, per sua stessa frequente ammissione, ha poche idee ed è solito esprimerle frequentemente (II.370, Conversazioni, p. 35): si può dunque pensare che la riesumazione di un vecchio libro non offra grandi novità.

La perplessità svanisce però non appena apriamo il volume. Alberto Hidalgo notò una volta come fosse consuetudine di Borges “quella di scrivere la stessa pagina due volte, con variazioni minime”, e questi ammise che l’osservazione era giusta, aggiungendo che “le seconde versioni, quasi echi spenti e involontari, sogliono essere inferiori alle prime” (II.5). I saggi di Inquisizioni sono appunto prime versioni, e qui risiede l’interesse del volume. In particolare, l’ultimo capitolo (Avatar delle monete di rame) contiene la miglior presentazione a noi nota del Paradosso di Borges, che riportiamo nella traduzione letterale di Piero Menardi:

X scocca una freccia da un arco, ed essa si perde fra gli alberi.
X la cerca e riesce a ritrovarla.

E’ assurdo immaginare che la freccia non sia esistita durante il periodo fra i momenti in cui X l’ha persa di vista e l’ha ritrovata.

E’ logico pensare che essa sia esistita - anche se in un certo modo segreto, di comprensione vietata agli uomini - in tutti i momenti di questo periodo.

Borges ammette che i più non comprenderanno questo paradosso, e noi stessi (nonostante la nostra professione) abbiamo all’inizio trovato qualche difficoltà. In realtà, ogni paradosso è tale solo relativamente a premesse che la conclusione sembra contraddire. E’ dunque utile allargare il discorso alla logica di Borges, come essa si delinea nelle sue opere: su tale base il paradosso, a cui torneremo in conclusione, risulterà non solo evidente, ma anche stupefacente.

I Paradossi di Zenone
Borges ricorda (II.453) che la preoccupazione filosofica fu sua fin da bambino, quando il padre gli rivelò, con l’aiuto di una scacchiera, i paradossi di Zenone: Achille e la tartaruga, il volo immobile della freccia, l’impossibilità del movimento.2
Da adulto Borges li chiamerà “immediati e accessibili incanti delle matematiche, che perfino un semplice uomo di lettere può capire, o immaginare di capire” (I.424), e vi si riferirà continuamente. Più in generale, essi gli forniranno da un lato le basi del suo pensiero su infinito, tempo e realtà (ubiqui nei suoi scritti), e dall’altro lo spunto per la costruzione delle sue inquietanti situazioni al limite: essi sono dunque i fondamenti della sua opera, che possiamo ben caratterizzare come una letteratura del paradosso.3

Lasciamo allora che egli stesso ci introduca all’argomento, attraverso i saggi La perpetua corsa di Achille e la tartaruga (I.379) e Metempsicosi della tartaruga (I.393).

“Le implicazioni della parola gioiello - preziosa piccolezza, delicatezza non soggetta alla fragilità, facilità somma di trasporto, limpidezza che non esclude l’impenetrabilità, fiore per gli anni - la rendono di uso legittimo qui. Non conosco migliore qualifica per il paradosso di Achille, tanto indifferente alle decisive confutazioni che da più di ventitré secoli l’aboliscono, che ormai possiamo salutarlo immortale. Le ripetute visite al mistero che tale lunga durata postula, le sottili ignoranze a cui essa ha invitato l’umanità, sono generosità di fronte alle quali non possiamo non sentire gratitudine. Viviamolo ancora una volta, anche se solo per convincerci di perplessità e di intimo arcano” (I.379):

“Achille, simbolo di rapidità, deve raggiungere la tartaruga, simbolo di lentezza. Achille corre dieci volte più svelto della tartaruga e le concede dieci metri di vantaggio. Achille corre quei dieci metri e la tartaruga percorre un metro; Achille percorre quel metro, la tartaruga percorre un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro; Achille percorre quel centimetro, la tartaruga percorre un millimetro; Achille il millimetro, la tartaruga un decimo di millimetro, e così all’infinito; di modo che Achille può correre per sempre senza raggiungerla” (I.380).

“Non dimentichiamoci nemmeno di testimoniare che i corridori decrescono, non solo per la diminuzione visiva dovuta alla prospettiva, ma per la diminuzione mirabile a cui li costringe l’occupazione di posti microscopici” (I.381).

Fin qui, Borges ci ha esposto l’argomento. Eccolo ora attirare la nostra attenzione sui suoi effetti: il paradosso di Zenone “è un attentato non solo alla realtà dello spazio, bensì a quella più invulnerabile e sottile del tempo. Aggiungo che l’esistenza di un corpo fisico, la permanenza immobile, lo scorrere di una sera della vita, si allarmano di avventura per colpa sua. Quella decomposizione, accade mediante la sola parola infinito, parola (e poi concetto) di spavento che abbiamo generato temerariamente e che una volta ammessa in un pensiero, esplode e lo uccide” (I.385).

Da ultimo, Borges valuta le conseguenze dell’attentato, e scopre che esse sono fatali: “Zenone è incontestabile, a meno di confessare l’idealità dello spazio e del tempo. Accettiamo l’idealismo, accettiamo l’accrescimento concreto di quanto è percepito, e potremo eludere il brulicare di abissi del paradosso” (I.385).

Così Borges ammette ciò che tutti gli idealisti ammettono, il carattere allucinatorio del mondo, ma fa ciò che nessun idealista ha fatto: trova nella dialettica di Zenone l’irrealtà in grado di confermare tale carattere. I paradossi non sono dunque per lui problemi da risolvere, come furono ancora per Russell, bensì indizi da usare, come saranno da Gödel in avanti. Anche temporalmente, Discussione (da cui sono tratti i brani precedenti) appartiene ormai all’anno primo dell’era della nuova logica, il 1931.4

Naturalmente, l’uso che Borges fa dei paradossi è paradossale esso stesso. In essi un sogno così ben sognato da sembrare realtà si tradisce, e ci permette di svelarne la finzione: “Noi (la indivisa divinità che opera in noi) abbiamo sognato il mondo. Lo abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, ubiquo nello spazio e fermo nel tempo; ma abbiamo ammesso nella sua architettura tenui ed eterni interstizi di assurdità, per sapere che è finto” (I.399).

Una tale posizione è sorprendente non tanto per il suo contenuto filosofico, quanto per il suo contesto geografico: essa si situa infatti in una linea di pensiero orientale. Pensiamo, ad esempio, al cantonese Huineng (638-713), sesto patriarca del Buddismo Zen, e fondatore di una scuola che fu molto popolare nella Cina del sud: la sua via per l’eliminazione dell’io e della realtà passava appunto attraverso i paradossi (integrati da bastonate).5 Oppure alla scuola Rinzai, una della due principali dello Zen giapponese, che a tutt’oggi usa il paradosso nella forma del koan (anch’esso non disgiunto da pratiche shock), per raggiungere il risveglio, o satori.

Il tempo
Stimolato dai paradossi, che lo spinsero a dubitarne la realtà ed a contemplarne l’infinità, Borges trovò nel tempo una fervida sorgente di pensieri e di ispirazione, e ad esso dedicò una serie di mirabili saggi: La penultima versione della realtà (I.316), Storia dell’eternità (I.523), La dottrina dei cicli (I.568), Il tempo circolare (I.579), Il tempo e J.W. Dunne (I.924), La creazione e P.H. Gosse (I.929), e Nuova confutazione del tempo (I.1070).
Borges ritiene il tempo “un tremulo ed esigente problema, forse il più importante della metafisica”. Egli è sensibile alle sue inerenti oscurità: ad esempio, che non se ne può determinare la direzione (”che esso scorra dal passato verso il futuro è la credenza illogica quanto la credenza contraria…e ugualmente impossibile da verificare”, I.523); o che non lo si può sincronizzare (”se il tempo è un processo mentale, come possono condividerlo migliaia di uomini, o anche due soli uomini diversi?”, I.524 e I.1077).

Ispirato da Platone, che vedeva nel tempo (a cui appartengono gli oggetti) un’immagine mobile dell’eternità (a cui appartengono le idee), e Plotino, secondo cui per indagare e definire la natura del tempo è indispensabile conoscere prima l’eternità, Borges rivolge a questa la sua attenzione, di cui vede “un buon anticipo” nella matematica moderna, ad esempio nei numeri infiniti della teoria degli insiemi (I.525).

La sua spiegazione dell’eternità è, come al solito, paradossale (tanto da fargli dire che egli stesso vi nega fede, I.1072 e I.1089): le possibili esperienze umane sono in numero finito, perché la vita è troppo povera, e prima o poi qualcuna finisce per essere ripetuta. L’indiscernibilità di due esperienze ne implica l’identità (in base ad un principio di Leibniz, I.1072), ed in tali identità momentanee noi veniamo in contatto con l’eternità, e percepiamo l’illusorietà del tempo: “la non differenza e la non separabilità tra un momento del suo apparente ieri e un altro del suo apparente oggi, bastano per disintegrarlo” (I.210, I.247, I.543, I.741 e I.1078).

Tatticamente, tale spiegazione è ovviamente legata alla dottrina dell’Eterno Ritorno, che fu: o anticipata dai Pitagorici6 e da Platone: i sette pianeti ritorneranno alla stessa posizione, e se i pianeti determinano il destino, la storia si ripete (I.425, I.579 e I.795); o confutata da Sant’Agostino: se la storia si ripete, la Passione diventa un’opera da “saltimbanchi sulla croce” (I.572); o ripresa da Hume e Nietzsche, sulla base del principio algebrico esposto poco oltre; ed a cui Borges fu “solito ritornare eternamente” (I.579). Egli la enuncia così, con preludio insipido e scioglimento minaccioso: “il numero di tutti gli atomi che compongono il mondo è, benché smisurato, finito; e perciò capace soltanto di un numero finito (sebbene anch’esso smisurato) di permutazioni. In un tempo infinito, il numero delle permutazioni possibili non può non essere raggiunto, e l’universo deve per forza ripetersi” (I.568). La novità introdotta da Borges è che egli sposta l’argomento combinatorio dal mondo fisico (ambito nel quale lo rifiuta, in base alla seconda legge della termodinamica!, I.577) a quello delle esperienze individuali.

Strategicamente, la soluzione di Borges del problema del tempo è “antica quanto la freccia di Zenone” (I.1070), e si fonda sugli argomenti dell’idealismo: “Berkeley usò quegli argomenti contro la nozione di materia; Hume li applicò alla coscienza; il mio proposito è di applicarli al tempo” (I.1082).

Il suo ragionamento è semplice: “Berkeley negò che vi fosse un oggetto dietro le impressioni dei sensi; David Hume, che vi fosse un soggetto dietro la percezione dei mutamenti” (I.1084). Resta da fare un passo ulteriore: “fuori di ogni percezione (attuale o ipotetica) non esiste la materia; fuori di ogni stato mentale non esiste lo spirito; neppure il tempo esisterà fuori di ogni istante presente” (I.1085).7

Borges fu talmente affascinato dal problema del tempo (e dall’altra faccia della medaglia, l’eternità) da cedere, più di una volta, alla tentazione di compilarne la mobile storia. Egli non si lascio intimidire dalle idee azzardate o inverosimili, e fu anzi attratto proprio dalle “meno convincenti e più ingegnose” (I.926).

Anzitutto, contemplò (I.676) i mondi alla rovescia in cui fisicamente il tempo scorre dal futuro al passato (Bradley), o in cui psicologicamente l’uomo prevede il futuro ma o non vede il presente (Dante), o dimentica il passato (”filosoficamente, la memoria non è meno prodigiosa della divinazione del futuro”, II.443).

In secondo luogo, considero (I.926) “l’assurda ipotesi di un secondo tempo, nel quale scorre, rapidamente o lentamente, il primo” (Schopenhauer), e la sua generalizzazione ad un numero infinito di tempi, ciascuno dei quali scorre nel precedente (Dunne).

In terzo luogo, discusse (I.931) la possibilità di un tempo perfettamente causale, opportunamente dotato di un infinito passato ipotetico, che è reale soltanto a partire dalla creazione (Chateaubriand, Gosse): ad esempio, un mondo in cui i dinosauri non sono mai esistiti perché la creazione è avvenuta dopo la loro ipotetica scomparsa, ma i loro scheletri esistono e si possono ritrovare!8

Da ultimo, Borges sembrò amare particolarmente la possibilità di modificare il passato,9 sostenuta da Pietro Damiani (I.827, II.1173). Ancora una volta, egli la traspose dall’ambito fisico a quello psicologico: “direi che il futuro è irrevocabile, ma non così il passato, giacché ogni volta che ricordiamo qualcosa lo modifichiamo, per povertà o ricchezza della nostra memoria, secondo come lo si voglia vedere” (Conversazioni, p. 122, e Altre conversazioni, p. 32). Applicata alla letteratura, una tale idea cessa di essere una provocazione e diventa un’estetica: “ogni scrittore crea i suoi precursori. La sua opera modifica la nostra concezione del passato” (I.964, I.1009), perché ci permette di leggere testi precedenti ad essa come se essi fossero sue anticipazioni, e quindi in maniera completamente diversa da come erano stati concepiti.10

Borges ha tratto la maggior parte delle sue ispirazioni per la storia del tempo e dell’eternità da filosofi e letterati. E un vero peccato che egli non sia stato, nella maturità, attento alle idee scientifiche quanto lo era stato nella giovinezza. La scienza moderna avrebbe infatti potuto fornirgli una serie di visioni altrettanto provocatorie e stimolanti, di cui egli sembra aver conosciuto solo la relatività (I.524). Fra queste visioni, ricordiamo:

la sostituzione, effettuata da Einstein nel 1905, del tempo assoluto con uno relativistico, in cui due fenomeni (non collegati causalmente) possono apparire in relazioni temporali opposte, o uno stesso fenomeno può apparire di diversa durata, rispetto ad osservatori diversi;
la non contraddittorietà (rispetto alla relatività generale) del tempo circolare, dimostrata da Gödel nel 1949;11
la possibilità, scoperta da Feynman (premio Nobel per la Fisica nel 1965), di interpretare la collisione fra due particelle come il fatto che una stessa particella che si muove dal passato al futuro inverte la sua direzione temporale, tornando dal futuro al passato (mutandosi in una sua antiparticella, ad esempio un elettrone in un positrone);
la ramificazione del tempo e della storia proposta da Everett, Wheeler e Graham nella loro interpretazione della meccanica quantistica del 1957 (detta dei molti mondi);
il passaggio, a cui sta lavorando Prigogine (premio Nobel per la Chimica nel 1977), da un tempo locale che è lo scenario statico del divenire del mondo, ad uno globale che è esso stesso parte del processo evolutivo, in cui cioè il presente è una ricapitolazione del passato ed un’anticipazione del futuro.

Come vedremo in Labirinti dello spirito, tali temi sono stati toccati da Borges nella sua opera letteraria, ed egli sarebbe stato perfettamente preparato ad apprezzarne i contenuti. In almeno un caso, comunque, le sue invenzioni non sono passate inosservate: il racconto Il giardino dei sentieri che si biforcano, in cui egli prefigura un tempo ramificato del tipo di quello di Everett, Wheeler e Graham, è infatti citato agli inizi del testo classico di tale teoria (De Witt e Graham, The many-worlds interpretation of quantum mechanics, Princeton, 1973).12

La realtà
Dalle soluzioni date da Borges ai problemi dei paradossi e del tempo è chiaro che egli appartiene alla tradizione idealista, esposta in Nuova confutazione del tempo (I.1070).
Egli nota che essa è facile da comprendere: difficile è pensare entro i suoi limiti (I.1073). E difficile è pure credervi: “Hume osservò per sempre che gli argomenti di Berkeley non ammettono la minima confutazione e non suscitano la minima convinzione” (I.341 e i.629). Borges stesso a volte non sembra andare oltre la dialettica, quando dice di non esagerare “l’importanza di questi giochi verbali” (I.1071), utilizzati non per fede ma “per le loro possibilità letterarie” (I.lxxxv), ed ammette che “il mondo, disgraziatamente, è reale” (I.1089).

Egli ricorda che la dottrina dell’idealismo “è forse la più antica e diffusa” (I.1081), poiché ad essa appartengono i platonici (”per i quali sola realtà sono i prototipi”), i teologi (”per i quali è contingente tutto ciò che non è la divinità”), ed i monisti (”che fanno dell’universo un ozioso attributo dell’Assoluto”). In particolare, essa non nacque con Berkeley, che ne fu soltanto l’apologista più acuto, ed il cui merito “non consistette nell’intuizione di questa dottrina ma negli argomenti che ideò per sostenerla” (I.1082).

Borges si trova a suo agio nella perfetta disgregazione raggiunta da Hume: “un mondo d’impressioni evanescenti; un mondo senza materia né spirito, né oggettivo né soggettivo; un mondo senza l’architettura ideale dello spazio;…un labirinto irriducibile, un caos, un sogno”. Per buona misura, egli estende tale dissoluzione anche al tempo: “negati spirito e materia, che sono continuità, negato anche lo spazio, non so che diritto abbiamo a quell’altra continuità che è il tempo” (I.1075).

E’ in tale mondo che Borges vive, da esso egli trae ispirazione per la sua attività letteraria, ed esso gli fornisce gli strumenti per analizzare la realtà: questa non può dunque apparirgli altro che “lontana dal nostro essere” (I.539), e addirittura “anacronistica” (I.765 e I.1028).

Il Paradosso di Borges
In particolare, è appunto l’idealismo che ha ispirato a Borges il paradosso da cui siamo partiti, e che ora possiamo ben comprendere: esso è tale perché mostra la realtà della freccia, che è in contraddizione con la posizione idealista (simultaneamente e simmetricamente, i paradossi di Zenone cessano invece di essere tali: essi mostrano l’irrealtà di spazio e tempo, che è in accordo con la posizione idealista).
Un’altra versione del paradosso di Borges appare in Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, sotto il nome di sofisma delle nove monete di rame, “di scandalosa rinomanza”:

“Il martedì X, tornando a casa per un sentiero deserto, perde nove monete di rame. Il giovedì, Y trova sul sentiero quattro monete, un poco arrugginite per la pioggia del mercoledì. Il venerdì, Z scopre tre monete sullo stesso sentiero e lo stesso venerdì, di mattina, X ne ritrova due sulla soglia di casa sua.

E’ assurdo immaginare che quattro delle monete non siano esistite dal martedì al venerdì pomeriggio, e due dal martedì al venerdì mattina.

E’ logico pensare che esse siano esistite - anche se in un modo segreto, di comprensione vietata agli uomini - in tutti quei momenti di questi tre periodi” (I.632-633).

Come si vede, tale versione è inferiore alla prima in vari aspetti: l’uso di tre soggetti invece di uno solo la rende meno immediata; l’uso delle monete al posto della freccia maschera la connessione con le aporie eleatiche; il fatto di essere pubblicata la rende meno irreale.

C’è poi un aspetto che ci insospettisce un poco (non poco): mentre la seconda versione è certamente posteriore, come testimonia non tanto la data della sua prima pubblicazione (1940, nell’Antologia della letteratura fantastica, edita da J.L. Borges, A.B. Casares e S. Ocampo) quanto un’analisi stilistica, il titolo del primo saggio (Avatar delle monete di rame) sembrerebbe implicare un ordine opposto.

Fra tante possibili soluzioni lambiccate, ne vediamo una sola razionale: ne L’altro (II.563), Borges racconta di aver incontrato da vecchio se stesso da giovane.13 Evidentemente uno degli argomenti di tale incontro deve essere stato il sofisma delle monete di rame, ed una traccia deve essere rimasta nella memoria del giovane Borges, che l’ha usata (certo inconsciamente) nella stesura premonitrice del 1925.14

Opere di Borges citate
Le citazioni nel testo si riferiscono ai due volumi Tutte le opere di Borges, pubblicati dalla Mondadori nella collezione I Meridiani, rispettivamente nel 1984 (I) e 1985 (II). Riportiamo qui i titoli delle opere da cui esse sono tratte.
Inquisizioni, 1925.
Evaristo Carriego, 1930.
Discussione, 1931.
Storia universale dell’infamia, 1935.
Storia dell’eternità, 1936.
Finzioni, 1944.
Altre inquisizioni, 1952.
L’artefice, 1960.
L’altro, lo stesso, 1964.
Il manoscritto di Brodie, 1970.
L’oro delle tigri, 1972.
La cifra, 1981.
Conversazioni, 1985 (Nuovo portico, Bompiani).
Altre conversazioni, 1986 (Nuovo portico, Bompiani).
Ultime conversazioni, 1987 (Nuovo portico, Bompiani).

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Note

0 Recensione di Jorge Luis Borges, Inquisizioni, Finzioni Editrice, Torino, 1994.

1 A causa del suo legame con il seguito (vedi nota 4), ricordiamo che Borges ricordò che “Barroco (Barocco) è il nome di una delle forme del sillogismo”, in seguito applicato a certi eccessi delle arti, “per indicarne il punto terminale” (I.443).

2 “Si supponga che si tratti di una torre; prima che giunga alla casa della torre avversaria dovrà passare per quella del re. Ma prima di passare per la casa del re dovrà passare per la casa dell’alfiere e poi per quella del cavallo. Ora, se una retta è fatta di un numero infinito di punti, se qualunque linea - quella che attraversa questo tavolo o quella che va di qui alla luna - consta di un numero infinito di punti, se ne deduce che lo spazio è infinitamente divisibile e il mobile non raggiunge mai la meta, perché avrà sempre un punto intermedio da superare” (Altre conversazioni, p. 193).

3 In realtà esistono due Borges: quello dei “giuochi col tempo e l’infinito”, di cui stiamo parlando, e quello delle “mitologie dei sobborghi”, realista e non paradossale (vedi Borges e io, I.1169). Il secondo, che non toccheremo, lo si trova nelle due serie di racconti Storia universale dell’infamia e Il manoscritto di Brodie, e nelle opere di ispirazione argentina di cui quest’ultima (un analogo per Buenos Aires di Gente di Dublino) fa parte, e che comprendono (oltre a saggi, racconti e versi sparsi) anche Fervore di Buenos Aires, Luna di fronte, Quaderno di San Martín, Evaristo Carriego, e Per le sei corde (una serie di milonghe per chitarra, di cui Borges pensava che costituissero l’unico suo libro “nel quale si sente la felicità o la gioia”, vedi Ultime conversazioni, p. 216).

4 Bertrand Russell divenne noto all’inizio del secolo per la scoperta di un paradosso che Borges, con tocco sicuro, cita come una delle “quasi innumerevoli versioni che non mutano metodo, ma soltanto protagonisti e favola”, del sillogismo dilemmatico o bicornuto col quale giocarono i greci: “Democrito giura che gli abderitani sono bugiardi, ma Democrito è abderitano: quindi Democrito mente; quindi non è vero che gli abderitani siano bugiardi; quindi Democrito non mente; quindi è vero che abderitani sono bugiardi; quindi Democrito mente; quindi …”:(Note critiche, I.424).Kurt Gödel, il maggior logico del secolo, pubblicò nel 1931 un famoso teorema, la cui dimostrazione si collega strettamente al sillogismo precedente (ma, come Gödel spiega nella nota 14 al suo lavoro, “qualunque paradosso epistemologico potrebbe venir usato per una analoga dimostrazione”). Vedi Il teorema di Gödel, a cura di S. Shanker, Padova, Muzzio, 1991, p. 54, e P. Odifreddi, Gödel e l’Intelligenza Artificiale, La Rivista dei Libri, Giugno 1992, 37-39.Di Russell Borges lesse molto, in particolare Introduzione alla filosofia della matematica, L’analisi della mente e La nostra conoscenza del mondo esterno, “libri di una lucidità inumana, insoddisfacenti e intensi” (I.383, I.395, I.631, I.932, II.1255), e Storia della filosofia occidentale, il libro che si sarebbe portato su un’isola deserta (Ultime conversazioni, p.21). Non ci risulta che sentì mai parlare di Gödel.

5 La sola frequentazione dei paradossi non sembra essere sufficiente a far dimenticare le beghe terrene, come ben dimostrano i comportamenti accademici di certi logici italiani, la cui educazione andrebbe forse opportunamente ‘integrata’.

6 Da La notte ciclica (II.19): “Lo seppero gli ardui alunni di Pitagora: / uomini ed astri tornano in cicli successivi”. Da Inno (II.1181): “Pitagora rivela ai suoi greci / che la forma del tempo è circolare.”

7 In un certo senso questa posizione si può far risalire ad Eraclito: se non ci bagna mai due volte nello stesso fiume è perché non c’è un fiume atemporale, ma ci sono soltanto i vari fiumi istantanei.

8 Borges ha citato almeno due volte un passo de L’analisi della mente di Russell, in cui questi “suppone che il pianeta sia stato creato da pochi minuti, fornito di un’umanità che `ricorda’ un passato illusorio” (I.631 e I.932).

9 La modifica del passato non è da confondere con la sua abolizione, il cui desiderio si manifesta tipicamente (a partire dal primo imperatore cinese, I.907) nel rogo dei libri: “il proposito di abolire il passato fu già formulato nel passato e paradossalmente - è una delle prove che il passato non può essere abolito. Il passato è indistruttibile, prima o poi tornano tutte le cose, e una delle cose che tornano è il progetto di abolire il passato” (I.967).

10 Ne L’enigma di Edward Fitzgerald (I.977) Borges sperimenta un’idea opposta: che un traduttore possa essere la reincarnazione di un autore.

11 Si noti che, come Borges, anche Gödel era pronto a balzare in groppa a proprietà paradossali nella sua battaglia a favore dell’idealismo: il titolo di uno dei suoi tre lavori sull’argomento (tradotto in Albert Einstein scienziato e filosofo, Boringhieri, 1958) è appunto Una nota sulla relazione tra relatività e idealismo, ed in esso egli interpreta il suo risultato come un argomento a favore dell’illusorietà del tempo.

12 L’idea del tempo ramificato è stata utilizzata nel film Back to the future II . Esso contiene anche un altro momento interessante dal nostro punto di vista attuale, quando alla preoccupazione dello scienziato pazzo che il non tornare nel futuro dal quale erano partiti avrebbe generato un paradosso, il protagonista ribatte in perfetto stile borgesiano: “Un paradosso? Intendi dire una di quelle cose che distruggono l’universo?”.

13 In 25 agosto 1983 (II.1121) Borges, che evidentemente amava viaggiare molto non solo nello spazio ma anche nel tempo, racconta simmetricamente di aver incontrato a sessantun anni se stesso a ottantaquattro, nel giorno del suo suicidio.
In Conversazioni (p. 30) egli testimonia di essersi sentito fuori del tempo due volte nella sua vita: è possibile che i due racconti citati siano ispirati a (o prodotti da) quelle due esperienze.

14 In Esame dell’opera di Herbert Quain (citato da Sciascia in conclusione de L’affaire Moro, Sellerio, 1978) Borges inventa un’opera la cui ultima frase, di valore correttivo, forza il lettore a riconsiderare quella che egli aveva creduto essere la realtà raccontata, ed a scoprirne un’altra, la vera (I.675).

“Storia apocrifa di un mentitore” di Piergiorgio Odifreddi

Il diavolo, letteralmente un insinuatore (dal greco dia, attraverso, e ballein, gettare), è il padre della menzogna (Vangelo secondo Giovanni, VIII, 44): egli genera dunque la sua progenie attraverso l’opera dei bugiardi. Non stupisce che le scritture abbiano fatto il possibile per render loro la vita difficile, ordinando (”ottavo: non dire falsa testimonianza”, Esodo, XX, 16), ammonendo (”la menzogna uccide l’anima”, Sapienza, I, 11), e minacciando (”la sorte dei bugiardi è uno stagno ardente di fuoco e zolfo”, Apocalisse, XXI, 8).

Tentare di dipanare quello che è forse il più antico e refrattario paradosso, di cui è protagonista appunto la menzogna nella sua forma più sofisticata e infida, può essere un’anticipazione dell’inferno sulla terra: ad esempio, si dice che il logico Filita di Coo (340-285 a.C.) morì prematuramente a causa degli sforzi fatti per risolverlo.

Forse partecipe della facilità di autoriproduzione della menzogna a cui è imparentato, il paradosso del mentitore ha avuto nei secoli innumerevoli peripezie filosofiche e letterarie, che ne mutavano la forma ma (con una sola eccezione) non la sostanza: sarà dunque necessaria una scelta drastica, che speriamo almeno rappresentativa.
Epimenide

Le prime avvisaglie del paradosso sono attribuite ad Epimenide di Creta (VI secolo a.C.), che sembra aver detto: “i cretesi sono bugiardi”. Di per sè questa affermazione è completamente innocua, ma la si può rendere insidiosa intendendo per `bugiardo´ qualcuno che dica sempre il falso, e per `i cretesi´ tutti i cretesi. In questo caso Epimenide intendeva dire: “tutti i cretesi dicono sempre il falso”.

Ora questa frase non può essere vera, perché altrimenti Epimenide stesso sarebbe un cretese che a volte non dice il falso. Allora la frase deve essere falsa, cioè qualche cretese deve dire a volte qualche verità, e la cosa finisce qui (non è detto che quel cretese debba essere proprio Epimenide, e se anche lo fosse, non è detto che quella verità debba essere proprio la frase in questione).

Paolo di Tarso (morto nel 67 d.C.), che era troppo indaffarato a predicare la verità per aver tempo di meditare sulla menzogna, non comprese che non c’era appunto nessun problema, e si scagliò contro il povero Epimenide.

Nelle sue deliranti convulsioni si può già distinguere, completamente formato, l’embrione dell’inquisizione:

Molti sono i